Venticinque anni dopo Gianpaolo Trevisi continua a fare lo stesso sogno. Si addormenta e torna sempre lì, in piazza Alimonda. È steso sull’asfalto. Dall’altra parte della strada c’è un ragazzo che lo guarda e sorride. Non parla quasi mai. Compare al casello dell’autostrada, davanti alla zona rossa, nelle strade di Genova. Poi sparisce. Ma ogni notte ritorna. “Più passa il tempo e più, quando penso a quei giorni, comincio a dimenticare particolari, orari, luoghi, voci e visi. Ma ogni notte, al contrario, tutto è stranamente più chiaro e vero”, scrive. Quel sogno è diventato un libro: Faccia a faccia (People) non è un memoriale e nemmeno un’autodifesa. È il racconto di un poliziotto che prova a fare i conti con Genova venticinque anni dopo.
Trevisi allora era un giovane funzionario della Questura di Verona aggregato al G8. Negli anni successivi avrebbe diretto la Squadra mobile della città, poi per tredici anni la Scuola allievi agenti di Peschiera del Garda, formando migliaia di polizi…
Venticinque anni dopo Gianpaolo Trevisi continua a fare lo stesso sogno. Si addormenta e torna sempre lì, in piazza Alimonda. È steso sull’asfalto. Dall’altra parte della strada c’è un ragazzo che lo guarda e sorride. Non parla quasi mai. Compare al casello dell’autostrada, davanti alla zona rossa, nelle strade di Genova. Poi sparisce. Ma ogni notte ritorna. “Più passa il tempo e più, quando penso a quei giorni, comincio a dimenticare particolari, orari, luoghi, voci e visi. Ma ogni notte, al contrario, tutto è stranamente più chiaro e vero”, scrive. Quel sogno è diventato un libro: Faccia a faccia (People) non è un memoriale e nemmeno un’autodifesa. È il racconto di un poliziotto che prova a fare i conti con Genova venticinque anni dopo.
Trevisi allora era un giovane funzionario della Questura di Verona aggregato al G8. Negli anni successivi avrebbe diretto la Squadra mobile della città, poi per tredici anni la Scuola allievi agenti di Peschiera del Garda, formando migliaia di poliziotti. Oggi è consigliere regionale del Veneto per il Partito democratico. Ma prima di tutto continua a sentirsi un poliziotto. Il manoscritto era rimasto per anni in un cassetto. Lo aveva fatto leggere a Franco Gabrielli, allora capo della Polizia, che gli aveva promesso una prefazione. Poi il tempo è passato. Gabrielli ha lasciato il Viminale, Trevisi è entrato in politica e quel dattiloscritto è rimasto fermo. Fino ai venticinque anni del G8.
La chiave del libro, però, non è il sogno. È una lettera. Le ultime pagine sono indirizzate ad Alice, una giovane agente che lui ha avuto come allieva a Peschiera. “Tu, voi, però, dovete leggere, ascoltare e sapere”, le scrive. Perché “si impara di più dagli errori che dai successi”. È quasi un passaggio di consegne tra chi Genova l’ha vissuta e chi quella settimana la conosce soltanto dai racconti.
Trevisi non cerca assoluzioni. Anzi. Dice: «Il G8 è stato il più grande fallimento della storia della Polizia». Perché? «Perché i risultati parlano da soli. Non credo ai complotti, non credo che qualcuno avesse deciso a tavolino quello che sarebbe successo. Credo invece che ci sia stata una gigantesca improvvisazione. C’erano centinaia di uomini concentrati dentro la zona rossa, mentre fuori i black bloc facevano praticamente quello che volevano. Noi arrivavamo sempre troppo tardi. Ricordo l’assalto al carcere di Marassi: quando arrivammo erano già andati via. Eravamo tanti, ma organizzati male».
Nel libro rifiuta anche la lettura che in questi anni ha diviso il Paese. “Quando si parla del G8 o è tutto nero o è tutto bianco”, scrive. Da una parte i poliziotti violenti, dall’altra i manifestanti violenti. Lui dice di voler “scrivere con il grigio”. Quel grigio, però, non significa cancellare le responsabilità. La Diaz: «Io ero quasi dispiaciuto di non poter entrare», racconta oggi. «Avevo passato tutta la settimana dentro la zona rossa. Pensavo davvero che lì dentro ci fossero i black bloc. Ma anche se quella scuola fosse stata piena di black bloc, una volta trovati nei sacchi a pelo dovevano essere arrestati e portati in questura. Non picchiati. Quello che è successo non doveva succedere». Bolzaneto, dice, è perfino peggio. «Io non c’ero, quindi non ne parlo nel libro. Ma quello che è emerso in questi anni è una tristezza infinita. Pagine che sembrano non appartenere alla storia del nostro Paese». Trevisi respinge anche un’altra ricostruzione, quella di una regia politica delle violenze. «Se avessi avuto anche il minimo sospetto che ci fosse stata una strategia pianificata mi sarei tolto immediatamente la divisa. Io alle riunioni c’ero. Ho visto errori enormi, ma non un complotto».
Nel libro c’è anche una pagina che colpisce per la sua semplicità. Racconta di quando, dopo la morte di Carlo Giuliani, sente alcuni colleghi liquidarlo come “uno di loro in meno”. Lui scrive di avere cercato di spiegare che Carlo Giuliani “era un ragazzo”. È forse la linea d’ombra che ancora divide la lettura di Genova: i poliziotti contro gli altri. Acab. «In piazza non bisogna mai scendere con i pregiudizi. Noi siamo lo Stato. Ogni tanto dobbiamo usare la forza. Mai la violenza. La differenza è sottile, ma decisiva. La forza serve a fermare un reato. La violenza è gratuita. Noi possiamo essere chiamati a usare la forza. Non abbiamo mai il diritto di usare la violenza».
Questa distinzione, per tredici anni, è stata il cuore del lavoro di Trevisi alla Scuola allievi agenti di Peschiera del Garda. Gli ultimi erano nati dopo il 2001. Del G8 conoscevano appena qualche immagine, qualcuno aveva visto Diaz di Daniele Vicari, molti non sapevano quasi nulla. Lui ha deciso che non potevano uscire da quella scuola senza conoscere quella pagina della vicenda della Polizia. Non era soltanto una lezione di storia. Trevisi faceva proiettare Diaz agli allievi. Poi iniziava la discussione. Li portava dentro le immagini delle cariche, dei manganelli, del sangue sui pavimenti della scuola. Ma soprattutto cercava di spiegare dove finisce la forza dello Stato e dove comincia la violenza.
Da Genova, racconta oggi, è nata anche una nuova cultura dell’ordine pubblico. Oggi esiste una scuola dedicata, a Nettuno. I futuri reparti mobili studiano anche gli errori del 2001, guardano i video di quello che non deve accadere, imparano che una provocazione non può mai trasformarsi in una vendetta. «Qualcuno mi diceva: “Basta parlare di Genova, è passato troppo tempo”. Io penso esattamente il contrario. È proprio perché è passato tanto tempo che dobbiamo continuare a parlarne. Per evitare che succeda ancora». Oggi le piazze sono piene di ragazzi che manifestano accanto al popolo palestinese, contro i decreti sicurezza. Sono ancora più giovani di quelli che colorarono le strade di Genova. Trevisi dice che però molto è cambiato. «Alla scuola dell’ordine pubblico si fanno vedere i video di quello che non deve mai accadere. Poi gli errori possono sempre esserci, perché la polizia è fatta di uomini e donne, non di robot. Ma spero davvero che una Diaz e una Bolzaneto non possano più ripetersi».
Ma oggi, davvero, non potrebbe più succedere? «Credo fermamente che possano ancora succedere incidenti. Da una parte e dall’altra ci possono essere persone che sbagliano, e bisogna essere oggettivi nel giudicarle, senza pregiudizi. Ma credo e spero veramente che non possa più succedere nulla del genere, come Bolzaneto o come la Diaz. Credo che questa pagina tristissima almeno sia servita a far sì che non succeda più nulla del genere».«Io (la voce di Trevisi si ferma un attimo, ndr) ai miei poliziotti dicevo sempre una cosa: quando sbaglia un poliziotto, sbaglia due volte. Sbaglia l’uomo dentro la divisa e sbaglia la Polizia di Stato che quella divisa rappresenta. Ma è vero anche il contrario. Chi tocca un poliziotto tocca lo Stato. È una responsabilità collettiva. E questo non dovremmo dimenticarlo mai». Come un sogno che ritorna, a notti alterne.
Sul Venerdì del 10 luglio 2026