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Tu la conosci Ancona?

Panorama del porto di Ancona. Foto Zitti 

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Nella città che nel 2028 sarà Capitale della Cultura. Tra Vanvitelli, Tiziano, Luchino Visconti... E il poeta Vincenzo Cardarelli, che diceva: “Per vederla, bisogna guadagnarsela”
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ANCONA. Il barista dal braccio tatuato serve bicchieri di Verdicchio dei Castelli con porzioni robuste di “stocco”. L’abbreviazione ruspante indica lo stoccafisso essiccato che già nel Quattrocento arrivava da Venezia dentro le cambuse dei galeoni in viaggio per l’Adriatico. Nel quartiere degli Archi, lo si cucina sempre come allora. Rianimandolo in casseruola. Mentre il tatuato sforna dosi di pescetti fritti, un popolo misto di autoctoni e crocieristi, operai dell’Est trapiantati nei cantieri navali del porto e giovani partiti per studiare e rincasati per lavorare, fa le vasche dribblando i tavolini del chiosco e le piante esotiche di un giardiniere olandese e del suo vivaio che rigurgita fiori sul marciapiede rovente. Dall’altro lato della strada, il Panettiere rionale (recita l’insegna) è un ragazzo sulla trentina. Davide, con la moglie peruviana, pasticciera laureata in economia, ha lasciato Milano «per tornare nella mia città», dice «e darle una chance». La madre è l’antiquaria d…

ANCONA. Il barista dal braccio tatuato serve bicchieri di Verdicchio dei Castelli con porzioni robuste di “stocco”. L’abbreviazione ruspante indica lo stoccafisso essiccato che già nel Quattrocento arrivava da Venezia dentro le cambuse dei galeoni in viaggio per l’Adriatico. Nel quartiere degli Archi, lo si cucina sempre come allora. Rianimandolo in casseruola. Mentre il tatuato sforna dosi di pescetti fritti, un popolo misto di autoctoni e crocieristi, operai dell’Est trapiantati nei cantieri navali del porto e giovani partiti per studiare e rincasati per lavorare, fa le vasche dribblando i tavolini del chiosco e le piante esotiche di un giardiniere olandese e del suo vivaio che rigurgita fiori sul marciapiede rovente. Dall’altro lato della strada, il Panettiere rionale (recita l’insegna) è un ragazzo sulla trentina. Davide, con la moglie peruviana, pasticciera laureata in economia, ha lasciato Milano «per tornare nella mia città», dice «e darle una chance». La madre è l’antiquaria della porta accanto; la chiamano “la sindaca degli Archi” perché conosce ogni segreto di questa banlieue levantina, incastonata fra la stazione ferroviaria e la Mole del Vanvitelli, un quartiere storico caduto nel degrado per il suo stendersi a cento metri dallo scalo delle grandi navi. Ma sta rialzando la testa. Adesso, le targhe in ottone degli studi legali occhieggiano sui portoni dei palazzi signorili e si possono comprare appartamenti vista mare per 2.000 euro al metro quadrato. Ancora per poco.

Rivale di Venezia La nomina a Capitale italiana della cultura per il 2028 – giunta a marzo, lasciando le altre nove finaliste a bocca asciutta – aiuterà il rilancio e molti si accorgeranno finalmente di lei. Perché Ancona la geolocalizzano in pochi. Tutti sanno dove siano le algide spiagge del Conero, ma di lei quasi nulla. Non ci arriva neanche la A14, Bologna-Taranto, e l’uscita dell’autostrada col suo nome sta in un comune diverso. Eppure, in epoca remota, fu temibile rivale della Serenissima, uno snodo di rotte e commerci così efficiente da scippare alla Laguna il primato della tintoria, forte delle antiche tecniche di estrazione dei pigmenti porpora dalle conchiglie e del blu cobalto dal guado, pianta di cui le Marche abbondano. In un laboratorio di Piazza del Plebiscito, Massimo Baldini lo ricrea bollendo le essenze in pentola; ha le unghie blu e racconta che «ora, per vendere un prodotto, c’è bisogno di raccontare una storia, e questo è un colore di duemila anni fa». A due passi da lui, la fontana rinascimentale delle Tredici Cannelle, progetto abbagliante del Tibaldi all’imbocco di corso Mazzini, veniva usata dai tintori ebrei, interdetti a metà Cinquecento da ogni affare, costretti da una bolla del Papa a occuparsi solo di “arte strazzaria”, di stracci insomma. E loro s’inventarono un’industria fiorente. Oggi riposano nel Campo degli Ebrei, uno dei cimiteri ebraici più grandi d’Europa e che, dalla cima del parco urbano del Cardeto, guarda a Gerusalemme.

Il valore della residenza Se si considera la ricchezza di un passato che affonda nell’Età del bronzo, sette secoli prima di Roma, e che ha visto scorrazzare sul suo promontorio a gomito (Ankón, in greco antico) uno sciame di barbari, umbri, greci, siracusani, bizantini, oltre alle truppe del Barbarossa che cercarono inutilmente di domare la fiera città dorica, non stupisce il suo ritrarsi in una malinconia metafisica, da luogo di porto e di vestigia assolate. Il poeta anconetano Francesco Scarabicchi, nel meraviglioso saggio Una città di scoglio parla di “feroci solitudini” e scivola per le strade con un misto di romanticismo da viaggiatore del Grand Tour e di neorealismo alla Visconti, che proprio qui girò il suo Ossessione. Il libro è edito da Affinità elettive, casa editrice indipendente di Valentina Conti che pubblica da 25 anni solo testi su Ancona, organizza un Festival della Storia (a settembre) e crede fortemente «nel valore della residenza. Cioè, restare ad Ancona» sorride serissima, e spiega l’origine di uno stato mentale fatto di attese e transiti, dovuto al suo essere scalo, inzuppato da secoli di insidie, tempeste, saccheggi e malattie, vascelli turchi e truppe napoleoniche, bombardamenti e incursioni degli alleati. Aggrappata ostinatamente ai suoi cinque colli, vive in bilico fra memorie diafane e la stregoneria di un fenomeno naturale bellissimo e spaesante: la geografia della penisola, affacciata sui “due mari” che la cingono a est e a ovest, depista il senso dell’orientamento. Perché il sole fa il suo giro, ma sorge e tramonta sempre nell’acqua. In mezzo, scorre il viale della Vittoria, una spina lunga alberata e costeggiata di ville déco. Come una rambla. Taglia la città “da mare a mare” dicono, ovvero dal porto alla spiaggia bianca del Passetto. Ogni sera, una fiumana di anconetani la percorre in un rituale collettivo. I ragazzi che studiano medicina o ingegneria all’università (alcuni hanno collaborato alla creazione del dossier per il bando della Capitale) si rovesciano in spiaggia dopo le lezioni, per festini occasionali e in preda al morbì, che in vernacolo locale è la voglia matta di fare qualcosa. I “grottaroli” invece sono i pescatori che, in spiaggia, praticamente ci vivono, e abitano gli antri come fossero taverne. A custodire questa riva dall’alto, all’apice di una scalinata in pietra bianca che precipita in acqua per 47 metri di salto, troneggia un simbolo da cartolina, il Monumento ai Caduti a forma di tempio. Tutti lo chiamano, per sintesi e ossequio, “il Monumento”, come l’Etna per i catanesi è solamente “a Muntagna”. Il dislivello sarà diverso, ma la risalita mitica e sfidante pure qua è un tema. Come scriveva Vincenzo Cardarelli nel suo Viaggio nelle Marche: “per vedere Ancona, occorre guadagnarsela”.

In ordine sparso Sulle pendici del colle Guasco svetta il sontuoso Palazzo Ferretti, sede del Museo archeologico nazionale che, fra stanze nobiliari e soffitti affrescati, cura collezioni d’epoca, compresa una coppia di corone celtiche in lamina d’oro, preziosissima traccia dell’occupazione gallica. Il direttore Diego Voltolini si affaccia al balcone e guarda giù. «La cosa strana ad Ancona è che sali sempre. Finisci una rampa, ti volti, e sali ancora». L’immenso orizzonte leopardiano di Recanati qui impenna in verticale, coi palazzi spuntati sopra le mura della cittadella greco-romana, gli scaloni che arrampicano verso il Palazzo degli Anziani, un grattacielo medievale presidiato da stormi di colombacci, oltre agli edifici del Settecento ammonticchiati su quelli più antichi, come pure la chiesa di Santa Maria della Piazza che cela nella cripta resti di secoli prima. Una città a strati. Si capisce perché il giovane Vanvitelli, prima di farsi notare nella Caserta dei Borbone, abbia testato ad Ancona la sua vocazione per la scenografia, disegnando il pentagono galleggiante della Mole, ex lazzaretto, oggi sede del celebre Museo tattile Omero. Alle sue spalle, lievita teatralmente il centro urbano, dall’Arco di Traiano su fino a San Ciriaco, gioiello di romanico silenzio. Gli ovattati rosari del mattino si mescolano quassù allo sferragliare delle lamiere che si leva dall’arsenale dove si forgiano gli yacht del diportismo di lusso. Cortocircuiti e connessioni nutrono un giacimento di storie per turisti non distratti. «Ancona non è un compromesso. È qualcosa che scegli». Marta Paraventi, assessora alla cultura e storica dell’arte, ha una visione chiara per il rilancio della “sua” Capitale. Davanti ai capolavori di Tiziano e Lorenzo Lotto alla Pinacoteca di via Pizzecolli (altra salita da sherpa) snocciola un piano che è già partito. «L’urgenza è di riconnettersi alla storia, al patrimonio, al nostro passato e trasformarlo in presente». Nel frattempo Paola, studentessa di architettura approdata ad Ancona per amore (del mare), ha finito uno spritz dal tatuato e si sposta a cena. Andrea Miscia, chef nomade che ha cucinato per Ayrton Senna in giro per il mondo, ora impiatta antipasti di pesce della tradizione anconetana e filosofeggia: «assaggiate tutto, come nella vita, in ordine sparso».

Sul Venerdì del 21 agosto 2026

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