Viaggi

Marche e Umbria

Nel regno della Sibilla

Un percorso nella tradizione e nella leggenda, tra torrenti che corrono in strette gole e borghi si nascondono tra la vegetazione. I Viaggi

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IL VECCHIO CAMION sbuffa e tossisce arrancando in salita sulla sterrata che risale il fianco del Monte Sibilla, rincorso da un nugolo di candidi ed abbaianti cani maremmani, inflessibili guardiani del gregge di pecore che attende lassù, a oltre 1600 metri di quota, di essere prelevato e portato via. Nevica. Una di quelle nevicate strane di mezzo autunno che imbianca tutto, ma che magari domani si scioglierà sotto il sole per andare ad ingrossare i torrenti che corrono nelle strette gole dei Monti Sibillini. Chissà se il pastore di origini siciliane che guida il pesante mezzo lanciando sguardi accigliati alle nubi, pervicacemente avvinghiate alla vetta della montagna, conosce la storia della Sibilla appenninica: forse no, non c'è più chi abbia tempo e modo di raccontarla.

Oggi è tutto troppo veloce, le pecore le si porta via con i camion, all'ultimo momento, quando già il freddo è arrivato: non ci si muove per tempo, a settembre, spostandosi a piedi verso i pascoli della Maremma, lentamente, passo dopo passo, giorno dopo giorno, con i ritmi dettati dal passo incerto del gregge. Una volta, invece, mentre gli animali pascolavano cogliendo le ultime erbe dell'estate oramai alla fine, dalle sacche i pastori traevano ancora una volta quegli stessi libri, consunti, letti e riletti, che li avevano già accompagnati per anni, riempiendo di storie fantastiche i rari momenti d'ozio sotto qualche albero striminzito.

Tra quelle letture, la preferita dai pastori marchigiani era sicuramente "Guerrino detto il Meschino", composto tra il 1400 ed il 1431 da Andrea dei Mangabotti da Barberino, ispirandosi a racconti di origine francese vecchi già di due secoli, che egli adattò alla realtà italiana. E dall'Italia il racconto tornò a circolare verso nord, sino a raggiungere la Germania, dove fornì la materia prima per il romanzo cavalleresco "Tannhauser", da cui Richard Wagner trarrà la sua famosa opera lirica. Il Guerrin Meschino, che più di ogni altra cosa desiderava conoscere le proprie origini per trovare finalmente una collocazione nel mondo, ricevette da un mago africano un prezioso consiglio: "Ho letto che la Sibilla è ancora viva e si dice che non morirà sino alla fine del mondo. Andate da lei, sulla montagna sopra la città di Norcia ed ella vi dirà ciò che volete sapere, perchè conosce tutte le cose presenti e passate".

Le Sibille della tradizione antica, secondo Varrone, erano dodici: le si trova rappresentate nei suggestivi affreschi di Martino Bonfini che decorano il Santuario della Madonna dell'Ambro, a Montefortino. La Sibilla appenninica o italica, dimorante sui Sibillini, non fa parte di questo elenco, ma secondo alcuni si tratterebbe della Sibilla Cumana che, cacciata dal suo antro, si sarebbe rifugiata tra queste balze rocciose. Il Meschino si mette così in marcia per raggiungere l'eremo di Sant'Antonio di Capotenna, nelle gole dell'Infernaccio, dove tre frati cercano disperatamente di distoglierlo dal suo intento. Nel Museo di Arte Sacra di Montefortino si trova una statua lignea quattrocentesca di Sant'Antonio proveniente dall'eremo (oggi scomparso): con lo sguardo severo ed il dito alzato con fare perentorio sembra ricordare l'atteggiamento di quei romiti che avevano il compito di impedire ai viandanti di recarsi nella grotta della Sibilla.

Ovviamente il Meschino li convince delle sue buone intenzioni ed i religiosi lo lasciano passare: traversata la selvaggia gola, ancora oggi uno dei luoghi più suggestivi del gruppo montuoso, il cavaliere inizia la lunga salita verso la vetta della montagna, che rientra nel territorio di un piccolo, delizioso paesino abbarbicato alla montagna a quasi mille metri di quota, fondato da monaci eremiti e per questo chiamato Montemonaco.

Oltre alla famosa grotta, nel suo territorio si trova anche il Lago di Pilato, l'unico lago naturale delle Marche: certo come lago è poca cosa, anche perchè sorge a quasi duemila metri di quota in una conca glaciale ai piedi di una parete rocciosa irta di guglie (tra cui si trova anche il Monte Vettore, la vetta più alta dei Sibillini) e deve la propria esistenza solo all'acqua di scioglimento delle nevi. Secondo la leggenda vi si sarebbe inabissato il corpo di Pilato, fatto giustiziare da Vespasiano, collocato su un carro trainato da buoi lasciati liberi di andare che con una lunga, selvaggia corsa arrivarono sino a questi monti.

Considerato maledetto era attivamente frequentato da negromanti, maghi e streghe in cerca di contatti col demonio ed in effetti sulle sue rive è stata rinvenuta la cosiddetta "Grande Pietra", un masso squadrato con incise scritte misteriose, probabilmente legate alle cerimonie che si svolgevano lassù, sotto l'occhio vigile e torvo del Pizzo del Diavolo. Oggi la pietra è stata trasportata nel "Museo della Sibilla" di Montemonaco, che dovrebbe aprire nel corso del 2008. Secondo le autorità ecclesiastiche dell'epoca gli abitanti del paese non erano abbastanza solerti nell'impedire il via vai di maghi e streghe verso i luoghi magici del proprio territorio, e qualcuno sostenne addirittura che in realtà Montemonaco derivasse il proprio nome da "Mons Demoniacus", monte del Demonio.

Nella metà del XV secolo l'intero paese venne così scomunicato, e solo più tardi riabilitato, come dimostra una pergamena del 1452. Fatto sta che sulla strada che da Montemonaco porta alla frazione di Foce, dove inizia il sentiero per il Lago di Pilato, si trovano molte simbologie quantomeno "strane", come la stella a cinque punte sulla parete esterna della chiesetta di Santa Maria in Casalicchio o il misterioso simbolo scolpito su una monofora della frazione Rocca, che sembra rapresentare il Monte Sibilla in connessione con le stelle: "guardando in alto, gli parve che quel monte toccasse la volta del firmamento" scrive Andrea da Barberino nel suo romanzo, dopo aver fatto scalare al suo eroe la vetta "insanguinandosi mani e piedi per salir su, tanto era aspro e malagevole il tragitto".

Raggiunto il regno della Sibilla, il Meschino vi rimarrà per un anno, senza riuscire a farsi rivelare il nome dei propri genitori dalla Sibilla, che nel romanzo si chiama Alcina ed ha le fattezze di una fata perfida ed egoista. In realtà per la loro capacità di predire il futuro, le Sibille vennero "inglobate" dalla religione cattolica ed assimilate ai profeti. Nella versione "buona", la Sibilla invia nei paesi le fate che ha al proprio servizio, per insegnare alle donne a cucire ed a filare la lana. A Pretare, una frazione di Arquata del Tronto, ancora oggi, in estate, si tiene la festa popolare della "discesa delle fate". Questa doppia personalità delle Sibille si ritrova anche in un altro personaggio che frequentò abbastanza assiduamente i Sibillini: Francesco Stabili, detto Cecco D'Ascoli, astronomo, medico, negromante e letterato, mandato al rogo a Firenze nel 1327 con l'accusa di stregoneria: in realtà era solo un grande, e soprattutto libero, pensatore. Per contrastare gli influssi malefici, oltre a bruciare maghi e streghe o presunti tali, la chiesa favorì il nascere di numerosi luoghi di culto, ed in particolare di eremi, su queste selvagge ed isolate montagne, che ben si prestavano a diventare dimora di chi anelava la solitudine.

Norcia è la patria di San Benedetto, è quindi del tutto ovvio che molti eremi siano di fondazione benedettina, ma successivamente ebbe ampia diffusione anche il francescanesimo. La spinta ascetica alla solitudine, al lavoro ed alla preghiera non si è del tutto esaurita nemmeno oggi, come dimostra l'esperienza di padre Pietro Lavini che su uno sperone di roccia a picco sulle Gole dell'Infernaccio ha ricostruito in solitudine l'antico eremo di San Leonardo: "Questo è un luogo sacro da millenni. Un tempo vi sorgeva un tempietto pagano e vi è sorto il primo monastero benedettino del Piceno", racconta "ed è anche il luogo dove nacque l'ordine francescano dei Cappuccini, a cui io appartengo. Per questo ho sentito la necessità di farlo risorgere".

Il "muratore di Dio", come viene affettuosamente chiamato, ha iniziato a edificare il nuovo santuario nel 1970: dopo 37 anni sta terminando il campanile,poi l'opera sarà compiuta: "nel frattempo sono anche stato in Africa, per questo ho impiegato così tanti anni", quasi si scusa, tornando al suo lento lavoro, che non si ferma nemmeno ora che sfiora gli ottant'anni d'età.

Non tutti sono d'accordo con il suo impegno: molti hanno rilevato che per costruire il nuovo santuario, dalle forme obiettivamente discutibili, è stato distrutto l'antico rudere romanico di grande valore storico, e per di più all'interno di un Parco Nazionale. Resta l'ammirazione per l'impegno di una vita che rieccheggia quelli dei suoi confratelli di molti secoli prima, tutti, come spiega padre Pietro "ispirati da Dio a rimboccarsi le mani ed a costruire luoghi di preghiera". Poco lontano dall'Infernaccio e dalla valle del Tenna, scorre il torrente Fiastrone.

Le sue gole, in cui le pareti rocciose arrivano quasi a toccarsi, sono uno degli spettacoli naturali più emozionanti dei Sibillini. Duecento metri più in alto, su una parete rocciosa strapiombante, si apre una grotta al cui interno è stato rinvenuto un eremo, scavato negli anni '70 da un altro frate, padre Natale Sartini, con l'aiuto di numerosi volontari, che da allora viene chiamato "Grotta dei Frati". Durante l'ultima guerra mondiale la valle del Fiastrone divenne rifugio dei partigiani: proseguendo per poche decine di metri sul sentiero, si arriva ad un'altra grotta, vertiginosamente affacciata sul fiume, da cui i combattenti spiavano l'arrivo delle truppe nemiche.

Sembra strano che un luogo di così grande bellezza e pace possa essere stato teatro di aspri combattimenti tra reparti germanici e partigiani, ma questa è sempre stata una terra ricca di contraddizioni. Il bene ed il male vi si scontrano da sempre, e tracce importanti di questo conflitto si possono trovare anche nei toponimi, che contrappongono all'Infernaccio, al Pizzo del Diavolo, alla Fonte del Meschino, al Passo delle Streghe, alla Grotta del Diavolo ed al Passo Cattivo, la Cima del Redentore, la Valle Santa, il Monte della Croce, la sorgente Acquasanta, il Poggio Paradiso e lo Scoglio del Miracolo!

E se sulle cime dei monti o nelle gole selvagge vagano le anime tormentate di demoni e peccatori, nelle valli e sugli altipiani sorgono capolavori dell'arte legata alla fede, come le decine di chiese campestri riccamente affrescate o come il grandioso Santuario di Macereto, a Visso, dove già le capacità artistiche dei maggiori pittori locali si erano applicate a decorare la antica collegiata di Santa Maria, che conserva al suo interno forse l'affresco più singolare dei Sibillini: un enorme San Cristoforo alto più di dieci metri.

Secondo la tradizione, se lo si guarda al mattino, si avrà vita salva fino a sera. Crocevia di artisti e di maghi, queste montagne hanno ispirato innumerevoli opere d'arte, ed è quindi giusto che proprio qui, nel delizioso borgo di Montefortino, si trovi la più straordinaria pinacoteca delle Marche, oggi inserita tra i Musei del Parco: quella dedicata a Francesco Duranti che nel XIX secolo raccolse innumerevoli opere di valore per poi donarle alla sua città natale. Oggi la Pinacoteca Duranti può a ragione definirsi "il piccolo Louvre dei Sibillini", per la ricchezza ed il valore delle opere esposte.

E non senza sorpresa potremo osservare che, tra santi in estasi e Madonne assise in trono, spunta qua e là qualche demone ed anche il ritratto sereno e composto di una Maga. In fondo, siamo pur sempre in quello che Antoine De La Sale, scrittore provenzale di sei secoli fa, definì il Regno della Sibilla .

(Si ringrazia Michele Sensini per la preziosa collaborazione)