QUANDO si passa più della metà dell'anno in giro per il mondo, nasce presto la necessità di trovare dei posti nei quali sentirsi un po' come a casa, locali a misura d'uomo, che compensino la fredda impersonalità degli alberghi. I naviganti della SAS hanno prodotto un elenco di tutti questi posti “da equipaggi” ai quattro angoli del globo. Destinato dapprima ad un uso interno, è stato da qualche mese messo in commercio, diventando una fortunata guida turistica. Noi italiani non siamo altrettanto organizzati, e ci affidiamo al tam tam interno.A Milano nei pressi del nostro albergo, c'è quello che ormai da decenni noi chiamiamo “la pizza al muro”. All'origine c'era solo il bancone del pizzaiolo, quattro tavolini e, contro la parete lunga, una mensolona con una dozzina di alti sgabelli: si mangiava un trancio di pizza, un'insalata e una birra guardando il muro, di qui il nome. A una certa ora della notte c'erano solo ferrovieri a fine turno, prostitute in pausa e piloti arrivati con gli ultimi voli della sera. Nel corso degli anni “la pizza al muro” si è espansa, e ora è quasi un locale cult: quattro sale, decine di tavoli e il mitico “muro” ridotto a soli quattro posti. Prostitute e ferrovieri spariti, resistono alcuni equipaggi, ma la pizza è sempre la stessa. Non così, ahimé, i prezzi, che si sono allineati al nuovo status del posto.
A Osaka, invece, sempre vicino all'albergo, in una stradina traversa, quasi perso tra negozi di macchine fotografiche e computer, c'è un piccolo ristorante con venti coperti e cucina a vista: tra i tavoli e ai fornelli, capelli a coda di cavallo e una dentatura anch'essa vagamente equina, regna Gen. Parla un discreto inglese e si arrangia con l' italiano. Il menù (anche in italiano) è ridotto, ma offre tutte le specialità giapponesi, dal sushi al tenpura, dagli yakisoba ai gyoza, con curiose contaminazioni italiane come gli “spagetti (sic!) alla capitan Max” e poi c'è sempre il “piatto del giorno” e la possibilità, su ordinazione, di gustare altre ghiottonerie locali. Gen ti accoglie con un inchino orientale, una stretta di mano occidentale e, per i clienti più affezionati, un “welcome home” che ti fa subito sentire a casa. Se poi uno ha portato una bottiglia di vino dall'Italia, Gen non fa problemi per stapparla e servirla, anzi, si siede al tavolo e si fa un bicchiere con noi. Gen ha chiamato il suo locale “La Piccola Cucina” e con alcuni di noi è tanto amico che, quando è venuto in vacanza in Italia, non ha praticamente avuto bisogno di andare in albergo. A casa nostra noi da lui, a casa sua lui da noi.
*Pietro Pallini è pilota di voli intercontintentali
A Osaka, invece, sempre vicino all'albergo, in una stradina traversa, quasi perso tra negozi di macchine fotografiche e computer, c'è un piccolo ristorante con venti coperti e cucina a vista: tra i tavoli e ai fornelli, capelli a coda di cavallo e una dentatura anch'essa vagamente equina, regna Gen. Parla un discreto inglese e si arrangia con l' italiano. Il menù (anche in italiano) è ridotto, ma offre tutte le specialità giapponesi, dal sushi al tenpura, dagli yakisoba ai gyoza, con curiose contaminazioni italiane come gli “spagetti (sic!) alla capitan Max” e poi c'è sempre il “piatto del giorno” e la possibilità, su ordinazione, di gustare altre ghiottonerie locali. Gen ti accoglie con un inchino orientale, una stretta di mano occidentale e, per i clienti più affezionati, un “welcome home” che ti fa subito sentire a casa. Se poi uno ha portato una bottiglia di vino dall'Italia, Gen non fa problemi per stapparla e servirla, anzi, si siede al tavolo e si fa un bicchiere con noi. Gen ha chiamato il suo locale “La Piccola Cucina” e con alcuni di noi è tanto amico che, quando è venuto in vacanza in Italia, non ha praticamente avuto bisogno di andare in albergo. A casa nostra noi da lui, a casa sua lui da noi.
*Pietro Pallini è pilota di voli intercontintentali