Viaggi

Paesaggi - Aran (Irlanda)

Isole Aran
Oceano di nuvole e luce

Settecentocinquanta abitanti, sei pub, sei ostelli per la gioventù e qualche bed e breakfast. Una natura selvaggia, quasi sospesi tra cielo e terra. Un luogo unico ricco di suggestioni

4 minuti di lettura
"Céad míle fáilte". Ve lo diranno appena arrivati, lo troverete scritto sugli zerbini accanto alle porte, lo leggerete all'ingresso dei negozi e su qualche cartello stradale. Le parole vi suoneranno strane, ma basterà poco per capire quello che significano, perché Inishmore in Irlanda (la più grande delle tre isole Aran), è il luogo della convivialità per definizione.

E l'accogliervi, dandovi "il benvenuto non una ma centomila volte", usando il celtico (la loro lingua nazionale) anzichè l'inglese, è proprio il volere esprimere da subito il forte senso dell'ospitalità che contraddistingue gli abitanti dell'isola.

La parlata di questa terra, quel gaelico proprio delle "aeree Gaeltacht" (i paesi del Celti), che sta tornando un po' in auge in tutta l'Irlanda, qui non ha mai cessato di essere l'unica lingua naturale. Scattante e allo stesso tempo melodiosa, sembra ammantare di poesia ogni parola.

Persino nelle espressioni più semplici come "Sláinte", alla tua salute, che accompagna tutti i brindisi augurali dei pub. E, sono proprio i pub, i luoghi dove si sente maggiormente parlare gaelico, qui dove la gente si ritrova, quasi ogni sera, per ascoltare musica, scambiare due chiacchiere con l'immancabile pinta di birra, scelta tra la bruna Guinnes, la rossa Smith Wick's o la bionda Harp, o un bicchiere di whiskey (tassativamente con la e), tra luci soffuse e l'odore della torba che brucia nel camino (la torba è un combustibile fossile composto da vegetali morti e piante palustri che per parecchio tempo ha rappresentato la prima fonte di calore per il territorio).

L'Irlandese non ha nulla a che vedere con le altre lingue: è una vera e propria cultura, un patrimonio qui conservato più e meglio che altrove, un passato di cui andare fieri, una condizione esistenziale. Oggi si tutelano e diffondono la lingua e la cultura Irish: lezioni nelle scuole, corsi di aggiornamento e persino la messa viene detta in gaelico. Gli anziani capiscono e parlano solo l'Irish.

C'è un legame antico che unisce questa gente alla loro terra. E' un legame forte che nei secoli ha creato esempi di un perfetto adattamento dell'uomo verso l'ambiente che lo circonda. La vita scorre serena tra la pesca e, di recente, il turismo.

I numeri? Settecento cinquanta abitanti; un piccolo pronto soccorso con un medico e due infermieri; una banca aperta solo due giorni a settimana (un solo giorno in inverno); tre chiese cattoliche, una protestante; due scuole primarie (le elementari); una scuola secondaria (le superiori); sei pub; un unico albergo, sei ostelli per la gioventù e qualche piccolo bed and breakfast ricavato nei cottage di pietra dalle grandi vetrate.

Ci si muove a piedi o in bicicletta, mentre per i turisti a disposizione ci sono pulmini che fanno il giro dell'isola. Da queste parti non si ha l'impressione di vivere in un paese ben definito (Kilronan è l'unico centro abitato dell'isola): le case sono qua e là, sparse in mezzo ad un intreccio di muretti di pietra a secco (ce ne sono ben 12 chilometri su un'isola lunga 14,5 chilometri) che disegnano strade e confini. Poco è cambiato da quando Robert Joseph Flaherty, il regista americano con origini irlandesi, scelse di raccontare, come strumento di testimonianza, le difficili condizioni di vita sulle isole.

Era il 1934 e il suo "Uomo di Aran" (titolo originale: Man of Aran), gli valse il primo premio nella sezione stranieri della Mostra del cinema di Venezia. Dopo tanti anni è ancora un cult-movie. Certo un tempo si andava a pesca con i "currach", canoe aperte con un telaio in legno e rivestite di catrame (per un lungo periodo si è utilizzata pelle animale), adatte ad affrontare l'oceano, oggi queste imbarcazioni non si usano più ma si possono vedere ancora sulle rive.

Ovunque spazi incontaminati e un ricco patrimonio, soprattutto archeologico, da ammirare. Come i resti del complesso monastico Teampall Breachain, o delle "Sette Chiese", anche se, in realtà, le chiese sono solamente due (le altre strutture appartenevano ai monaci dominicani) tra croci e lapidi di un cimitero che racchiude le vicende degli uomini scomparsi in mare.

Ma la più grande attrazione dell'isola è Dún Aenghus, una fortezza di pietra, una delle meglio conservate in Europa, situata a picco sull'Atlantico, per oltre 80 metri d'altezza. Il suo nome? Deriva da quello di un eroe della letteratura gaelica medievale. E' costituita da mura concentriche, con la pianta simile ad un ferro di cavallo, ed un lato aperto proprio sullo strapiombo. Sembra di essere sospesi tra cielo e terra, guardando in giù, verso l'impressionante dirupo perfettamente in verticale sulle onde.

Non si può immaginare null'altro che questa architettura (risale all'età del ferro e pare sia stata abitata fino al V secolo), dove risuona solamente il rumore delle onde che s'infrangono lungo la roccia. E' un luogo unico e ci si sente pervasi da un misto di emozioni, tra paura ed estasi. Ma allo stesso tempo è un luogo misterioso: guardando di fronte si ha la sensazione di veder sbucare in mezzo al mare il profilo di un'oasi montuosa.

Ma è inutile cercarla sulla carta stradale (fu indicata solo fino al XVI secolo): in realtà si tratta di un miraggio, un'oasi leggendaria chiamata "Hy Brasil", che si credeva abitata dai Santi ed eroi. E' questa una dei tanti racconti che circolano da queste parti, del resto l'Irlanda è uno dei pochi paesi dove si può rivivere il fascino delle credenze popolari.

La gente del luogo è convinta che i forti, in realtà, fossero dei "cerchi fatati" dove le fate (uguali in tutto e per tutto agli uomini, solo che vivevano in un mondo parallelo) si riunivano per danzare. Se per sbaglio si capitava in una di queste feste, si finiva per essere rapiti.

Non sono in pochi a credere ancora a queste superstizioni (basti pensare che nessuno tocca gli alberi dei biancospini perché ritenuti cari alle fate) ed è stato proprio questa forma di rispetto ad aver salvaguardato questi monumenti megalitici. Sull'isola c'è Dùn Dubhchathair, il forte nero, costituito da un solo grande muraglione che isola un braccio di roccia circondato dal mare.

Chi cerca uno scenario romantico, può raggiungere la costa nord-est dell'isola, regno delle foche e degli aironi cenerini. Davanti l'Atlantico, a destra la scogliera e intorno uno splendido tappeto di trifogli (la pianta è anche il simbolo nazionale dell'Irlanda).

Non ci si meravigli se, tra questo manto verde, sbucasse all'improvviso un piccolo quadrifoglio ed eccellente porta fortuna: tutto è possibile su quest'isola magica.