Espressione "splendente" dello spirito epico, eroico e cavalleresco, i Pupi (dal latino pupus - bambinello) tornano al loro antico fasto nella terra che più di ogni altra li ha degnamente ospitati e rappresentati: la Sicilia. Ancor oggi questa complessa forma artistica rappresenta il simbolo isolano e diventa argomento per la realizzazione di Mostre e di Musei permanenti ad opera delle più note famiglie di pupari.
I paladini combattono per la religione, l'amore, la gloria e la fedeltà e i pupari combattono insieme a loro, autori e attori allo stesso tempo, scenografi e costumisti, tecnici delle luci e musicisti, impresari e macchinisti. L' "Opera dei Pupi"racconta la vita grazie ad un linguaggio teatrale fatto di parole, movimenti, immagini, suoni e trasmissione di antichi codici di comportamento come la cavalleria, il senso dell'onore, la lotta per la giustizia, la fede.
Esistono in Sicilia due differenti tradizioni, o "stili", dell'Opera dei Pupi, quella palermitana, propria della capitale e della parte occidentale dell'isola, e quella catanese, diffusa nella parte orientale e in Calabria. Tra le due scuole di stile dell'Opera dei Pupi, quella catanese e quella palermitana, s'inserisce, fin dai primi del '900, una terza corrente: lo stile siracusano, sintesi e innovazione dell'antica tradizione.
Abbiamo fatto un giro nella splendida Sicilia, facendo tappa a Palermo, Catania e Siracusa, alla ricerca delle antiche famiglie dei pupari per conoscere e vivere questo mondo affascinante senza tempo e pregno di ogni storia. Musei, laboratori, scuole e case-teatro aperte al pubblico tutto l'anno con visite guidate, corsi, convegni, seminari e incontri offrono al visitatore l'antica arte di mestierante.
Varie le figure che intrattengono l'ospite: l'artista-artigiano, il puparo, vero fulcro dell'Opera dei Pupi, il fabbro-ferraio, per la forgiatura delle armature dei Pupi, il pittore, per la realizzazione del cartellone, lo scrittore di dispense, dal cui lavoro il puparo trarrà i suoi copioni, la sarta, per i capi di abbigliamento. Tutti membri della stessa famiglia, da decenni impegnati a tramandare le leggende dei Paladini di Francia, ognuno con una precisa mansione, proprio come ai vecchi tempi quando l'abitazione era la casa-teatro, dove durante il giorno ciascuno dei figli aveva un ruolo preciso: lucidare le armature, spolverare i visi dei pupi, preparare l'occorrente per riparare le marionette che durante i combattimenti si rompevano, trasformare in polvere la pece greca usata per l'effetto dei fuochi quando arrivano in scena i diavoli o si bruciano città e castelli, ogni cosa regolata secondo la severità che la trasmissione del mestiere imponeva.
Ha inizio così il nostro viaggio nel passato e nel futuro di uno dei mestieri più belli e faticosi del mondo. Noto fin dal Medioevo e variamente rappresentato nell'Europa del '500 e del '600, questo particolare teatro delle marionette si affermò stabilmente nell'Italia meridionale, e soprattutto in Sicilia, tra la seconda metà dell'Ottocento e la prima metà del Novecento. I pupi siciliani si distinguono dalle altre marionette essenzialmente per la loro peculiare meccanica di manovra e per il repertorio, costituito quasi per intero da narrazioni cavalleresche derivate in gran parte da romanzi e poemi del ciclo carolingio.
Le marionette del Settecento venivano animate dall'alto per mezzo di una sottile asta metallica collegata alla testa attraverso uno snodo e per mezzo di più fili, che consentivano i movimenti delle braccia e delle gambe. In Sicilia, nella prima metà dell'Ottocento, un geniale artefice di cui ignoriamo il nome escogitò gli efficaci accorgimenti tecnici che trasformarono le marionette in pupi. Egli fece in modo che l'asta di metallo per il movimento della testa non fosse più collegata ad essa tramite uno snodo, ma la attraversasse dall'interno e - cosa ben più importante - sostituì il sottile filo per l'animazione del braccio destro con la robusta asta di metallo caratteristica del pupo siciliano.
Questi nuovi espedienti tecnici consentirono di imprimere alle figure animate movimenti più rapidi, diretti e decisi, e perciò particolarmente efficaci per "imitare" sulla scena duelli e combattimenti, che tanta parte avevano nelle storie cavalleresche. Queste, ben note da lungo tempo in Sicilia grazie al racconto dei cuntastorie nelle piazze, riscuotevano nei primi decenni dell'Ottocento un rinnovato successo, favorito dagli entusiasmi per il Medioevo risvegliati dal Romanticismo.
Ogni ciclo cavalleresco venne così rappresentato all'Opera dei Pupi in molte puntate, che si susseguivano di serata in serata, collegate attraverso un sapiente meccanismo di interruzione dell'azione ereditato dal cuntu dei cuntastorie e finalizzato ad incatenare il pubblico per farlo tornare l'indomani.
I pupi, che già avevano acquisito il loro peculiare sistema di manovra, furono ben presto arricchiti delle loro scintillanti armature di foggia vagamente rinascimentale. Nella seconda metà dell'Ottocento nei teatri di quartiere di tutta l'isola i paladini di Carlo Magno, percepiti dal loro pubblico più come persone vere che come fantocci animati, incarnavano già frustrazioni, gioie e speranze del popolo siciliano. Come è stato messo debitamente in luce dalle riflessioni di Antonino Buttitta ed Antonio Pasqualino, l'Opera dei Pupi assolveva a due importantissime funzioni. Da un lato, offriva una griglia d'interpretazione del mondo, poiché i singoli personaggi delle vicende cavalleresche diventarono esempi cui riferirsi per classificare persone incontrate nella vita di ogni giorno. D'altro canto, incarnando ritualisticamente ogni sera l'aspirazione ad un ordine del mondo più giusto ed offrendo sul piano del simbolico una risoluzione delle opposizioni sperimentate come inconciliabili nella prassi quotidiana, l'Opera dei Pupi era "un riscatto mitico dalla propria condizione di subalternità".
Il 18 maggio 2001 l'Opera dei Pupi viene riconosciuta dall'UNESCO patrimonio immateriale dell'umanità, un tesoro culturale da proteggere e da far vivere. Un riconoscimento unico nel panorama culturale europeo ottenuto anche in considerazione del cambiamento che questa forma d'arte antichissima ha operato attraversando e accettando più di una sfida nel corso degli anni per tornare sul palcoscenico grazie ad un nuovo pubblico fatto di giovani affascinati da quest'arte viva e forte, fuori dai compromessi.
I paladini combattono per la religione, l'amore, la gloria e la fedeltà e i pupari combattono insieme a loro, autori e attori allo stesso tempo, scenografi e costumisti, tecnici delle luci e musicisti, impresari e macchinisti. L' "Opera dei Pupi"racconta la vita grazie ad un linguaggio teatrale fatto di parole, movimenti, immagini, suoni e trasmissione di antichi codici di comportamento come la cavalleria, il senso dell'onore, la lotta per la giustizia, la fede.
Esistono in Sicilia due differenti tradizioni, o "stili", dell'Opera dei Pupi, quella palermitana, propria della capitale e della parte occidentale dell'isola, e quella catanese, diffusa nella parte orientale e in Calabria. Tra le due scuole di stile dell'Opera dei Pupi, quella catanese e quella palermitana, s'inserisce, fin dai primi del '900, una terza corrente: lo stile siracusano, sintesi e innovazione dell'antica tradizione.
Abbiamo fatto un giro nella splendida Sicilia, facendo tappa a Palermo, Catania e Siracusa, alla ricerca delle antiche famiglie dei pupari per conoscere e vivere questo mondo affascinante senza tempo e pregno di ogni storia. Musei, laboratori, scuole e case-teatro aperte al pubblico tutto l'anno con visite guidate, corsi, convegni, seminari e incontri offrono al visitatore l'antica arte di mestierante.
Varie le figure che intrattengono l'ospite: l'artista-artigiano, il puparo, vero fulcro dell'Opera dei Pupi, il fabbro-ferraio, per la forgiatura delle armature dei Pupi, il pittore, per la realizzazione del cartellone, lo scrittore di dispense, dal cui lavoro il puparo trarrà i suoi copioni, la sarta, per i capi di abbigliamento. Tutti membri della stessa famiglia, da decenni impegnati a tramandare le leggende dei Paladini di Francia, ognuno con una precisa mansione, proprio come ai vecchi tempi quando l'abitazione era la casa-teatro, dove durante il giorno ciascuno dei figli aveva un ruolo preciso: lucidare le armature, spolverare i visi dei pupi, preparare l'occorrente per riparare le marionette che durante i combattimenti si rompevano, trasformare in polvere la pece greca usata per l'effetto dei fuochi quando arrivano in scena i diavoli o si bruciano città e castelli, ogni cosa regolata secondo la severità che la trasmissione del mestiere imponeva.
Ha inizio così il nostro viaggio nel passato e nel futuro di uno dei mestieri più belli e faticosi del mondo. Noto fin dal Medioevo e variamente rappresentato nell'Europa del '500 e del '600, questo particolare teatro delle marionette si affermò stabilmente nell'Italia meridionale, e soprattutto in Sicilia, tra la seconda metà dell'Ottocento e la prima metà del Novecento. I pupi siciliani si distinguono dalle altre marionette essenzialmente per la loro peculiare meccanica di manovra e per il repertorio, costituito quasi per intero da narrazioni cavalleresche derivate in gran parte da romanzi e poemi del ciclo carolingio.
Le marionette del Settecento venivano animate dall'alto per mezzo di una sottile asta metallica collegata alla testa attraverso uno snodo e per mezzo di più fili, che consentivano i movimenti delle braccia e delle gambe. In Sicilia, nella prima metà dell'Ottocento, un geniale artefice di cui ignoriamo il nome escogitò gli efficaci accorgimenti tecnici che trasformarono le marionette in pupi. Egli fece in modo che l'asta di metallo per il movimento della testa non fosse più collegata ad essa tramite uno snodo, ma la attraversasse dall'interno e - cosa ben più importante - sostituì il sottile filo per l'animazione del braccio destro con la robusta asta di metallo caratteristica del pupo siciliano.
Questi nuovi espedienti tecnici consentirono di imprimere alle figure animate movimenti più rapidi, diretti e decisi, e perciò particolarmente efficaci per "imitare" sulla scena duelli e combattimenti, che tanta parte avevano nelle storie cavalleresche. Queste, ben note da lungo tempo in Sicilia grazie al racconto dei cuntastorie nelle piazze, riscuotevano nei primi decenni dell'Ottocento un rinnovato successo, favorito dagli entusiasmi per il Medioevo risvegliati dal Romanticismo.
Ogni ciclo cavalleresco venne così rappresentato all'Opera dei Pupi in molte puntate, che si susseguivano di serata in serata, collegate attraverso un sapiente meccanismo di interruzione dell'azione ereditato dal cuntu dei cuntastorie e finalizzato ad incatenare il pubblico per farlo tornare l'indomani.
I pupi, che già avevano acquisito il loro peculiare sistema di manovra, furono ben presto arricchiti delle loro scintillanti armature di foggia vagamente rinascimentale. Nella seconda metà dell'Ottocento nei teatri di quartiere di tutta l'isola i paladini di Carlo Magno, percepiti dal loro pubblico più come persone vere che come fantocci animati, incarnavano già frustrazioni, gioie e speranze del popolo siciliano. Come è stato messo debitamente in luce dalle riflessioni di Antonino Buttitta ed Antonio Pasqualino, l'Opera dei Pupi assolveva a due importantissime funzioni. Da un lato, offriva una griglia d'interpretazione del mondo, poiché i singoli personaggi delle vicende cavalleresche diventarono esempi cui riferirsi per classificare persone incontrate nella vita di ogni giorno. D'altro canto, incarnando ritualisticamente ogni sera l'aspirazione ad un ordine del mondo più giusto ed offrendo sul piano del simbolico una risoluzione delle opposizioni sperimentate come inconciliabili nella prassi quotidiana, l'Opera dei Pupi era "un riscatto mitico dalla propria condizione di subalternità".
Il 18 maggio 2001 l'Opera dei Pupi viene riconosciuta dall'UNESCO patrimonio immateriale dell'umanità, un tesoro culturale da proteggere e da far vivere. Un riconoscimento unico nel panorama culturale europeo ottenuto anche in considerazione del cambiamento che questa forma d'arte antichissima ha operato attraversando e accettando più di una sfida nel corso degli anni per tornare sul palcoscenico grazie ad un nuovo pubblico fatto di giovani affascinati da quest'arte viva e forte, fuori dai compromessi.