Il Venerdì

Johan Harstad, autore di un romanzo di 1.200 pagine: «Scrivo come un guerrigliero»

Johan Harstad
Johan Harstad 

“Ho imparato molto dalle tattiche dei vietcong, attacco la vita su più fronti”, dice lo scrittore norvegese in libreria con il fluviale Max, Mischa e l’Offensiva del Tet

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«Scrivere un romanzo lungo è come riempire valigie enormi. Puoi metterci dentro moltissime cose: ma devi stare attento a non infilarcele alla rinfusa, altrimenti ti porti dietro un bagaglio inutile, con pezzi che non collimano fra loro. Nella vita, ho letto tanti libri-kolossal che non avevano alcun bisogno di esserlo. Credo che a una certa lunghezza e complessità corrisponda altrettanta responsabilità. E io ho fatto del mio meglio per prendermela». Johan Harstad, classe 1979, scrittore e drammaturgo norvegese, è autore di una dozzina di romanzi, tradotti in tutto il mondo. In Italia è appena uscito, edito da Sellerio, il suo Max, Mischa e l’Offensiva del Tet, che, quando fu pubblicato in patria nel 2015, divenne un caso letterario. Un libro che nel 2018 ha vinto anche il Premio Europeo per la letteratura, celebrato come “il più grande romanzo americano scritto da un europeo”. Lungo ben 1.242 pagine, è lineare nel suo essere labirintico mentre ripercorre la vita del protagonista, lo scrittore e drammaturgo Max – la cui storia ha iniziali similitudini con quella dell’autore, salvo poi prendere altre realistiche strade – e i suoi amici: la pittrice Mischa, che somiglia a Shelley Duvall, e l’amico del cuore Mordecai che invece è un attore. Senza dimenticare lo zio Ove, trasferitosi in America inseguendo il sogno di diventare musicista jazz e finito, per ottenere la cittadinanza, a combattere in Vietnam, dove ha appreso metodi di guerriglia che, a suo dire, sono un’ottima strategia di sopravvivenza anche nella vita quotidiana.

Come ha elaborato una trama così complessa? «Il progetto iniziale era più semplice, poi è cresciuto quasi naturalmente. L’ho scritto in un’epoca in cui il rapporto degli europei con gli Stati Uniti era molto più semplice e felice: anche perché era l’era in cui c’era Obama alla Casa Bianca. Volevo approfondire la fascinazione di noi europei per l’America, rafforzatasi dopo la Seconda guerra mondiale. E allo stesso tempo il senso di vergogna che provavo perché, essendo di sinistra, avrei dovuto considerare l’America il nemico. Insomma, volevo esplorare diverse pulsioni. Per un po’ non ho saputo nemmeno chi sarebbe stato il protagonista, se Max e il suo rapporto ritroso verso l’America o lo zio Ove che va in guerra per inseguire il suo amore per il jazz».

I protagonisti sono tutti artisti. «Inizialmente non volevo, mi sembrava una soluzione facile, scontata, e mi ha infastidito quando lo sono diventati. Ho cercato di evitarlo, fin quando mi sono reso conto che il tentativo di dar loro lavori “normali” faceva risultare la trama forzata. Così ho deciso che, ok, sarebbero stati artisti, ma avrei preso la cosa molto sul serio. Max, il drammaturgo, è basato sulla mia esperienza personale: conosco bene i meccanismi del teatro. E questo è valso anche per Mordecai. Invece, sapevo poco di musica e ho dovuto imparare la teoria musicale. Il vero problema è stata Mischa: mi occupo di grafica ma non avevo mai preso in considerazione la pittura; però per andare avanti dovevo visualizzare i suoi lavori. Così ne ho creati sei o sette al computer con software grafici, in modo che sembrassero dipinti. Ci ho messo mesi, in cui ero concentrato solo su quello, e avevo smesso di scrivere. È finita che ho imparato nuove tecniche e ora dipingo: un anno fa ho fatto la mia prima mostra personale».

Il romanzo è una summa di arte, cinema e musica del Novecento. Con dentro anche l’epopea della guerra del Vietnam. Come ha gestito così tanti input? «Sapevo dall’inizio che volevo includere la guerra del Vietnam, una costante dei miei romanzi: m’interessa fin da quando ero bambino, ho un’intera libreria piena di volumi che la raccontano. Vidi Apocalypse Now a undici anni e mi colpì profondamente. Fu il primo film a farmi capire che il cinema è arte. E che essere adulti non significa necessariamente avere il controllo della situazione: in Vietnam combattevano persone che non avevano idea di dove fossero finiti e di cosa stessero facendo. Allo stesso tempo, non volevo scrivere una storia di guerra, ma di quel che accade dopo. Gli altri spunti sono arrivati con il tempo: li ho accolti e si sono incastrati perfettamente con la storia. Ci ho messo sette anni a scrivere il romanzo e ho praticamente messo dentro tutto ciò che mi ha interessato in quel periodo».

Quando ha capito che il progetto stava crescendo? «A metà: intorno a pagina 500, sapevo di avere ancora molto da scrivere. Così ho parlato con la mia editor e le ho detto che il libro stava diventando molto lungo e la cosa mi spaventava: già è difficile scrivere un romanzo breve, con uno davvero grande la possibilità di fallire aumenta. Lei mi ha rassicurato: non importa quanto sarà lungo, disse, quel che conta è la bontà del contenuto. Ammonendomi, però, che in un romanzo lungo ogni paragrafo deve giustificare la sua esistenza. Alla fine, lo abbiamo rivisto due volte, riga per riga. Che ci crediate o meno, abbiamo tagliato centinaia di pagine. Quindi più che un romanzo lungo, lo considero il libro più breve che potevo scrivere in quel momento».

Ha temuto di non farcela? «È un timore che ho sempre. Ricordo che a un certo punto, ho avuto l’intuizione di come finirlo, quale sarebbe stata l’ultima frase. Era l’ultimo anno di scrittura e anche il mio primo da padre: magnifico ed estremamente frenetico. Ricordo di aver lavorato per mesi anelando di arrivare a quella frase. E quando l’ho finalmente scritta, ho provato un senso di sollievo e, insieme, di paura. Che non se n’è andata: tanto che quando ho ricevuto la prima copia cartacea del libro, non l’ho nemmeno sfogliata. L’ho messa sullo scaffale, pensando che se l’avessi toccata mi avrebbe portato sfortuna».

Legge usualmente libri molto grandi? «Leggo di tutto: libri lunghi, brevi, poesie, saggi. Non mi dispiace leggere libri lunghi: creano uno spazio fisico dove sia il lettore che lo scrittore convivono. Un mondo a parte, un rifugio. Ti permettono di entrare totalmente nell’atmosfera letteraria dei personaggi. Comunque ho scritto anche libri molto brevi: uno conta solo 89 pagine e un altro è composto di racconti di massimo due, tre pagine ciascuno».

Sull’intera storia incombe la lezione di zio Ove secondo cui le tattiche di guerriglia si possono applicare alla vita quotidiana. Strategia per disperati o idea geniale? «Entrambe: la tattica è figlia della disperazione, nasce dal non avere più alternative. E il genio emerge quando è impossibile tirarsi indietro e bisogna essere creativi per forza. La lezione dell’Offensiva del Tet, che dà il titolo al romanzo, per me è stata addirittura una strategia di lavoro».

In che senso? «L’Offensiva del Tet fu un attacco a sorpresa su larga scala dei nordvietnamiti contro le principali città del Sud: assaltarono tantissimi luoghi simultaneamente ed è proprio quello che ho cercato di fare con il romanzo. Anch’io ho “attaccato”, inserendo nel libro tantissimi argomenti, temi e luoghi geografici diversi. Ho provato a scrivere di tutte queste cose contemporaneamente sperando che alla fine ne sarebbe venuta fuori la storia completa di una vita. Perché il Max del romanzo è un anziano che vuol raccontare la storia sua e dei suoi amici prima che la memoria svanisca. Insomma, anche se nel libro non ci sono molti altri riferimenti diretti al Tet, quella tattica è la base dell’intera opera letteraria. Un’offensiva della memoria che mette alla prova tutti: lo scrittore, il lettore, i personaggi».

È un libro che s’interroga sul senso di un’intera vita, partendo dal malinconico presupposto che a casa – cioè al passato – non si torna più. «Per anni ho pensato che sarei tornato a Stavanger, sud-ovest della Norvegia, dove sono nato. Non l’ho mai fatto, rendendomi conto che, se non torni nel luogo da cui vieni, lo perdi. Esiste solo nei ricordi, ma non è più tuo. Ci passi, noti i cambiamenti, ma non entrano nella mappa della tua memoria. Ho provato a sommare questa sensazione personale all’esperienza dei tanti migranti norvegesi trapiantati in America da oltre un secolo: legati al passato, parlano una lingua che non si è evoluta e fanno cose che da noi sono state abbandonate, tipo dipingere rose sulle loro case. Sono partito dal senso di spaesamento cercando di convincermi che niente è mai perduto: solo reinventato».

Sul Venerdì del 24 luglio 2026

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