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Antonio Banderas: "In Tony sono lo chef maestro di Bourdain. Qui vi racconto la mia ricetta di vita”

Anthony Bourdain. Carlos Alvarez/Getty Images 

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L’attore è tra i protagonisti del film che racconta gli esordi del grande cuoco morto suicida nel 2018. “Ma se nei miei ristoranti ci fossero gli orrori di quelle cucine licenzierei tutti”. Intervista
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Nell’estate del 1975, per seguire una ragazza e lasciarsi alle spalle il New Jersey, i problemi con l’università, la famiglia e, soprattutto, con se stesso, il diciannovenne aspirante scrittore Anthony Bourdain, detto Tony, finisce a Provincetown, Massachusetts e, nello specifico, a fare lo sguattero nella cucina non proprio raccomandabile di un ristorante che serve principalmente aragoste. Il piatto forte, dalle parti di Cape Cod. Tony. Diario di un giovane cuoco si concentra su questo breve, ma seminale, capitolo nella vita oversize di uno chef celebre e scapestrato, scrittore di successo, divulgatore televisivo e molto altro, terminata nel 2018 con il suicidio. Ispirato al bestseller di Bourdain Kitchen Confidential, il film, diretto da Matt Johnson, racconta il coming of age della futura star in una cucina dove, certo, si confezionano pasti ma, anche, si beve troppo, si tira coca, si scopa con le clienti, meglio se sposine al pranzo di nozze, si vomita. E non ci si lavano le mani …

Nell’estate del 1975, per seguire una ragazza e lasciarsi alle spalle il New Jersey, i problemi con l’università, la famiglia e, soprattutto, con se stesso, il diciannovenne aspirante scrittore Anthony Bourdain, detto Tony, finisce a Provincetown, Massachusetts e, nello specifico, a fare lo sguattero nella cucina non proprio raccomandabile di un ristorante che serve principalmente aragoste. Il piatto forte, dalle parti di Cape Cod. Tony. Diario di un giovane cuoco si concentra su questo breve, ma seminale, capitolo nella vita oversize di uno chef celebre e scapestrato, scrittore di successo, divulgatore televisivo e molto altro, terminata nel 2018 con il suicidio. Ispirato al bestseller di Bourdain Kitchen Confidential, il film, diretto da Matt Johnson, racconta il coming of age della futura star in una cucina dove, certo, si confezionano pasti ma, anche, si beve troppo, si tira coca, si scopa con le clienti, meglio se sposine al pranzo di nozze, si vomita. E non ci si lavano le mani quanto si dovrebbe. Il giovane Tony è interpretato da Dominique Sessa, che aveva debuttato in Holdovers, sempre nel ruolo di ragazzo complicato, e il suo mentore, ovvero il padrone del ristorante, è Chef, un umanissimo, eppure misterioso, Antonio Banderas che si prende cura di lui, ma con i metodi militareschi da brigata di cucina.

Banderas possiede otto ristoranti: uno a Marbella e sette a Malaga, dove vive. «Il più grande, El Pimpi, la gente lo trova così sconfinato da dire che Malaga è un quartiere del Pimpi: in effetti c’entrano mille persone. Comunque, negli anni molte cose sono cambiate nella gastronomia e nei miei locali gli orrori igenico-sanitari che si leggono in Kitchen Confidential e si vedono nel film non sono nemmeno immaginabili: licenzierei tutti».

In questo film interpreta il mentore di Bourdain, l’unico adulto capace di meritarsi il suo rispetto, ma nella vita reale l’ha conosciuto? «Non l’ho conosciuto personalmente e non ero uno spettatore abituale dei suoi programmi, ma quando abitavo a Los Angeles, in una casa con una grande cucina molto vissuta e fornita di televisore, se stavo preparando qualcosa e mi capitava di vederlo, lo seguivo. Perché, più della parte gastronomica, trovavo interessante il fatto che usasse il programma per parlare delle tante culture del cibo in giro per il mondo: vederlo a Singapore, o in Giappone, o in Australia, o in Spagna, o in Argentina a scoprire come le persone collegano la cucina con la vita era affascinante».

Appena assunto, il giovane Bourdain fa una pessima figura, una di quelle schifezze di cui sopra, ma Chef non si scandalizza e lo prende sotto la sua ala: cosa vede in lui? «Forse la stessa confusione che probabilmente aveva in testa anche lui alla sua età. Sa, io ho un teatro a Malaga e durante le audizioni vedo ragazzi di 17 anni che vogliono diventare attori: posso leggergli dentro. Prima di tutto posso rivedere me stesso che facevo le cose che ora stanno facendo loro e vedo il talento, ma anche gli errori e so che posso aiutarli a correggerli, anche se non sono in grado di aiutare me stesso a correggere quegli stessi errori».

Sul Venerdì del 21 agosto 2026

Lei sa cucinare, sfilettare il pesce, riprodurre la paella che faceva sua madre: quando si insegna a qualcuno a cucinare, cosa si insegna davvero? «Ordine, disciplina, pulizia. Devi presentare ciò che stai facendo ad altre persone e a te stesso. Creatività, ovviamente. Storia, tradizione. Se cucini professionalmente, sai che le persone si aspettano qualcosa da te. È come uno spettacolo teatrale che passa attraverso un senso completamente diverso. Ma io non sono un cuoco professionista, anche se me la cavo bene con il riso: dalla paella in giù».

Una brigata di cucina e una troupe cinematografica hanno qualcosa in comune? «Serve un copione, o una ricetta; reperire gli interpreti, o gli ingredienti; filmare o cucinare; montare, o impiattare; andare al cinema, o al ristorante. Tutto si tiene, nella vita».

E non sai mai se il tuo piatto o il tuo film saranno un successo o un flop. «Questo è l’aspetto eccitante. Parlando degli attori, non importa quanta esperienza hanno, ma gente che ha fatto questo lavoro per decenni arriva a un punto in cui non può più controllare un personaggio, e quindi un film: è fuori e non sa perché. Questo è il brivido e la miseria dell’essere un attore, un artista: non puoi controllare la bestia. Ed è bellissimo».

Pedro Almodóvar ha avuto nella sua vita il ruolo che lei ha adesso nel film: l’ha scovato ventenne su un palcoscenico madrileno. Racconti. «Ho avuto i miei mentori, grazie a Dio. Più a teatro che sul set, ma in termini di cinematografia, di creatività e di coraggio, Pedro lo è stato davvero. Una persona completamente diversa da me che ho seguito e da cui ho imparato molto, soprattutto a mostrare davvero chi sono, senza paura».

Ma un discepolo, poi, lo deve lasciare il maestro? La relazione può durare tutta la vita o a un certo punto bisogna andare da soli? «Io continuo a vedere i miei mentori di molti anni fa. Fortunatamente, siamo ancora vivi e so che ancora posso imparare da loro. Perché vanno più avanti di me nel tempo e stanno passando in posti che io non ho ancora sperimentato. Ma, è vero, c’è un momento in cui, senza credertela troppo, capisci che hai messo insieme un buon numero di strumenti per iniziare a sviluppare la tua personalità e il tuo modo di affrontare la vita».

Dolor y Gloria è stato il punto di svolta nella relazione mentore-discepolo con Almodóvar? «È stato uno dei personaggi cinematografici più interessanti che ho fatto, anche per via del coinvolgimento emotivo di Pedro nel film. Succedevano cose durante la lavorazione che non si possono definire, si possono solo vivere. Io, poi, venivo da un infarto che mi ha portato ad avere un rapporto molto più relativista con la vita. C’era qualcosa nella relazione tra Pedro e me che era molto vera, come mai prima. La relazione tra noi e il tempo e noi e la morte. Non solo la morte fisica, ma la morte di un tempo che abbiamo lasciato dietro. È stato molto emozionante e molto bello».

Lei come sceglie i suoi film? «Dipende. A volte ho scelto un film perché sognavo da una vita di lavorare con un regista. Mi è successo con Femme Fatale di Brian De Palma, anche se avevo molti dubbi sul personaggio e la storia. Altre volte mi interessa la sceneggiatura, altre mi piacciono i produttori, altre ancora ho bisogno di soldi. Quando ho iniziato a lavorare in una lingua che non era mia e in un Paese che non era il mio, ero in qualche modo handicappato, non avevo accesso ai personaggi principali, ma mi sentivo come se avessi aperto un nuovo spazio, in cui ero il primo ad arrivare. Dovevo creare il mio cammino. A volte è venuto molto bene, altre volte no. Ma è sempre stata una grande avventura».

Come vede i suoi ruoli evolversi nel tempo? «Quando ero giovane – anzi: più giovane, perché mi sento ancora molto giovane – c’era molta fisicità, specialmente nei personaggi che mi offrivano in America: Zorro, Desperado, tutti quei film d’azione. E poi la sorpresa, il fatto straordinario, magico: nel Paese di cui avevo dovuto imparare la lingua, mi hanno chiamato solo per usare la mia voce e doppiare Il gatto con gli stivali. E stato come se l’America, cui sono molto, molto grato, mi avesse strizzato l’occhio. Molte cose sono accadute, c’è stato un momento in cui ho perso i contatti con la Spagna, con i film spagnoli, poi il ritorno grazie a Pedro Almodóvar ha ricomposto la mia carriera. Ora sto facendo esattamente ciò che voglio fare. È stato come l’Odissea: sono andato in giro per il mondo e ora sono a casa».

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