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Aereoporti pericolosi?

Ostacoli a ridosso della pista, vicinanza dei monti o del mare, città. Ma non c'è da preoccuparsi: in realtà piste pericolose non esistono. Parola di pilota. I Viaggi

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Ci sono aeroporti che la voce popolare definisce "pericolosi" e naturalmente viene spontaneo chiedersi: ma se un aeroporto è pericoloso, perché viene permesso di atterrarci? La risposta è che non esistono, in realtà, aeroporti pericolosi. Ci sono, è vero, aeroporti sui quali atterrare può essere più complicato che in altri: i problemi più grossi vengono dalla presenza di ostacoli a ridosso dell'area aeroportuale, che limitano le possibiltà di manovra, mentre la vicinanza di mare e monti facilita la formazione di venti vorticosi e nubi temporalesche, e la vicinanza di aree ad elevata urbanizzazione impedisce spesso l'allungamento delle piste.

Si è così costretti a porre una serie di limitazioni: dimensioni, peso e velocità degli aerei, visibilità minima richiesta, vento massimo ammesso e così via. Se si rispettano queste regole, il "pericolo" non c'è. La nostra penisola è particolarmente ricca di questi aeroporti "difficili" (basti pensare a Palermo, Genova, Firenze e Reggio Calabria, dove il sentiero di avvicinamento è addirittura curvilineo), ma ce ne sono in tutte le parti del mondo e il più famoso di tutti era il Kai Tak, il vecchio aeroporto di Hong Kong. Ora hanno letteralmente spianato un isolotto per costruirne uno più moderno e più "facile", ma chi ci è atterrato anche una sola volta (e io sono tra questi) non lo dimenticherà mai.

Seguendo la rotta di avvicinamento strumentale, si sbucava dalle nuvole basse, quasi sempre presenti in zona, e si continuava a vista puntando verso una colossale scacchiera dipinta sul fianco di una collina poi, in mezzo alle case, si cominciava a intravvedere una linea di luci sequenziali lampeggianti che improvvisamente piegava a destra e, in fondo alla fila di luci, si materializzava una specie di lungo molo che dalla terraferma irta di grattacieli si protendeva verso l'antistante isola di Hong Kong: quella era la pista, e lì, disinserito il pilota automatico, si andava ad atterrare al termine di una secca virata che iniziava a soli duecento metri di quota per concludersi un attimo prima che le ruote toccassero terra.

I passeggeri seduti ai finestrini del lato destro dell'aereo avevano l'impressione di "entrare" nei balconcini delle case sottostanti, mentre quelli seduti a sinistra si vedevano proiettati di colpo verso il cielo... E i piloti? I piloti, davanti, si divertivano: finalmente un aeroporto dove l'uomo riprendeva il sopravvento sui confortevoli, ma asfissianti, automatismi della macchina.

* Pietro Pallini è pilota di voli intercontinentali