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Intervista a Marina Abramović: “Guarderò negli occhi anche la morte”

Marina Abramović con un asino. Photograph by Marco Anelli 

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Alla vigilia degli 80 anni, l’artista racconta l’amore, l’arte e le sue paure. «Voglio arrivare alla fine lucida e senza conti in sospeso col mondo». E a Roma inaugura una scultura in bronzo dorato, una «lettera d’amore» nata dal dialogo con Alda Fendi
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La prima sorpresa, nel ritrovarsi davanti a Marina Abramović, sono i suoi lunghi sorrisi, uno dietro l’altro. Lo sguardo della donna che ha tolto l’innocenza al pubblico dell’arte è severo come raccontano le cronache, ma anche ironico e divertito. C’entreranno i grandi occhiali rossi che ne incorniciano il volto impermeabile alle lacrime e, a quanto sembra, pure al tempo. Il timore che l’artista incute via Zoom è un paio di centimetri sotto a quello che suscitano le sue celeberrime performance, nelle quali il pubblico piomba, attonito, nel silenzio totale. La distanza dello schermo aiuta. E soprattutto, questa volta, si possono fare domande. A cominciare da una che riguarda un asinello. Lo vediamo avanzare accanto ad Abramović che guarda davanti a sé con l’espressione fiera e impenetrabile diventata il suo marchio di fabbrica. Sullo sfondo, il Foro Romano. Nessuna pistola, nessuna lama: nessuno dei settantadue oggetti che nel 1974, durante Rhythm 0, a Napoli, l’artista mise a disposiz…

La prima sorpresa, nel ritrovarsi davanti a Marina Abramović, sono i suoi lunghi sorrisi, uno dietro l’altro. Lo sguardo della donna che ha tolto l’innocenza al pubblico dell’arte è severo come raccontano le cronache, ma anche ironico e divertito. C’entreranno i grandi occhiali rossi che ne incorniciano il volto impermeabile alle lacrime e, a quanto sembra, pure al tempo. Il timore che l’artista incute via Zoom è un paio di centimetri sotto a quello che suscitano le sue celeberrime performance, nelle quali il pubblico piomba, attonito, nel silenzio totale. La distanza dello schermo aiuta. E soprattutto, questa volta, si possono fare domande. A cominciare da una che riguarda un asinello. Lo vediamo avanzare accanto ad Abramović che guarda davanti a sé con l’espressione fiera e impenetrabile diventata il suo marchio di fabbrica. Sullo sfondo, il Foro Romano. Nessuna pistola, nessuna lama: nessuno dei settantadue oggetti che nel 1974, durante Rhythm 0, a Napoli, l’artista mise a disposizione degli spettatori, autorizzandoli a fare del suo corpo ciò che volevano. Questa volta a farle compagnia è un animale mite e paziente, protagonista di una scultura in bronzo dorato, la prima di Abramović realizzata con questo materiale. Una «lettera d’amore per Roma», come la definisce lei stessa, che il prossimo 30 novembre compirà ottant’anni. L’opera, commissionata dalla Fondazione Alda Fendi-Esperimenti, sarà collocata sotto l’Arco di Giano, appena restaurato.

Siamo a ridosso della chiesa dei Santi Luca e Martina, capolavoro barocco di Pietro da Cortona. Fuori dalle finestre, la vista mozzafiato del Foro. Dentro, lo schermo restituisce le immagini di Abramović collegata da New York. Accanto a noi Alda Fendi, padrona di casa, presidente della Fondazione che porta il suo nome, protagonista di un mecenatismo che ha fatto dell’incontro tra arte contemporanea e patrimonio storico la sua specialità. Le due donne si parlano con l’entusiasmo di chi si è conosciuto troppo tardi e ora vuole recuperare il tempo perduto. La connessione s’inceppa più di una volta. «C’è troppa energia in circolo tra di noi», dice l’artista.

Marina Abramović con Alda Fendi. 

Signora Abramović, che ci fa a Roma accanto a un asinello come una pastora o una pellegrina? C’entreranno i mesi passati, negli anni Settanta, in Sardegna, a fare il pecorino? «Con Ulay – a lungo compagno di vita e di arte – ho vissuto per anni in un furgone viaggiando senza una meta. A Orgosolo ci siamo fermati per tre mesi. Abbiamo vissuto con i pastori, ci siamo occupati di un gregge di cento pecore. Ho imparato a mungerle, a trasformare il latte in formaggio. Mangiavamo pane carasau, lavoravo a maglia. Ero affascinata dalle tradizioni di quella terra, dai suoi riti antichissimi. Anche dalla fama dei banditi: quando chiedevo dove fossero, gli abitanti mi rispondevano che i banditi erano loro. Avevo pochissimo, ma ero libera. Sono stati tra gli anni più felici della mia vita».

Era stata felice da bambina? «No. Ero stata infelice, molto. Sono cresciuta in una famiglia che apparteneva all’establishment jugoslavo. Mia madre era un’eroina nazionale, mio padre un generale. Vivevamo in una specie di borghesia rossa, tutta pianoforte e disciplina militare. Era un’esistenza controllata. Mia madre era severissima. Fino a ventinove anni dovevo tornare a casa entro le dieci di sera. Ero già un’artista, facevo performance, esploravo i limiti della libertà, e alle dieci dovevo essere a casa. Mia nonna, invece, era profondamente religiosa. È stata lei a trasmettermi il senso della spiritualità. Da bambina quella dimensione mi permetteva di fuggire dalla realtà. Poi sono scappata davvero. Ho lasciato casa e non sono tornata. Ho rivisto mia madre dieci anni dopo».

Da un’infanzia così è nata la necessità di conquistare la sua libertà? «Anche quella di dimostrare qualcosa. Mi dicevano che per me era tutto facile, che ero la figlia di persone importanti, che avevo una posizione privilegiata. Volevo dimostrare che potevo farcela da sola. Ero molto orgogliosa della mia scelta. Oggi posso dire che ce l’ho fatta. E soprattutto che sono molto più felice adesso di quando avevo trenta o quarant’anni».

Nel 1974, a Napoli, per Rhythm 0 rimase sei ore immobile, lasciando che il pubblico facesse del suo corpo ciò che voleva. Qualcuno le tagliò i vestiti, qualcun altro la ferì, altri ancora le puntarono contro una pistola. Rimetterebbe gli spettatori nella condizione di farle del male? «Assolutamente no. Ho imparato la lezione. A Napoli ho capito che, se gli dai la possibilità di fare di tutto, il pubblico può arrivare a ucciderti. Oggi il mio rapporto con gli spettatori è completamente diverso. Non possono toccarmi, non possono parlarmi. Non ho bisogno di ripetere quell’esperienza. So già che cosa può succedere».

Con The Artist Is Present, al MoMA di New York, nel 2010, ha passato più di settecento ore seduta davanti a sconosciuti. Lei è un archivio vivente dell’umanità. Che cosa ha imparato? «Che non esistono persone cattive. Sono le circostanze, le realtà nelle quali viviamo, che possono renderci malvagi. Negli occhi delle persone ho visto sofferenza, solitudine, malinconia. Ma anche moltissimo amore. Ho guardato 1.565 persone negli occhi. E ricordo quegli sguardi, uno per uno. La cosa sorprendente è che, dopo un po’, non guardavano più me: cominciavano a guardare dentro sé stessi. Io ero soltanto uno specchio. Vedevo affiorare le loro fragilità, i dolori, le emozioni che normalmente nascondiamo. Alcuni rimanevano seduti per ore, perdendo completamente il senso del tempo. E io finivo per conoscere degli sconosciuti in una maniera più intima di quanto avessi mai conosciuto persone della mia famiglia. È straordinario quello che può accadere tra due esseri umani senza pronunciare una parola».

Perché non ha mai incontrato qualcuno che cercasse di farla ridere? «Le persone aspettano ore prima di potersi sedere davanti a me. E quando arriva il loro turno sono osservati dagli altri e da me, sono fotografati. Non possono fare nulla, non hanno un posto per nascondersi. Devono stare lì, sole con sé stesse. E allora cominciano a piangere. Perché improvvisamente incontrano i propri sentimenti e la propria solitudine. Alcune persone ritornano. Dormono davanti al museo per ripetere l’esperienza. È straordinario quante cose possano accadere senza pronunciare una sola parola. Gli occhi sono l’anima».

Interviene Alda Fendi: «È quello che amo della tua arte, Marina. Dai alle persone la possibilità di riconoscere qualcosa di sé. È il senso dell’opera che stiamo preparando per Roma. Un’opportunità straordinaria che offri a questa città».

Marina Abramović: «È una confessione dell’anima. Una possibilità di aprirsi. Per me quest’opera è una lettera d’amore a Roma. Voglio che contenga qualcosa che le persone possano sentire intimamente, qualcosa che appartenga alla loro vita».

Spiega Alda Fendi che l’asinello non arriva per caso. Nella ricerca della Fondazione, l’animale è già protagonista di un ciclo di interventi dedicati alla spiritualità e alla fragilità, ispirati alla Preghiera per andare in Paradiso con gli asini del poeta francese Francis Jammes. Una creatura ostinata e mite, caricata per secoli del peso degli uomini, ora accompagna una donna celebre per avere trasformato il proprio corpo in un campo di battaglia. Sotto un arco romano del IV secolo, il bronzo dorato promette un cortocircuito tra monumentalità e tenerezza.

"Pyramid Portal B," opera di Abramović del 2024 esposta dallo scorso maggio al 18 ottobre alle Gallerie dell’Accademia di Venezia 

Abramović, in un mondo che si smaterializza, sente che il corpo sta perdendo centralità? «Il corpo è tutto. Il corpo è l’universo. Il corpo è quello che abbiamo per conoscere il mondo e noi stessi. Ma non basta una vita per comprenderlo completamente. Devi conoscere la mente, lo spirito, le tue paure, i tuoi limiti. Io ho utilizzato il mio corpo per tutta la vita proprio per cercare di capire fin dove potevo arrivare. E soprattutto per liberarmi dalla paura. Naturalmente il corpo invecchia. E invecchiando ti mostra altri limiti, ti ricorda che la vita ha una durata. Ma continua a insegnarti qualcosa».

Dove trova oggi l’ispirazione? «Nella natura. Ho bisogno di stare da sola, di camminare lungo un fiume, di abbracciare alberi. Ho bisogno di luoghi nei quali si possa ancora sentire una saggezza antica. Ho imparato moltissimo dagli aborigeni e dagli sciamani. Amo i conventi».

Alda Fendi: «Marina, dobbiamo andare in un convento».

Marina Abramović: «Assolutamente sì. Prenotiamolo insieme!».

Abramović, nel 1988 lei e Ulay siete partiti dai due estremi della Grande Muraglia cinese per incontrarvi dopo quasi tre mesi di cammino. Doveva essere una celebrazione del vostro amore, ma i tempi interminabili dei permessi cinesi la trasformarono nel più grande addio della storia dell’arte. Che cosa ha imparato da quel viaggio?

«Camminavo sempre davanti a tutti. Volevo essere la prima, come mi era sempre successo nella vita. E non capivo perché le guide continuassero a starmi dietro. A un certo punto domandai il motivo. Mi risposero con un proverbio: gli uccelli più fragili volano per primi. Mi colpì moltissimo. Avevo sempre pensato che stare davanti significasse essere forte, coraggiosa, guidare gli altri. Invece, secondo quella saggezza antica, poteva significare esattamente il contrario. Così cambiai posizione e cominciai a camminare dietro. Ho imparato che non è necessario essere sempre i primi».

Quando una storia d’amore come quella tra lei e Ulay diventa opera d’arte e poi l’amore finisce, a chi rimane l’opera? «A chi ha deciso che fosse arte. Perché soltanto un artista può stabilire che cosa è arte e che cosa non lo è».

Davanti alle guerre e ai massacri, che cosa può fare l’arte? «Prima di tutto dobbiamo accettare che l’arte non può cambiare il mondo. Non può fermare una guerra, impedire un massacro, cancellare la violenza. Ma può fare qualcosa di altrettanto necessario: sollevare domande, scuotere le coscienze, innalzare lo spirito umano. L’arte è l’ossigeno della nostra società. Ci permette di vedere quello che altrimenti non vedremmo, di mettere in discussione le nostre certezze. Non bisogna confondere la sua forza simbolica con il potere politico. Un’opera d’arte non firma trattati di pace e non depone le armi. Ma può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. E questo conta moltissimo».

Ora che sta per compiere ottant’anni, che cosa la spaventa di più? «La malattia. Per tutta la vita ho messo alla prova il mio corpo, l’ho spinto oltre i suoi limiti, ho cercato di dominare il dolore e la paura. Ma ammalarsi è un’altra cosa. Voglio conservare la salute, l’energia, la libertà di fare quello che amo. Non mi spaventa invecchiare. Mi spaventa perdere il controllo del mio corpo».

E il suo sogno più grande? «Morire lucida. Voglio essere presente fino all’ultimo istante, sapere quello che mi sta accadendo, affrontare la morte con la stessa consapevolezza con cui ho cercato di affrontare la vita. E soprattutto senza paura e senza rabbia. Non voglio arrivare alla fine con una serie di conti in sospeso con il mondo. Voglio poter guardare la morte negli occhi».

Magari fissando qualcuno? «Sì!».

Alda Fendi: «Che cosa pensi, Marina, della morte? Io credo che siamo viaggiatori nel cosmo, stelle che attraversano l’infinito. Dalla nascita alla morte, la nostra vita è una danza, un ballo».

Marina Abramović: «Nel pensiero sufi si dice che la vita è un sogno e la morte è il risveglio. È una visione che sento profondamente mia. Il corpo ha una fine, l’energia no. Si trasforma, passa da una forma all’altra, continua a esistere. Per questo conta l’energia che produciamo mentre siamo vivi, quella che trasmettiamo agli altri, quella che lasciamo dietro di noi. La morte cambia la nostra forma, ma non cancella ciò che siamo stati».

(Mentre Abramović parla di energia e di eternità, lo schermo si blocca. L’immagine dell’artista rimane sospesa come in una delle sue performance. Poi torna la voce).

Come se la cava con il digitale e i social? «Preferisco guardarli da lontano. Non vorrei che, fissandoli da vicino, si mettessero a piangere».

Sul Venerdì del 23 ottobre 2026

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