Ecce tomo: perché i romanzi lunghissimi hanno ancora successo
di Nicola MirenziTenere stretta la vita prima che scompaia. Non farla svanire. Impedire che si sgretoli. La ragione per cui ha scritto un romanzo di 1.242 pagine, Johan Harstad la dichiara fin dalle prime battute di Max, Mischa e l’Offensiva del Tet, appena uscito per Sellerio: “Non scrivo perché quel che abbiamo vissuto non l’abbia mai vissuto nessun altro; le nostre vite non erano particolarmente spettacolari né significative. Non lo sono mai state, né allora né ora. Però erano le nostre vite, erano intrecciate, e mi è venuta una gran paura di perderle”.
Chissà se sia questo il segreto di chi scrive i “mattoni”, ossia quei libri di centinaia e centinaia di pagine che, a volte, compaiono sugli scaffali delle librerie e promettono di rapirci per un’estate intera, non farci pensare ad altro, trascinarci via dalle notifiche di Whatsapp, dalle foto di Instagram, dai video di TikTok, dalla notizia dell’ultima carneficina dietro l’angolo di casa, dalle corna tra celebrità o l’ultimo guizzo di mercato prima…
Tenere stretta la vita prima che scompaia. Non farla svanire. Impedire che si sgretoli. La ragione per cui ha scritto un romanzo di 1.242 pagine, Johan Harstad la dichiara fin dalle prime battute di Max, Mischa e l’Offensiva del Tet, appena uscito per Sellerio: “Non scrivo perché quel che abbiamo vissuto non l’abbia mai vissuto nessun altro; le nostre vite non erano particolarmente spettacolari né significative. Non lo sono mai state, né allora né ora. Però erano le nostre vite, erano intrecciate, e mi è venuta una gran paura di perderle”.
Chissà se sia questo il segreto di chi scrive i “mattoni”, ossia quei libri di centinaia e centinaia di pagine che, a volte, compaiono sugli scaffali delle librerie e promettono di rapirci per un’estate intera, non farci pensare ad altro, trascinarci via dalle notifiche di Whatsapp, dalle foto di Instagram, dai video di TikTok, dalla notizia dell’ultima carneficina dietro l’angolo di casa, dalle corna tra celebrità o l’ultimo guizzo di mercato prima dell’inizio del campionato. Per rimanere nel campo letterario, esempi relativamente recenti sono: L’amica geniale di Elena Ferrante, quattro volumi per un totale di 1.728 pagine; Gli increati di Antonio Moresco, 1.036 pagine; La scuola cattolica di Edoardo Albinati, 1.236; Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi, 824; Una vita come tante di Hanya Yanagihara, 1.104. Più narrativi: La saga dei Florio di Stefania Auci, 1.136 pagine su tre volumi, o Il cardellino di Donna Tartt, 896. Romanzi-mondo, ambiziosi, scritti per accostarsi a verità ultime, conclusioni definitive, qualcosa che resti.
Ma c’è davvero qualcuno che li legge dall’inizio alla fine? E perché gli editori li pubblicano? Non si accorgono che il mondo è un treno che corre a una velocità così forsennata che non si leggono più nemmeno gli slogan della pubblicità fuori dal finestrino? Come gli viene in mente di darli alle stampe? Non rischiano la rovina economica? Nell’Ottocento, sì, era di norma abbandonarsi al romanzone. Ma oggi ci sono Netflix, Amazon Prime, Disney+, Hbo Max, piattaforme piene di serie che durano una, due, tre, quattro, cinque, sei stagioni, ore e ore di storie raccontate come Dio comanda, quale altro bisogno “narrativo” rimane insoddisfatto?
Controcorrente
«In un mondo che si smaterializza sempre di più», dice Roberto Cicala, docente di editoria all’Università Cattolica di Milano, «il libro voluminoso è innanzitutto un oggetto che pretende di avere uno spazio, che rivendica il dovere della letteratura di occupare il proprio posto. Scriverlo, pubblicarlo e leggerlo è un gesto controcorrente, ma che incontra un pubblico solido». Secondo Cicala, autore per il Mulino de I meccanismi dell’editoria, il mercato dei libri è un universo frastagliato. Funziona per nicchie. Che, come le cellette di un alveare, compongono l’insieme. Quella dei “mattoni” è una nicchia costituita anche da persone giovani. «C’è una fetta di lettori, di età compresa tra i 18 e i 35 anni, che è cresciuta leggendo le grandi saghe fantasy come l’Harry Potter di J. K. Rowling. È gente abituata alla lunghezza. Anzi, la desidera. È nella lunghezza che trova il proprio habitat, la possibilità di esplorare i vari strati della realtà». Ma non gli bastano le serie tv? «Paradossalmente, le serie non hanno ucciso le opere letterarie lunghe, anzi le hanno rivitalizzate, gli hanno cioè dato la possibilità di tornare ad avventurarsi sul terreno della lunga distanza da una prospettiva completamente diversa. La prospettiva, appunto, della letteratura».
Settecentoquarantaquattro sono le pagine di Tutti i colori del buio di Chris Whitaker, un romanzo di alto intrattenimento che da poche settimane è arrivato in Italia, pubblicato da Einaudi Stile Libero, dopo un successo internazionale da tre milioni di copie, ed è subito schizzato in testa alla classifica della narrativa straniera. Non c’erano certo le stesse prospettive di vendita lo scorso anno, quando, per la stessa collana, è approdato in libreria Digressione di Gian Marco Griffi, 1.024 pagine, un romanzo puramente letterario. «Ma per fortuna», dice Paolo Repetti, il direttore di Einaudi Stile Libero, «l’editoria non è un mestiere che si fa solo con la calcolatrice in mano». Dal suo punto di vista, la questione del romanzone non si pone sotto forma di tendenza di mercato da cogliere, piuttosto come capacità di riconoscere l’unicità del romanzo e dell’autore che lo ha scritto. «Non mi spaventa pubblicare un libro di mille pagine se in quel libro riconosco il valore letterario, lo stile di uno scrittore vero. Un editore naturalmente è più cauto quando compie una scelta del genere. Deve tener conto dei costi, della difficoltà di promozione. Ma quando sceglie di farlo è perché anche lui coltiva un’ambizione alta: pubblicare un romanzo che può rimanere nella storia della letteratura».
In trent’anni di esperienza alla guida di Einaudi Stile Libero, Repetti ha maturato la convinzione che dietro un manoscritto di migliaia di pagine quasi mai si nasconde un principiante, uno scrittore insignificante. «Non mi capita spesso di ricevere libri di grandi dimensioni. Ma, quando succede, è raro che l’opera non abbia alcun valore». Tolti i grafomani, che si riconoscono dopo poche pagine, un autore che si dedica con tanto impegno a un’opera così ambiziosa, solitamente qualcosa da dire ce l’ha. «Il lavoro dell’editore, poi, è quello di valutare il rapporto tra l’ambizione dell’opera e risultato letterario. Criterio che in realtà vale per qualsiasi opera, breve o lunga che sia: non è dal numero di pagine che si giudica un libro».
Una boccata d’aria
E cosa fa un critico quando si trova di fronte a un librone? Si mette le mani nei capelli, deride le ambizioni smisurate dell’autore o ne è attratto, ammirato? Massimo Onofri, ordinario di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Sassari, risponde che il suo primo istinto è quello della «simpatia». «Nell’era dell’ipervelocità, l’invito di un librone a ritagliarsi del tempo per leggere e basta, disertare l’imperativo della rapidità, la considero una boccata d’aria, una sorta di astuzia della provvidenza». Un critico, però, il librone è obbligato a leggerlo. «Certo. Ma noi critici siamo come gli enogastronomi: non abbiamo certo bisogno di bere l’intera botte per capire se il vino è buono». Lei, però, ha confessato un pregiudizio positivo per i libroni: anche senza berne un sorso. «Attenzione: apprezzo il gesto dello scrivere un libro di queste dimensioni. Lo considero un atto di libertà nei confronti degli imperativi sociali. Poi, ogni romanzo va giudicato in sé. Ma ecco: ci vuole niente a stroncare un librone, ci vuole molto, invece, per apprezzarlo». E lei nel tempo quali ha apprezzato? «Gli increati di Antonio Moresco per esempio m’impressionò». E La scuola cattolica di Albinati? «Ha meritato di vincere il premio Strega». Gian Marco Griffi? «Ferrovie del Messico è un gran romanzo. Digressione non è riuscito a rimanere allo stesso livello». Uno che non l’ha soddisfatta proprio? «Mi viene in mente un romanzo del 1975, ma importante: Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Avrebbe guadagnato in qualità se fosse stato asciugato». Non vale per tutte le storie? «Basta con questo mito delle storie, la prego. Non stiamo parlando di letteratura?». Sì. «E allora si deve essere all’altezza della vita. Un romanzo deve dare al lettore gli strumenti per guardare la realtà a vari livelli, svelare le imposture sociali, fornirgli elementi critici per farlo pensare con la propria testa, metterlo di fronte ad alcune verità, fino al limite di vedere dov’è il bene e dov’è il male. A questo serve la letteratura. A questo possono servire i romanzoni. Altro che storie e basta».
Il prototipo
Era l’inizio del secolo quando in Italia veniva pubblicato per la prima volta, da Fandango editore, Infinite Jest di David Foster Wallace, il prototipo del romanzone postmoderno. In America era uscito quattro anni prima, nel 1996. Numero di pagine: 1.070. Numero delle pagine in italiano: 1.434. A tradurlo era stato lo scrittore Edoardo Nesi. Che al Venerdì dice: «È stata una delle esperienze più intense della mia vita». Il libro di Foster Wallace alterna pagine di forte tensione drammatica a lunghissime digressioni storiche, flussi di coscienza a tratti indecifrabili a improvvisi momenti umoristici. Ha un gergo speciale e minuzioso, ci sono nomi di molecole, di farmaci, ma anche sigle, marchi. Ben duecento pagine sono solo di note. È universalmente riconosciuto come un capolavoro. «Un libro così si scrive con l’idea di dire le cose come stanno. Ma anche per insubordinazione alla disciplina del taglio. All’idea che bisogna adeguare la propria visione della realtà alle dimensioni standard di un libro».
Per Edoardo Nesi nessun altro librone può essere accostato a Infinite Jest. «Escluso l’Ulisse di Joyce, probabilmente». Ma, scrivendolo, Wallace ha enunciato una verità sul potere della letteratura che vale per tutti, in ogni luogo, in ogni tempo. «Ossia che non c’è nulla della vita che non si possa raccontare. Tutto può diventare materia di un romanzo. Ammesso che tu abbia il talento, la dedizione, la capacità di scriverlo». Anche Nesi prova un moto di simpatia istintivo per i libroni. «Perché contengono in sé un atto di fiducia nei confronti della letteratura». E la ragione per cui di libroni c’è sempre più bisogno Nesi la trae dalla propria esperienza di utente Instagram. «Seguo un account che si chiama @purestnostalgia. Ricrea, con l’intelligenza artificiale, situazioni di vita degli anni Ottanta. I miei anni. Ogni giorno guardo quelle immagini e provo un sentimento ambivalente: da una parte, sono ammirato; dall’altra, spaventato. Sono ammirato perché ho la sensazione, guardando quelle foto, di riprecipitare indietro nel tempo. Ma sono anche spaventato perché quelle immagini, finte, rischiano di cancellare i miei ricordi, veri, sostituendosi pian piano ad essi. È a questo, penso, che servono i libroni: a trattenere il tuo sentimento del tempo prima che il tempo lo cancelli, lo distrugga, lo sovverta, lo falsifichi».
Salvavita
Reduce da un ripasso della serie televisiva Breaking Bad, Nesi trova un altro motivo per apprezzare indirettamente i romanzoni: «Che cosa vuoi dire a quella serie? È perfetta. Ogni episodio è narrato magistralmente, Non c’è un modo migliore per raccontare quella storia. Ma la letteratura è un’altra cosa». Cioè, cos’è la letteratura? «È qualcosa che ti può far cambiare strada, che ti può svelare una verità su te stesso a cui da solo difficilmente saresti arrivato. Quando non sto bene, quando rischio di sprofondare, io non guardo le serie tv. Leggo Guerra e pace di Tolstoj. Perché il massimo che può fare Breaking Bad è intrattenerti meravigliosamente. Ma un romanzo di mille pagine ha il potere di fare una cosa che nessuna serie televisiva potrà mai fare. Che nessun altro strumento, oso dire, potrà mai fare. Né i social, né l’intelligenza artificiale, né altre mirabolanti tecnologie che in futuro arriveranno». Cioè? «Può salvarti la vita». Addirittura. «Sì, questo in fin dei conti fanno i grandi romanzi. Grandi anche in senso fisico. Ti salvano la vita».
Sul Venerdì del 24 luglio 2025