Willem Dafoe: «Non sono bello, allora faccio il cattivo. Senza rimpianti»
di Marco ConsoliVENEZIA. «Da quando avevo 20 anni, ogni giorno, tengo un diario quotidiano: scrivo cosa mi è accaduto, i miei pensieri, cerco di fare il punto con me stesso. E ho accumulato tutti questi taccuini, con la data sul dorso, in una cantina, che ormai ne è zeppa. In molti l’inchiostro è colato o evaporato, quindi spesso si leggono poche righe, tanto che una volta ho pensato di farne una carta da parati insieme a una galleria d’arte. La verità è che non ne ho mai riletto uno per davvero, vivo il presente e guardare indietro non mi interessa granché».
Nonostante gli oltre 150 film girati in carriera, tra cui capolavori come Platoon, L’ultima tentazione di Cristo, Affliction, The Aviator e tanti altri, che lo hanno reso la più camaleontica delle star in circolazione, Willem Dafoe, alla soglia dei 71 anni, che compirà il 22 luglio, non è particolarmente interessato a guardare al passato o a celebrare se stesso, come accade in Late Fame, il suo nuovo film presentato lo scorso anno al festival di…
VENEZIA. «Da quando avevo 20 anni, ogni giorno, tengo un diario quotidiano: scrivo cosa mi è accaduto, i miei pensieri, cerco di fare il punto con me stesso. E ho accumulato tutti questi taccuini, con la data sul dorso, in una cantina, che ormai ne è zeppa. In molti l’inchiostro è colato o evaporato, quindi spesso si leggono poche righe, tanto che una volta ho pensato di farne una carta da parati insieme a una galleria d’arte. La verità è che non ne ho mai riletto uno per davvero, vivo il presente e guardare indietro non mi interessa granché».
Nonostante gli oltre 150 film girati in carriera, tra cui capolavori come Platoon, L’ultima tentazione di Cristo, Affliction, The Aviator e tanti altri, che lo hanno reso la più camaleontica delle star in circolazione, Willem Dafoe, alla soglia dei 71 anni, che compirà il 22 luglio, non è particolarmente interessato a guardare al passato o a celebrare se stesso, come accade in Late Fame, il suo nuovo film presentato lo scorso anno al festival di Venezia (atteso per l’autunno e distribuito da iWonder), dove è un impiegato delle poste a New York, il cui passato di poeta viene riscoperto e celebrato, suo malgrado, da una combriccola di giovani aspiranti intellettuali. «La fama è appiccicosa, mi dà fastidio, anche se non mi dispiace quando i fan mi chiedono un selfie: è l’occasione di abbracciare persone magre, grasse, di tutti i tipi, sono felice di interagire con loro. Sono cresciuto in un ambiente puritano e la fama implica che tu sia migliore degli altri, una cosa che detesto anche se riguarda me. L’unico aspetto che apprezzo è che mi permette di girare più film», dice l’attore, che infatti inanella progetti a ritmo incalzante. In arrivo c’è anche The Souffleur, dove è il direttore dell’Intercontinental Hotel di Vienna che fa i conti con la grandeur di un passato che non c’è più e l’imminente chiusura, ma anche prossimamente Cuddle, dove sarà un terapeuta che conforta le persone con le coccole («Sarà un film piuttosto forte», commenta) e White Lies, storia di figli che ripetono gli errori dei padri, dove tornerà a lavorare con Oliver Stone, dopo Platoon e Nato il 4 luglio: «Dopo il successo di Platoon avevo paura che mi offrissero ruoli simili, e così è stato per un po’, ma io non sono di quegli attori che vogliono trasformarsi in un brand, preferisco scomparire nei personaggi. Per questo faccio tanti film, mi piace arrivare in un posto, senza sapere se sarò in grado di calarmi in un personaggio».
Ne ha interpretati centinaia, anche celebri come Pasolini, Van Gogh, T.S. Eliot, e altri umili, sconosciuti. Ha un metodo per entrare nella parte?
«Penso che il personaggio si riveli attraverso ciò che fai, non penso mai alle emozioni come spunto principale, mi affido all’azione. Per questo ogni volta cerco di arrivare a un ruolo con qualcosa di nuovo da imparare, come ad esempio dipingere per fare Van Gogh. A volte però conta la trasformazione: ricordo che Lynch per Cuore selvaggio mi portò dal dentista per farmi una dentiera di denti storti e brutti, e quando la indossai non riuscivo più a chiudere la bocca. Il personaggio è partito da lì. Mi piace non sapere e affidarmi alla mia curiosità e ai registi».
Perché?
«Perché la loro visione non coincide sempre con la mia e questo azzera l’ego di credere di sapere cosa sia giusto per me, e mi fa sentire più libero. Con alcuni come Lars von Trier, Wes Anderson, Paul Schrader, sono tornato a lavorare più volte, perché si è creato un rapporto di fiducia. Per me recitare è come innamorarsi: trovare la parte migliore di sé, impegnandosi al massimo, senza curarsi delle conseguenze».
«Dalla mia formazione teatrale di gioventù a New York, col Wooster Group, negli anni 70, che mi ha plasmato. Ci sono arrivato dopo aver lasciato presto il liceo in Wisconsin. A teatro è nata l’idea di fare, anziché mostrare. A differenza del cinema, dove le battute le pronunci una volta sola, sul palcoscenico ci ritorni ogni sera ed è un’esperienza molto più fisica».
A meno di girare quattro Spider-Man. Le dispiacerebbe essere ricordato per quei film, che hanno visto quasi tutti, a differenza di tante altre sue pellicole?
«Mi sono divertito a farli. Perché nei tre che ha girato, Sam Raimi ha trasformato un blockbuster in un film molto personale. Mi fa piacere che piaccia ai fan, ma io non rivedo i miei film, al massimo ripenso con nostalgia alle persone con cui ho lavorato, perché ogni volta è un viaggio unico e irripetibile. E francamente non mi importerà di essere ricordato quando sarò morto (ride)».
È una persona nostalgica?
«No, vivo il presente, come le dicevo, ma ho mantenuto un appartamento a New York, dove ho vissuto per decenni. E quando torno, la ritrovo cambiata, non la riconosco più. Per me ormai è una città di fantasmi, perché una volta ero il più giovane del gruppo, oggi sono il più vecchio. Tanti amici non ci sono più, da casa mia a SoHo vedevo fino a Canal Street, e c’era una bellissima chiesa, che hanno demolito per costruire un orribile hotel. Ora da diversi anni vivo a Roma, dove sono venuto e rimasto per amore (della regista Giada Colagrande, sua moglie dal 2005, ndr), e dove mi piace ritornare, visto che viaggio tanto per lavoro, e cucinare per gli amici».
Come Abel Ferrara, con cui ha girato diversi film, l’ultimo è stato Tommaso.
«Non amo improvvisare sul set le battute, però quel film è stato totalmente improvvisato: Abel mi spiegava le scene e io inventavo al momento. Tutto sommato mi pare sia venuto bene».
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Diceva che le piace cambiare continuamente, per non essere incasellato. Le è capitato spesso, Platoon a parte?
«Se non sei un bello convenzionale non sanno che ruoli darti, così ti fanno fare il cattivo. E a inizio carriera ho incarnato dozzine di villain. Non è facile perché rischi di andare sopra le righe, ma i personaggi folli sono divertenti. E piacciono al pubblico, perché è la fantasia proibita di tutti fare qualcosa di illecito».
Dice?
«Mio padre era un uomo perbene, un chirurgo stimato, che lavorava duro, andava a messa tutte le domeniche, non ha mai bevuto e ha avuto la stessa donna per tutta la vita. Un giorno mi ha preso in disparte e mi ha detto: adoro quel film in cui interpreti lo stupratore!».
E a lei piacciono i cattivi al cinema?
«Sì, ma non quelli eccessivi, piuttosto quelli che non diresti mai che possono farti del male, una dote che spesso si trova nei non attori. A me interessa l’umanità di un interprete, non la performance virtuosistica. Per questo sono un grande fan di Warren Oates (attore di Il mucchio selvaggio, ndr): lo guardi e vedi la persona, non la recitazione».
Tornerà a lavorare con Robert Eggers nell’horror Werwulf con cui aveva girato Nosferatu e The Lighthouse.
«Non lo conoscevo, l’ho scoperto vedendo The Witch all’Angelika Film Center a New York, e ho pensato che avessimo molte cose in comune così l’ho cercato. Mi era capitata la stessa cosa con Wes Anderson, di cui amavo lo stile: venne a vedermi a teatro e andammo a cena. E poi un giorno mi chiamò all’ultimo per Le avventure acquatiche di Steve Zissou: il ruolo era destinato a un altro attore, che si era tirato indietro all’ultimo per un cachet più alto in un altro film, che poi non ha avuto successo».
Il suo rapporto col successo qual è?
«Una carriera abbastanza lunga è sempre un insieme di successi e fallimenti. Ricordo i fischi per Lulu on the Bridge a Cannes: il regista, Paul Auster, mi chiamò dopo la première e mi disse “siamo morti”. E ricordo l’ovazione nel 2009 per Antichrist di Von Trier. Qualche giorno dopo andai al party di Parnassus di Terry Gilliam, dalla cui proiezione la gente usciva a frotte, e vidi Johnny Depp seduto da solo, non se lo filava nessuno. Capita a tutti, prima o poi».
Su il Venerdì di Repubblica del 10 luglio 2026