"Vides ut alta stet nive candidum Soracte". Questa è la prima citazione letteraria del Monte Soratte che, all’epoca di Orazio e dei suoi Carmina, svettava candido di neve nella valle del Tevere. Da allora, variazioni climatiche a parte, poco è cambiato per questa suggestiva montagna alta 691 metri e custode di una spiritualità fatalmente attratta dalle sue pendici verdi di aceri e lecci e trafitte da spettacolari fenomeni carsici. Il Soratte è una sorta di isola calcarea circondata dai tufi eruttati in passato dal vulcano Sabatino, quello che oggi ospita, ridotto a pacifico cratere, il lago di Bracciano.
Alto e di facile difesa, il monte è stato abitato fin dall’Età del Bronzo e considerato, per la sua posizione, un altare naturale dal quale più facile risultava la comunicazione con gli dei. Prima gli Etruschi, poi Falisci e Capenati, popolazioni italiche di cultura etrusca, quindi gli Hirpi Sorani, sacerdoti ma anche briganti, ne fecero il loro tempio e si fecero conoscere nell’antica Roma per i culti misterici, legati a prove fisiche come l’affrontare a piedi nudi i carboni ardenti. Non sfuggirono all’attrazione magnetica del Soratte gli stessi Romani che, in Età classica, ne usarono la cima per collocarvi un tempio dedicato ad Apollo.
Con i secoli cambia la spiritualità, ma non certo il fascino della montagna, e la leggenda racconta che, papa Silvestro I, in fuga dall’ultima grande persecuzione scatenata da Costantino I nel III secolo, nei resti di quel tempio pagano si rifugia. Nasce così l’Eremo di San Silvestro che, nel 747, accoglie per una sosta di preghiera Carlomanno, figlio di Pipino, che rinuncia al trono e si fa monaco.
Gli eremiti monaci benedettini convergono sull’unica cima presente nella valle del Tevere, così diversa dalle dolci colline della Tuscia. Il suo profilo dentellato si scorge da grande distanza e la sua imponenza consente allo sguardo di spaziare, nelle giornate limpide, fino al Terminillo, al Monte Amiata e, oltre il lago di Bracciano, fino allo scintillio del mar Tirreno. Sorgono gli eremi di Santa Lucia, di San Sebastiano, di Sant’Antonio, di Santa Romana, di San Nonnoso, dei cui miracoli racconta Gregorio Magno.
E alla base del monte si aggregano contadini e fattori; nasce così il paese di Sant’Oreste, raccolto intorno alla comunità religiosa dedicata al giovane martire romano Edisto o Eristo, ucciso nel 68 dopo Cristo durante la persecuzione neroniana. Il nome, nel tempo, verrà storpiato fino a diventare l’odierno Sant’Oreste.
La prima testimonianza storica riguardante il paese si trova nel Chronicon di Benedetto del Soratte che nel 747 cita la Curtis Sancii Heristi nella quale finiscono con il confluire anche le curtis sorte in pianura e per questo esposte alle invasioni barbariche e alla insalubrità dei luoghi. Nel 1074 la comunità di Sant’Oreste viene citata in una bolla di donazione di papa Gregorio VII. Il centro storico, nonostante conservi strutture medievali, testimonia oggi del grande sviluppo monumentale e difensivo che il paese ebbe nel XVI secolo.
I bastioni vennero rinforzati e rese monumentali le tre porte di accesso: Porta Valle, Porta Costa e Porta la Dentro. Imponente e di chiara influenza vignolesca è palazzo Caccia-Canali, costruito nel 1589 dai Cavalieri Caccia, nobili novaresi trasferiti a Roma per servire la famiglia Farnese, approfittando delle maestranze del Vignola, impegnate a costruire Villa Farnese a Caprarola. Oggi ospita la sede del Museo Naturalistico della Riserva del Monte Soratte. Alla famiglia Aldobrandini si deve invece il Monastero di S. Croce (oggi sede del Comune), che sorge accanto a palazzo Caccia-Canali.
Da visitare è la chiesa trecentesca di Santa Maria Hospitalis, la cui primitiva costruzione è antecedente all’anno 1000 e testimonia delle origini stesse della comunità. Da Sant’Oreste si dipartono numerosi percorsi di visita per scoprire le attrattive monumentali e paesaggistiche del monte Soratte. A cominciare dai Meri, tre grandi voragini di origine carsica nelle quali gli antichi abitanti del Soratte scorgevano le porte d’accesso agli Inferi. Comunicanti tra loro e profondi fino a 115 metri, i Meri sono stati esplorati nel 1920 da due padri della speleologia romana, Enrico Jannetta e Carlo Franchetti.
La materia stessa del Soratte, antichissima isola nel mare del Pliocene, è perforata da suggestive grotte che si aprono nei luoghi più impensati, spesso appena dietro la parete di tufo di una cantina o di una cava.
La più grande venne scoperta così, negli anni ’60, per colpa di una ruspa che sfondò una parete rivelando una gigantesca cavità naturale. Nella pietra è scavata la suggestiva chiesa rupestre di Santa Romana e sulla pietra si erge Santa Maria delle Grazie, complesso monastico costruito nel 1835 e oggi messo a disposizione di turisti e pellegrini per un’ospitalità assolutamente spartana, a partire dalla bella stagione.
E sempre dalla pietra e dalle proprietà organolettiche del suolo deriva l’aroma peculiare dell’olio d’oliva del Soratte. Olio famoso al punto che, un artista come il Vignola, lo accettò in pagamento dei suoi servigi nel 1568, e il marchese Canali fu premiato da papa Leone XIII nel 1888 per la sua produzione. Il consiglio, dopo aver percorso i sentieri tra i boschi del Soratte e visto numerosi eremi, è di assaggiare l’olio sul pane bruscato per prepararsi a gustare i prodotti tipici della zona. Primi tra tutti carne e salumi.
Alto e di facile difesa, il monte è stato abitato fin dall’Età del Bronzo e considerato, per la sua posizione, un altare naturale dal quale più facile risultava la comunicazione con gli dei. Prima gli Etruschi, poi Falisci e Capenati, popolazioni italiche di cultura etrusca, quindi gli Hirpi Sorani, sacerdoti ma anche briganti, ne fecero il loro tempio e si fecero conoscere nell’antica Roma per i culti misterici, legati a prove fisiche come l’affrontare a piedi nudi i carboni ardenti. Non sfuggirono all’attrazione magnetica del Soratte gli stessi Romani che, in Età classica, ne usarono la cima per collocarvi un tempio dedicato ad Apollo.
Con i secoli cambia la spiritualità, ma non certo il fascino della montagna, e la leggenda racconta che, papa Silvestro I, in fuga dall’ultima grande persecuzione scatenata da Costantino I nel III secolo, nei resti di quel tempio pagano si rifugia. Nasce così l’Eremo di San Silvestro che, nel 747, accoglie per una sosta di preghiera Carlomanno, figlio di Pipino, che rinuncia al trono e si fa monaco.
Gli eremiti monaci benedettini convergono sull’unica cima presente nella valle del Tevere, così diversa dalle dolci colline della Tuscia. Il suo profilo dentellato si scorge da grande distanza e la sua imponenza consente allo sguardo di spaziare, nelle giornate limpide, fino al Terminillo, al Monte Amiata e, oltre il lago di Bracciano, fino allo scintillio del mar Tirreno. Sorgono gli eremi di Santa Lucia, di San Sebastiano, di Sant’Antonio, di Santa Romana, di San Nonnoso, dei cui miracoli racconta Gregorio Magno.
E alla base del monte si aggregano contadini e fattori; nasce così il paese di Sant’Oreste, raccolto intorno alla comunità religiosa dedicata al giovane martire romano Edisto o Eristo, ucciso nel 68 dopo Cristo durante la persecuzione neroniana. Il nome, nel tempo, verrà storpiato fino a diventare l’odierno Sant’Oreste.
La prima testimonianza storica riguardante il paese si trova nel Chronicon di Benedetto del Soratte che nel 747 cita la Curtis Sancii Heristi nella quale finiscono con il confluire anche le curtis sorte in pianura e per questo esposte alle invasioni barbariche e alla insalubrità dei luoghi. Nel 1074 la comunità di Sant’Oreste viene citata in una bolla di donazione di papa Gregorio VII. Il centro storico, nonostante conservi strutture medievali, testimonia oggi del grande sviluppo monumentale e difensivo che il paese ebbe nel XVI secolo.
I bastioni vennero rinforzati e rese monumentali le tre porte di accesso: Porta Valle, Porta Costa e Porta la Dentro. Imponente e di chiara influenza vignolesca è palazzo Caccia-Canali, costruito nel 1589 dai Cavalieri Caccia, nobili novaresi trasferiti a Roma per servire la famiglia Farnese, approfittando delle maestranze del Vignola, impegnate a costruire Villa Farnese a Caprarola. Oggi ospita la sede del Museo Naturalistico della Riserva del Monte Soratte. Alla famiglia Aldobrandini si deve invece il Monastero di S. Croce (oggi sede del Comune), che sorge accanto a palazzo Caccia-Canali.
Da visitare è la chiesa trecentesca di Santa Maria Hospitalis, la cui primitiva costruzione è antecedente all’anno 1000 e testimonia delle origini stesse della comunità. Da Sant’Oreste si dipartono numerosi percorsi di visita per scoprire le attrattive monumentali e paesaggistiche del monte Soratte. A cominciare dai Meri, tre grandi voragini di origine carsica nelle quali gli antichi abitanti del Soratte scorgevano le porte d’accesso agli Inferi. Comunicanti tra loro e profondi fino a 115 metri, i Meri sono stati esplorati nel 1920 da due padri della speleologia romana, Enrico Jannetta e Carlo Franchetti.
La materia stessa del Soratte, antichissima isola nel mare del Pliocene, è perforata da suggestive grotte che si aprono nei luoghi più impensati, spesso appena dietro la parete di tufo di una cantina o di una cava.
La più grande venne scoperta così, negli anni ’60, per colpa di una ruspa che sfondò una parete rivelando una gigantesca cavità naturale. Nella pietra è scavata la suggestiva chiesa rupestre di Santa Romana e sulla pietra si erge Santa Maria delle Grazie, complesso monastico costruito nel 1835 e oggi messo a disposizione di turisti e pellegrini per un’ospitalità assolutamente spartana, a partire dalla bella stagione.
E sempre dalla pietra e dalle proprietà organolettiche del suolo deriva l’aroma peculiare dell’olio d’oliva del Soratte. Olio famoso al punto che, un artista come il Vignola, lo accettò in pagamento dei suoi servigi nel 1568, e il marchese Canali fu premiato da papa Leone XIII nel 1888 per la sua produzione. Il consiglio, dopo aver percorso i sentieri tra i boschi del Soratte e visto numerosi eremi, è di assaggiare l’olio sul pane bruscato per prepararsi a gustare i prodotti tipici della zona. Primi tra tutti carne e salumi.