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Genova 2001, il sogno spezzato

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Il G8 resta una ferita aperta per la generazione che chiedeva equità ed è stata zittita con i manganelli. Ma, 25 anni dopo, è anche un monito contro il cuore di tenebra che ancora batte nel nostro presente
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La memoria è una brutta bestia. Seleziona, rimuove, inciampa. Soprattutto si sfarina se non soccorsa da quell’esercizio complicato che è coltivare il ricordo senza trasformarlo in un totem o in uno sfibrato rosario degli anniversari. Alla maledizione non sfuggono quei giorni di luglio a Genova di venticinque anni fa: la battaglia e le cariche selvagge di via Tolemaide, dove la fine ebbe inizio nel pomeriggio del 20, un venerdì; la “macelleria messicana” della scuola Diaz; le urla e il pianto per le torture inflitte da aguzzini in divisa nella caserma di Bolzaneto; il sangue del ventitreenne Carlo Giuliani riverso sull’asfalto di piazza Alimonda e la Beretta di ordinanza del suo coetaneo carabiniere Mario Placanica che lo aveva ucciso durante l’assalto al Defender dell’Arma su cui viaggiava e rimasto isolato durante gli scontri. E poi il blocco nero, le tute bianche nello stadio Carlini, i tonfa, il settimo nucleo del reparto mobile di Roma, il micidiale gas Cs capace di bruciare insie…

La memoria è una brutta bestia. Seleziona, rimuove, inciampa. Soprattutto si sfarina se non soccorsa da quell’esercizio complicato che è coltivare il ricordo senza trasformarlo in un totem o in uno sfibrato rosario degli anniversari. Alla maledizione non sfuggono quei giorni di luglio a Genova di venticinque anni fa: la battaglia e le cariche selvagge di via Tolemaide, dove la fine ebbe inizio nel pomeriggio del 20, un venerdì; la “macelleria messicana” della scuola Diaz; le urla e il pianto per le torture inflitte da aguzzini in divisa nella caserma di Bolzaneto; il sangue del ventitreenne Carlo Giuliani riverso sull’asfalto di piazza Alimonda e la Beretta di ordinanza del suo coetaneo carabiniere Mario Placanica che lo aveva ucciso durante l’assalto al Defender dell’Arma su cui viaggiava e rimasto isolato durante gli scontri. E poi il blocco nero, le tute bianche nello stadio Carlini, i tonfa, il settimo nucleo del reparto mobile di Roma, il micidiale gas Cs capace di bruciare insieme occhi, gole, bronchi, polmoni, gli otto grandi della terra prigionieri di una zona rossa come nell’occhio di un ciclone. Un caleidoscopio consegnato alla storia repubblicana nella sintesi che ne fece Amnesty International prima, e le sentenze della Corte europea dei diritti umani, poi: “La più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un Paese occidentale nel secondo dopoguerra”.

Non c’è alcun dubbio. Il G8 di Genova fu quello. Ma, forse, non solo quello. Non per gli oltre 200 mila che in quei giorni riempirono le strade e le piazze della città. Non per almeno una generazione di italiani che Genova continuano a portarsela dietro come un fantasma. Perché epifania di un mondo che oggi, a distanza di venticinque anni, appare esattamente per ciò contro cui in quei giorni chi aveva venti o trent’anni e una vita davanti aveva deciso di mobilitarsi.

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Figli di Seattle

Li chiamarono “zecche” e “comunisti”. Più felicemente e fedelmente si definivano “altermondialisti” o più semplicemente “No global”. Erano figli delle mobilitazioni di Seattle del 1999, del primo forum sociale mondiale di Porto Alegre del 2000. Avevano nella Banca mondiale e nel Fondo monetario internazionale i loro grandi antagonisti. E nella narrazione liberista della nascente stagione della globalizzazione, nella inarrestabile finanziarizzazione dell’economia reale, leggevano le premesse della futura distruzione delle risorse e degli equilibri climatici del pianeta, lo svuotamento delle democrazie, la violazione sistematica dei diritti umani, il disconoscimento del diritto di asilo, la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Ebbene, alzi la mano, oggi, chi può sinceramente sostenere che quei ragazzi non avevano visto arrivare quello che poi è arrivato. Un tempo della disuguaglianza – il nostro – dove il cinquanta per cento della popolazione mondiale possiede solo l’uno per cento della ricchezza mondiale. O, se preferite, dove l’uno per cento della popolazione mondiale possiede oltre il 50 per cento della ricchezza globale. Dove gli equilibri geopolitici consegnatici dopo la fine della Seconda guerra mondiale si sono dissolti a vantaggio di un neoimperialismo che vede la Casa Bianca e il Cremlino parlare la stessa lingua. Mentre il pianeta brucia in una drammatica transizione climatica.

Già, il G8 di Genova non fu un inciampo della nostra Storia. O un semplice infarto nella gestione dell’ordine pubblico. Non fu solo e soltanto la battaglia ingaggiata dalla magistratura genovese contro l’omertà degli apparati di sicurezza dello Stato per l’accertamento delle responsabilità delle violenze di quei giorni. Fu l’incrocio materiale e simbolico tra due prospettive sul mondo che la nuova stagione del centro-destra a Palazzo Chigi con il governo Berlusconi-Fini-Bossi decise di annichilire in una violenta resa dei conti in piazza.

Una donna cerca disperata la figlia durante il G8 di Genova del 2001. LAPRESSE - foto di MAURO SCROBOGNA 

La militarizzazione della città, la blindatura fisica del suo centro storico, la macroscopica concentrazione di uomini, mezzi e risorse utili più a una battaglia campale che al contenimento di cortei, l’espropriazione della gestione dell’ordine pubblico per mano della politica e del vertice della polizia, il dispiegamento di batterie missilistiche a guardia del golfo, la campagna di intossicazione con cui i nostri servizi di intelligence avvelenarono la vigilia (fino al punto grottesco di ipotizzare che i “No global” avrebbero utilizzato come armi sacchetti di sangue infetti di Hiv) crearono scientificamente un contesto di guerra urbana e ne posero le premesse. E fu lungo quel piano inclinato che gli eventi scivolarono e furono lasciati consapevolmente scivolare verso un punto di non ritorno. Mostrando per tre interminabili giorni – in via Tolemaide, in piazza Alimonda, a Bolzaneto, alla Diaz – il cuore di tenebra che aveva e avrebbe continuato a battere in una parte del Paese, come del resto la coda di questi venticinque anni ci avrebbe dimostrato. Ci si può perdere nei documenti giudiziari e nelle testimonianze sul dettaglio di ciò che accadde. Ma può valere la pena riproporre le parole che Roberto Settembre, giudice estensore della sentenza di appello che condannò i responsabili delle violenze nella caserma di Bolzaneto, decise di affidare al libro scritto nel 2014 (Gridavano e piangevano, Einaudi) per condividere lo sgomento di quella esperienza: “Ero di fronte a un evento non solo di dimensioni macroscopiche, ma di una particolare qualità: centinaia di cittadini non erano solo stati privati della libertà, non erano solo stati lesi nella loro incolumità fisica e psicologica. Erano stati vittime di comportamenti tesi a far sorgere sentimenti di paura, di angoscia, di inferiorità in grado di umiliarli così profondamente da ledere la dignità umana”.

Soli e isolati

Paura, angoscia, umiliazione. In questi tre sostantivi è l’epitaffio e insieme l’eredità che la ferita aperta a Genova avrebbe consegnato per almeno i due lustri successivi a quella generazione di cui era stato letteralmente spezzato il sogno. Abbandonato dalla politica e dal Parlamento che rinunciarono per convenienza e pavidità a esercitare il loro ruolo consegnando alla supplenza dei processi penali il compito di scrivere e interrogarsi sulla dimensione, la profondità e il senso di quanto accaduto in quei giorni (venne rapidamente abortita l’ipotesi di costituire una commissione parlamentare di inchiesta sui fatti del G8), il movimento No global italiano si sarebbe progressivamente consumato, fino a spegnersi, in un lacerante e cannibale dibattito interno. Che avrebbe visto prima la diaspora delle componenti cattoliche, quindi l’isolamento dell’ala più radicale e infine la riaggregazione sui territori e su singole parole d’ordine di alcune delle istanze dell’originaria agenda altermondialista (la battaglia contro l’Alta velocità in val di Susa; il referendum sull’acqua; le mobilitazioni sul tema dei rifiuti; la sfida epocale delle migrazioni).

Né sarebbe stata agevole e lineare la parabola degli apparati dello Stato. A cominciare dalla Polizia. La discontinuità con cui, nel 2017, Franco Gabrielli decise di rompere con la lunga stagione di Gianni De Gennaro, definendo i fatti del G8 una «sospensione della democrazia», riconoscendo gli errori commessi e la necessità di un’assunzione di responsabilità («Al posto di De Gennaro mi sarei dimesso»), non sarebbe stata sufficiente a mettere definitivamente al riparo gli apparati dall’assalto di una nuova stagione di governo delle destre. Il che, a distanza di venticinque anni, ripropone oggi intatto il nodo di quei lontani giorni di luglio del 2001.

Genova 2001: un ragazzo, su un’auto capovolta, alza il pugno mentre attorno sfilano i manifestanti. ANSA FOTO 

E conferma, ammesso fosse necessario, come la nuova stagione securitaria in cui è stato precipitato il Paese torni a rianimare il fantasma di Genova. Certo, sarebbe senz’altro sbagliato sostenere che venticinque anni siano passati invano. Ma sarebbe altrettanto ipocrita nascondere e nascondersi come questo anniversario tondo ci sorprenda di nuovo a constatare che il Paese sia tornato a respirare un’aria e ad ascoltare un lessico che è oggi nell’agenda politica della destra raccolta intorno al generale Vannacci, che è bagaglio e senso comune dei nostri sovranisti e che chi ebbe la sventura di passare per le celle di Bolzaneto ascoltò dai propri carcerieri in uniforme. Se la memoria può e deve svolgere una funzione, quella del G8 di Genova torna dunque a segnalare l’urgenza per la cultura democratica del Paese di riappropriarsi del tema imprescindibile del rappor­to tra sicurezza e libertà. Tra Stato e dissenso. Viceversa, con­tinueremmo a guardare a quei giorni di venticinque anni fa come si fa con un esorcismo. Senza capire che quelle immagini ormai ingiallite parlano del cuore di tenebra che ancora batte nel nostro presente e da cui una democrazia non deve smettere di sapersi guardare e proteggere.

Sul Venerdì del 10 luglio 2026

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