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Messico

Il golfo dei miti

Un lungo e affascinante itinerario storico, culturale e naturalistico ci porta da Tuxpan a Papantla, da Veracruz a Campeche. Nelle terre che furono dei Maya e dei Totonachi e che videro l'arrivo dei primi Conquistadores all'inizio del Cinquecento

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La foce del Río Tuxpan è così vasta che non si distingue l'oceano dal fiume, e la città omonima che si estende a pochi chilometri dall'Atlantico ha pur sempre il fascino del tropico, ma è raro vedervi un turista straniero: le raffinerie della Pemex rendono difficile che una guida consigli di spingersi fin qui.

Eppure, la spiaggia lunga una quarantina di chilometri lascia sognare - ai tanti proprietari di ristorantini sulla sabbia grigia - fasti che stentano a realizzarsi, accontentandosi per Natale e Pasqua dell'affollamento di famiglie messicane che la popolano all'inverosimile.

Raramente qualcuno raggiunge poco più in là l'oasi naturalistica della Laguna de Barra Galindo, dove il pescatore Esteban ci conduce su una lancia attraverso mangrovie e canali, tra aironi dal volo pigro, abituati a non essere disturbati da intrusi.

Tuxpan attira però il viandante appassionato di memoria storica: da queste rive, "di là dal fiume e tra gli alberi", il 24 novembre 1956 salpò, contravvenendo al divieto della capitaneria per maltempo, un motoscafo, il Granma, costruito per ospitare una decina di persone ma che ne aveva a bordo ottantadue.

Sette giorni di traversata in condizioni proibitive, e infine la costa di Cuba... Gli ottantadue expedicionarios del Granma sono tutti qui, nel piccolo museo di Tuxpan realizzato nella casa da cui partirono quella notte, foto tessera ingrandite che li hanno consegnati per sempre ai tempi di una giovinezza colma di ardori e speranze. C'è anche Gino Donè, tra quei volti, e i messicani presenti mi guardano stralunati quando dico: "Quello lì è italiano".

Nei giorni successivi allo sbarco sarebbero morti quasi tutti, falciati dall'esercito del dittatore Batista che all'epoca era tra i più agguerriti dell'America Latina. Sopravvisse un manipolo, tra i quali Fidel, il fratello Raúl, l'argentino che tutti chiamavano El Che, e l'italiano Gino, oggi ottantenne che vive tra Venezia e L'Avana.

Un'impresa folle, impossibile per qualsiasi trattatello da accademia militare che, comunque la si pensi, ha fatto la Storia entrando nella leggenda. E tutto cominciò da Tuxpan, stato del Veracruz, Golfo del Messico.

Attraversiamo il lungo ponte sul fiume imboccando la Federale 180 che ci porta a sud, verso Papantla, cittadina paciosa che si considera la capitale mondiale della vaniglia, pianta rampicante tropicale il cui fiore, orchideacea di straordinaria bellezza, offre a questa zona la principale risorsa economica sotto forma di "bastoncini" disseccati dal profumo inebriante.

Siamo nella terra dei Totonachi, antica civiltà che ha lasciato nel Veracruz uno dei siti archelogici più suggestivi del Messico eppure tra i meno frequentati dal turismo internazionale, El Tajín, "Il Dio del Tuono", città di templi e piramidi che sorge in solitario splendore nel fitto della vegetazione a circa mezz'ora di strada da Papantla.

Fondata nel IV secolo d.C., raggiunse il massimo splendore tra l'800 e il 1200, con l'edificazione dei principali palazzi ma soprattutto della monumentale Piramide delle Nicchie, finestre squadrate e sormontate da tettoie su colonne in pietra la cui forma ricorda vagamente le pagode, e che secondo gli archeologi erano in origine 365 - poi una parte venne ricoperta dalla scalinata principale - su sette livelli, lasciando pensare a una sorta di calendario architettonico.

Nel piazzale d'ingresso si esibiscono ogni giorno i Voladores de Papantla, indigeni totonachi che compiono un rito ancestrale: salgono in cinque su un palo alto 30 metri, uno rimane in equilibrio sulla minuscola piattaforma girevole fungendo da sacerdote officiante e suona un flauto e un tamburello - danzando in un metro quadro - mentre gli altri quattro, legati per un piede, scendono srotolando la corda che li trattiene alla sommità fino a toccare terra.

Simboleggiano i 4 punti cardinali in un rito della fertilità, dove la discesa porta il sole e la pioggia sul terreno, dopo 13 giri intorno al palo che, essendo in quattro, fa 52 rivoluzioni, cioè il numero delle settimane anche secondo il nostro calendario.

La Federale 131 porta verso l'Atlantico, dove si estende la Costa Esmeralda, tratto di litorale che deve il nome al colore delle acque - in uso ben prima che qualcuno in Sardegna avesse un'idea simile - e facciamo una sosta nell'Hotel Noray, tra La Vigeta e Casitas, poco più a nord di Nautla.

L'albergo sorge su Playa Oriente, lunga striscia di sabbia pressoché deserta, e offre la possibilità di un'escursione in canoa nella Ciénega del Fuerte: un tranquillo pagaiare in una laguna immersa nella selva, ennesimo esempio di come l'ecoturismo sia ormai in Messico un proficuo modo per coniugare attività commerciali e rispetto della natura, in una Riserva protetta dove il proprietario del Noray non usa motori fuoribordo né altro che possa disturbare la fauna (coccodrilli compresi, della cui immobilità da tronco semisommerso è sempre bene diffidare...).

Ripresa la Federale 180, che percorre la costa fino a Veracruz, arriviamo dunque nel porto più grande del Paese, nella città insonne, nella patria delle marimbas e dei jaraneros, i suonatori della caratteristica chitarra minuscola e ottenuta da un unico pezzo di legno pregiato, maestri dell'improvvisazione in rima.

Veracruz, cioè El Puerto, come tutti la chiamano, operosa di giorno e pronta ad accendersi di luci e suoni ogni notte, per poi impazzire nel carnevale più famoso del Messico, forse secondo soltanto a quello di Río de Janeiro in quanto a follie e durata.

Veracruz, così simile all'Avana Vecchia nel centro storico, dominata dall'imponente fortezza sul mare di San Juan de Ulúa e "5 volte eroica" per le invasioni subite - i musei tramandano orgogliosamente la resistenza dei suoi abitanti e marinai - approdo da cui iniziò la Conquista, quando Hernán Cortés battezzò il primo insediamento Villa Rica de la Vera Cruz sbarcando qui da Cuba.

Ultima tappa prima di lasciare lo stato del Veracruz è Catemaco, raggiunta dopo una sosta a Santiago Tuxtla dove, nella piazzetta del paese - lo zócalo con giardini pubblici e chiosco per la banda - è esposta la più grande testa olmeca finora ritrovata, colossale e misteriosa, a simboleggiare una civiltà di cui ancora sappiamo ben poco, e ci chiediamo soprattutto dove le avessero scolpite e come diamine riuscissero a spostarle...

Dunque, Catemaco: una piccola città sul lago omonimo famosa per l'alta concentrazione di brujos, cioè stregoni, sciamani, curanderos, insomma, una nomea tale che persino le guide all'ingresso della città ti offrono subito una limpia, una "diagnosi di scalogne con ripulitura dal malocchio". Però, come sempre in Messico, le apparenze ingannano...

Se è vero che la prima impressione è di ciarlataneria a uso e consumo del turista, non dobbiamo ignorare che a Catemaco esistono tuttora depositari di antiche saggezze che affondano le radici in epoche immemorabili, tramandate da sciamani che comunque nessun turista di passaggio riuscirà mai ad avvicinare. Ciò non significa che la "conoscenza" sia negata ai forestieri per principio: è solo una questione di tempo, pazienza, rispetto e arrendevolezza, cioè rinuncia alla pretesa di interpretare, capire.

E chissà se nell'ipertecnologico accampamento dotato di antenne satellitari, a ridosso della Riserva Ecologica Nanciyaga, avranno rinunciato alle proprie categorie schematiche per la full immersion nella civiltà di cui pretendono narrare le gesta, o quanto meno se sarà riuscito a farlo Mel Gibson, regista del film che stanno girando qui, nella selva intorno alla laguna di Catemaco, incentrato sui Maya precolombiani - perché i Maya esistono tuttora e vorrebbero essere considerati per ciò che sono e non solo per ciò che furono - e artefattamente circonfuso da un alone di mistero che la recente conferenza stampa a Veracruz non ha dissipato.

Del resto, da queste parti, non si stupiscono: pare che la zona attiri i cineasti come mosche sul miele, e a parte i tanti film messicani, anche Sean Connery interpretò Mato Grosso tra questi alberi, lasciandone in ricordo alcuni finti - effettivamente sono difficili da distinguere dai tronchi veri - cioè quelli che la troupe dovette costruire per le scene di abbattimento, avendo ricevuto un tassativo divieto dalle autorità del Veracruz a spezzare un solo rametto nella maestosa foresta che ci circonda (gracias, México...).

Nanciyaga deve il nome a una leggendaria principessa tolteca che pare amasse bagnarsi in queste acque, racchiuse in un perimetro di 66 km che solchiamo grazie a un simpatico barcaiolo che, avvicinatosi a uno dei tanti isolotti, dimostra di aver allacciato rapporti amichevoli con le grasse scimmie che li popolano: alcune vengono a prendere la corda d'ormeggio e provano a legarla agli alberi, imitando i gesti che hanno visto fare mille volte.

Ma se qualche passeggero è in vena di uno spuntino, scopre quanto siano veloci nell'arraffare qualunque cibaria alla vista. In caso contrario, strillano risentite manifestando tutto il loro disappunto per la visita "inutile".

Siamo ormai nell'estremo sud del Veracruz, e attraversiamo il piccolo Stato del Tabasco, il più umido e caldo del Messico, con l'unica sosta a Villahermosa per cambiare corriera, e poi, via verso il Campeche, con la prima tappa a Ciudad del Carmen, che di notte appare sulle acque come un'immensa ville lumière, ma in realtà tanta luminaria è dovuta alle installazioni petrolifere, mentre la città è di ridotte dimensioni rispetto alle luci e sorge su un'isola collegata da un ponte: da un lato il Golfo del Messico, dall'altro la smisurata Laguna Términos.

Da qui in avanti la strada sfiora interminabili spiagge di un bianco abbagliante, con dune formate da accumuli immensi di conchiglie, frammenti punteggiati da gusci interi a cui si devono le sfumature rosate. Superiamo Champotón, cittadina che vanta il primo fortino anticorsari e dove si svolse, nel 1517, una battaglia tra gli indios maya e i Conquistadores di Francisco Hérnandez de Córdoba, che morì in seguito alle ferite.

Pochi chilometri prima dell'abitato di Seybaplaya, troviamo uno degli hotel più belli della costa, il Tucán Siho-Playa, ricavato da un'antica hacienda in cui si lavorava l'henequén, o sisal, la fibra dell'agave che forniva i resistenti cordami per navi, poi soppiantata dal nylon.

E raggiungiamo la meta finale, Ah Kin Pech o Kan Pech, nella lingua dei Maya yucatechi, che significa "serpente con la zecca", probabilmente dovuto alle tante sculture totemiche rinvenute dagli spagnoli che raffiguravano un serpente sacro con un grosso insetto sulla testa.

Campeche è stata dichiarata dall'Unesco Patrimonio Mondiale dell'Umanità, e possiede una malía tutta sua, un fascino diverso dal resto delle pur splendide città coloniali della Nueva España, con le tinte pastello delle palazzine, di una delicatezza in singolare contrasto con le muraglie che la cingono e i bastioni e fortezze tutto intorno al centro abitato e sulle alture.

I cannoni che spuntano ancora dalle feritoie dei baluartes narrano una storia densa di personaggi leggendari e spesso protagonisti di romanzi d'avventura: qui si accanirono tutti i più celebri - o famigerati - corsari che solcarono i mari del Golfo tra il XVI e il XVIII secolo, da Morgan a Drake - a cui è dedicato un pittoresco albergo del centro - da Pata de Palo, cioè Gambadilegno, al crudele Lorencillo che si chiamava in realtà Laurens Cornelis Boudewijn de Graaf, olandese che espugnò la città nel 1685, la saccheggiò per due mesi e infine cominciò a tagliare teste di abitanti presi a caso in attesa del riscatto in forzieri colmi d'oro e pietre preziose.

Ogni forte racchiude un museo, e quello di San Carlos ricostruisce le gesta scellerate di quanti sono stati spesso scambiati per pirati ma erano corsari, cioè in possesso di una "patente per la guerra da corsa" rilasciata dalla corona inglese, con il mandato di depredare i possedimenti spagnoli e assaltarne i galeoni carichi di materiali pregiati.

Tra i quali comparivano anche gioielli dell'artigianato fiorentino, come il Cristo Nero scolpito in ebano esposto nella chiesa di San Román o la barra del timone raffigurante un levriere, sempre in ebano, recuperato sui fondali del porto.

Il Fuerte de San José è il luogo ideale per ammirare gli infuocati tramonti sulla baia di Campeche. Dopo aver percorso il sinuoso ingresso amurallado, la cui forma impediva il tiro diretto delle artiglierie e anche la rincorsa per un'ariete, si accede alla consueta terrazza irta di cannoni. Ma a riprova dell'indole campechana, questa piazzaforte inespugnabile sull'alto del colle settentrionale, testimone di tante battaglie e massacri, è diventata grazie alla sua posizione il ritrovo degli innamorati: baciarsi sotto il Fuerte de San José mentre il sole scompare dietro la città vecchia e fa avvampare il Golfo del Messico, pare sia di buon auspicio per le giovani coppie. Una dolce rivincita sulla memoria dell'odio.