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Incontro ravvicinato con gli Afar

Diario di una spedizione in Etiopia. Alla ricerca di un popolo mitico, molto scontroso, che vive in uno dei luoghi più inospitali del pianeta

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Appena arrivato in Etiopia stavo fotografando alcune donne quando mi sono imbattuto in un uomo mingherlino con il cinturone delle pallottole in vita e il Kalashnikov in spalla, scortato da quattro guardie del corpo, che mi ha salutato educatamente con un cenno del capo. Più tardi, mentre mangiavo nell'unico albergo del villaggio, l'ho incontrato di nuovo. Notando la borsa fotografica, ha intavolato una discussione con la mia guida, prima, e poi anche con me.

Primo incontro con uno degli Afar, un mitico popolo, o piuttosto veri e propri miti, del Corno d'Africa.

Nella mia documentazione, prima di partire per l'Etiopia, avevo letto la descrizione degli Afar fatta da Baumann e Westerman, due scienziati: "Gli Afar sono una razza caratterizzata da una pelle scura e rossastra, capelli lanosi, ricci e ondulati, di statura elevata, naso stretto e assenza di prognatismo e di eversione delle labbra...". Stavo cercando il vocabolario quando Vallois, un altro scienziato, mi ha illuminato: sono "...caratteristiche di una razza nobile, di alto lignaggio, fatti per la steppa e le migrazioni".

Esploratori, colonizzatori, etnologi, vulcanologi e giornalisti, dal secolo scorso gli scritti sugli Afar si sono moltiplicati.

Il più plagiato: Thesiger, il famosissimo "nomade" britannico di inizio secolo. "Non dobbiamo sottovalutare l'importanza che i Danakil - antico nome degli Afar - attribuivano a questa consuetudine - l'evirazione di tutti gli stranieri e di tutti i nemici - considerando che valutavano il coraggio di un uomo in base al numero delle vittime iscritte nel suo palmarès.

Da Nesbitt, l'ispiratore, passando per Haroum Tazzief, e ancora per i viaggiatori-esploratori e per una giornalista che scriveva verso la metà degli anni '90: "Di fatto, l'omicidio viene tenuto in alta considerazione presso gli Afar, che esibiscono con orgoglio gli emblemi delle loro prodezze", per poi continuare: "...gli uomini devono avere più amanti e anche le donne fanno lo stesso", il cocktail di esotismo, avventura, sesso è stato bene agitato ma servito decisamente caldo.

Il triangolo Afar, è questo il nome della regione riportato sulle cartine, si estende su 150 mila kmq. Da Awash, in Etiopia, alle due punte che formano la penisola di Bori in Eritrea e Obock a Djibouti. In questa parte del mondo, la terra non ha ancora completato la propria formazione. Ci sono depressioni che sprofondano per 150 metri sotto il livello del mare. L'aria bollente che brucia deserto e laghi di sale raggiunge a volte anche i 65 C. Crosta terrestre strappata, tornado e tempeste scatenati dal Kashim, vulcano in attività. Dante non avrebbe disdegnato un luogo simile.

Eppure gli Afar l'hanno adottato come loro patria. E lo percorrono a piedi. Noi iniziamo la spedizione dalla regione di Senbete, con la nostra guida Mohamed Balla Husseim. Esiste forse modo migliore di assaporare la cultura nomade che percorrere una pista?

Arrivato all'accampamento, il mio sguardo è catturato dagli sguardi delle donne Afar. Deciso e puro, simile a un gioiello, il volto delle Afar risplende di luce. Il corpo è un misto di bronzo e seta, tanto risulta morbida e lucente la loro pelle.

Le abitazioni, le daboitas, sono come isolotti su un mare di savana o di sabbia. Strutture di legno ricoperte di stuoie formano le tende. E se il legno è troppo prezioso, ecco dell'erba secca o della lava, per costruirsi un riparo.

È vero che gli Afar sono scontrosi e mantengono una certa distanza con gli estranei. Non si sforzano neppure di essere compiacenti: non gliene importa nulla dei voyeur affetti da nostalgia per le curiosità umane, degli amanti dei safari etnici. La compiacenza non fa parte del loro mondo. Punto e basta.

Ma i frustrati elargitori di caramelle, gli acquirenti di collane e i fotografi ossessivi gli hanno fatto pagare cara la loro mancanza di sottomissione e il brivido ricercato e mai trovato. Giustificano il trofeo mai riportato a casa, bollandoli come bellicosi "selvaggi". Da cent'anni, per non dire che rompono le scatole, scrivono che tagliano le palle.

A dire la verità, non ci sarebbe stato davvero modo di approfondire la conoscenza di questo popolo attraverso i loro testi, dal momento che la lingua Afar possiede un alfabeto (l'alfabeto latino) e viene scritta soltanto da 20 anni a questa parte.

Questo spiega almeno in parte perché sappiamo così poco di questa tribù semi-nomade e delle sue origini. Solo alcune rare ipotesi hanno cercato di svelarne il mistero. Secondo una di queste, gli Afar sarebbero i discendenti di arabi mescolatisi con una razza caucasica, emigrati dalla penisola arabica e dall'attuale Yemen verso l'Africa.

Secondo altri, fra cui alcuni Afar, questo popolo avrebbe occupato da sempre questa regione del pianeta. Se fosse vero, gli Afar potrebbero essere considerati gli antenati dell'uomo moderno. In effetti, proprio a Hadar, in piena zona afar, i paleontologi hanno scoperto Lucy, il più vecchio scheletro "umano" mai portato alla luce.

L'ipotesi più accreditata assegnerebbe loro invece un'origine egizia, che essi stessi sostengono sulla base di alcuni elementi che costituiscono il fondamento stesso della società afar. Fra questi, la differenziazione in due gruppi di clan diversi. Da una parte gli Asaïmaras, o uomini rossi, dall'altra gli Adoïmaras, o uomini bianchi.

Differenza di attributi che alcuni giustificano con la particolare situazione geografica, che avrebbe portato alla divisione del territorio in due parti. Gli Adoïmaras trarrebbero il loro nome dalle coste sabbiose che occupavano mentre gli Asaïmaras vivevano all'interno, sulla terra vulcanica color mattone. La spiegazione più comunemente accettata, tuttavia, fa riferimento alle due corone dell'antico Egitto che a un certo punto venne diviso in due regni: il Basso Egitto e l'Alto Egitto.

I due regni erano simboleggiati dalla corona bianca e dalla corona rossa, indossate dai rispettivi faraoni, prima che il faraone Narmer non li riu-nisse sotto un solo nome, ricongiungendo entrambi i colori. Ancora oggi, il sultano afar di Tadjoura, nella repubblica di Djibouti, considera la sua incoronazione come consacrata solo previa acquisizione di due tamburi simboli del potere: uno rosso e uno bianco.

E c'è un'altra similitudine culturale: il fatto di considerare il Verbo come il creatore. Sappiamo bene che prima di tutti gli altri, gli antichi Egizi ritenevano che all'origine della creazione ci fosse la Parola.

Per finire, e al di là delle analogie simboliche, culturali o linguistiche, sono rimasto molto colpito durante una visita al museo egizio del Cairo: non ho potuto fare a meno di notare la straordinaria quanto innegabile somiglianza fra gli Egizi incisi sulla pietra o dipinti sui papiri e gli uomini e le donne Afar che avevo appena lasciato.

Mi è sembrato di rivedere i saro, i teli che si fermano a metà pancia indossati dalle donne, e i loro seni nudi, coperti solo dall'oundudu, una collana a forma di semicerchio, decorata con perle turchesi, zaffiro, avorio e giallo zafferano. Ho ritrovato anche i lunghi capelli raccolti in sottili treccine che incorniciano il viso delle bellezze di Tadjoura. Altrettanto impressionante la rappresentazione degli uomini: stesso taglio di capelli a caschetto, stesso telo che copre dalla vita alle ginocchia, con il coltello poggiato sul basso ventre.

Nel villaggio avevo scambiato qualche frase con il capo. Non sono i bellicosi uomini che si incontrano nei villaggi afar, ma di certo hanno una grande sete. Sete di ascoltare, di imparare, di crescere e di avere un attimo di tregua. Per loro, il mito del nomade libero e signore del deserto andrebbe stemperato.

Esprimono così la loro stanchezza: "Non ci piace vivere qui. Dobbiamo camminare ogni giorno per ore per trovare dell'acqua. La nostra vita dipende quasi completamente dal nostro bestiame, si basa tutto su quello. In città, c'è acqua dappertutto. Guardate in che condizioni viviamo.

Niente scuole, niente ospedali, niente strade. Quando qualcuno si fa male, dobbiamo portarlo a spalla fino al villaggio più vicino, a sei, sette ore di cammino. Questa situazione deve cambiare".

Parole pesanti, che fanno male. Sono i nostri fantasmi e i nostri sogni d'avventura per procura a subire un duro contraccolpo, ma non è questo il vero dramma.

Più difficile e dolorosa appare per questi nomadi, come per molti altri popoli in altri luoghi, la possibilità di continuare a esistere in quello che fino a oggi è stato il loro ambiente naturale.

Di fatto, una vita da forzati. Legati quasi indissolubilmente al loro bestiame, l'unica ricchezza e fonte di sostentamento insieme alla raccolta del sale, gli Afar sono costretti a continue transumanze. Quando si trova un pascolo e viene installato un accampamento, la vita del clan scorre relativamente tranquilla.

"Qualche ora" di cammino al giorno per gli uomini, per raggiungere una sorgente d'acqua e permettere agli animali di abbeverarsi. Le donne portano a pascolare le bestie o confezionano oggetti d'artigianato. Ma quando arriva il periodo della transu-manza, la vita è tutta un'altra cosa. Ha inizio allora il purgatorio.

Ogni giorno si trasforma in una maratona per gli uomini e le bestie. Devono attraversare il deserto, poi le oasi prosciugate e poi ancora le montagne... avendo per unici compagni i dromedari dall'andatura altera e disarticolata, con pochi viveri a disposizione, qualche pelle da usare come giaciglio e le munizioni per i Kalashnikov. Un percorso che questi viaggiatori intraprendono da secoli. Con lo sguardo fisso avanti, procedono stancando persino la terra, le ombre e le stelle.

I nomadi vedono anche i miraggi. Il loro miraggio è la città. "I nostri nonni non conoscevano la città e i suoi vantaggi. Noi invece li conosciamo e abbiamo capito che lì si vive meglio", mi dice il capovillaggio.

Gli parlo allora dei Maasai, diventati quasi un'attrazione da circo, o dei Tuareg che riempiono le bidonville del Sahel. Non avete paura di perdere la vostra identità nelle città? "No, non si tratta di perderla ma di migliorarla. In città tutti potrebbero avere l'acqua. È vero che non potremo andarcene in giro mezzi nudi, soprattutto le donne, ne siamo pienamente consapevoli e sappiamo che questo è il prezzo da pagare per poter vivere in città e crescere".

L'acqua, ecco il fulcro del problema. Durante le nostre lunghe marce da un accampamento all'altro, Mohamed mi ha spiegato che l'acqua è diventata causa di conflitti. Fra gli Oromos e gli Afar, fra le popolazioni sedentarie e quelle nomadi. Dall'inizio del 1992 al febbraio '96, ne è derivata una guerra armata. Gli Oromos e gli Issas, i nemici di sempre. Quando gli chiedo quanti morti ha causato, Mohamed mi risponde: "Oh, tanti!".

"Sì, ma quanti?".

"Oh, non lo so esattamente", balbetta. "Ma sono stati tanti, almeno 200".

Duecento morti in quattro anni di conflitti. Mi guarderò bene dal classificare queste vittime e questi combattimenti in quelle che vengono comunemente chiamate "guerre tribali". Senza dire una parola, mi ritrovo a fare un paragone con quella che viene ancora oggi chiamata la Grande Guerra o con il conflitto in Bosnia. Oggi i rapporti fra le due etnie sono buoni. La vita nella savana è sempre dura ma non esclude che si riesca ancora a gioire per alcuni eventi, come le nozze.

Mi informano che a un giorno e mezzo di cammino si sta per celebrare un matrimonio. Partiamo subito: Mohamed, un'altra guida, i nostri due dromedari e io. Non immaginavo che le ombre delle acacie potessero essere così belle in una notte di luna piena. Poi siamo arrivati, nell'immensità della savana, in mezzo al nulla, lo spazio di un battito di ciglia, al centro del mondo. Le stelle vibravano luminose come le voci delle donne, il terreno e l'aria tremavano sotto i piedi e le mani degli uomini che danzavano.

Il matrimonio è una cosa seria per gli Afar: i rapporti fra i clan, il bestiame e i dromedari - "lo stallone d'oro, l'animale dai mille nomi, il fulcro della vita e la sede dei tabù" - le zone destinate al pascolo e mille altre cose sono legati indissolubilmente al matrimonio.

A un certo punto gli Afar si sono accorti che era troppo importante per lasciare tutto alla casualità degli incontri. Il primogenito di ciascuna famiglia deve quindi sposare la propria cugina, la figlia della sorella del padre. E così via per i fratelli e le sorelle minori, in base all'età.

Detto questo, la vita non è fatta solo di montoni e di mucche: via libera quindi alla seconda moglie e alle altre. Allah: succeda quel che succeda. In effetti gli Afar sono musulmani ma pur rispettando le cinque preghiere quotidiane o il Ramadan si sentono innanzitutto Afar e solo in un secondo tempo musulmani.

I saggi affermano che le diverse religioni e credenze sono in realtà coppe riempite con l'acqua della medesima sorgente. Gli Afar non hanno nessuna intenzione di contraddirli. La dimostrazione l'ho avuta quando, penetrando ancor più nel cuore del Paese, ho potuto assistere alla consultazione di un ginili, un oracolo.

Stati di trance, danze, canti: è uno dei riti animistici che gli Afar perpetuano e che contraddistinguono la vita dei nomadi. Interrogato, il ginili detta le date della prossima transumanza, di una cerimonia o del verificarsi di un importante evento.

Più lontano, più tardi, arrivo nei pressi di Assaita. L'occhio del ciclone. Epicentro della regione, cuore di quella che viene chiamata "l'anticamera dell'inferno".

Un deserto nel deserto, che la stessa sabbia ha deciso di abbandonare. Resta solo la polvere. Eppure è proprio qui che gli Afar, figli del deserto e abituati a guardare lontano, immaginano il loro futuro. Ci ho provato anch'io. Ho strizzato gli occhi e ho guardato lontano. Non vi saprei dire se quello che ho visto era un'oasi o un miraggio. L

'aria vibra ancora molto per via della calura e la sete tende a farti vedere anche quello che non c'è... Loro ne sono certi: la loro salvezza e il loro futuro sono qui, in questa borgata, che è già stata battezzata come la capitale. Assaita, portatrice di sogni, città-riflesso creata a immagine del suo popolo, che vuole essere costruita.

C'è chi vanta già una certa esperienza in quanto a città. Quella della rivale, Djibouti, centro di tensioni e di speranze perdute, calamita e insieme leviatano. Ne conoscono i pericoli e attenuando l'ottimismo dei più, mettono in guardia: "È importante che le abitudini della savana non spariscano del tutto, soppiantate da quelle della città.

Noi non sappiamo scrivere, non abbiamo registrato le nostre usanze sulle cassette, se dovessimo interrompere la trasmissione orale, la nostra cultura sarebbe destinata a scomparire. Ma qual è il fondamento della nostra società?". Ne discutiamo insieme: il rischio è certo quello di perdere la propria identità, ma anche l'abbandono, la deriva.

Avendo come unico sostegno in questi luoghi di mondo un piccolo ramoscello di khat o qat, pianta messaggera dell'euforia e della letargia alla quale si aggrappano i dispersi. Foglie sacre o maledette, è solo questione di punti di vista e della forza dell'abitudine. È l'ora della consegna giornaliera, a partire dalle 13. Poi non funziona più nulla, se non le mandibole dei "masticatori di khat".

Quando chiedo a Mohamed che cosa ne pensa di questo inserimento nella vita cittadina "moderna", mi risponde: "I tempi cambiano. Cinquant'anni fa, da voi, la gente non viveva nello stesso modo.

Adesso siamo tutti intellettuali. Anche noi vogliamo avere la possibilità di accedere alle scuole e alla conoscenza. I governi precedenti ci hanno costretto a rimanere dei "selvaggi", adesso vogliamo progredire".

E poi continua calmo, consapevole che questo richiamo della città ricorda un po' il canto della sirena per i naviganti del deserto: "Da noi si dice: non puoi conoscere senza vedere, né inghiottire senza masticare".