Go Greyhound: il levriero campeggia sulle fiancate delle corriere che attraversano l’America, dal Canada al Messico, il simbolo del viaggio “on the road”, sulla strada. Non sarà come ai tempi di Jack Kerouac, né rivivere l’epopea dei vagabondi che saltavano sul vagone del treno merci, alla maniera del folksinger Woody Guthrie, ma è sicuramente il modo più economico, a parte l’autostop, per viaggiare anche negli States. Nessuna meraviglia, quindi, se sul bus i compagni di viaggio sono soprattutto neri, latinos, anziani o giovani studenti, anche stranieri: è l’altra America che è sulla strada. Un assaggio? Un breve itinerario, una manciata di ore, da Miami verso le isole Key, giù fino a Key West, lungo l’Overseas Highway, 202 chilometri di strada, tra canali e ponti che uniscono gli isolotti (“cayo” in spagnolo, trasformato in Key) che affiorano dal mare, l’allegra e leggendaria “repubblica di Conch”, gli indigeni di Key West, che nel 1982 dichiarò guerra alle autorità Usa a colpi di pane raffermo (rilanciando così il turismo), quel piccolo paradiso dove anche Ernest Hemingway aveva trovato dimora. Prima tappa, arrivando dall’Italia è Miami: ache all’aeroporto c’è una fermata.
DOWNTOWN MIAMI
È la stazione di partenza: consigliano di andare in anticipo, ma nella sala d’attesa c’è poco movimento. Si può fare qui il biglietto (se non si è fatto via internet) e, soprattutto, si può scegliere dove sedersi sul bus. I dintorni, però, non sono raccomandabili. La stazione consiste in un edificio isolato, un quadrato di cemento, pitturato in azzurro e bianco, con porta di ferro. Guardia giurata latinoamericana ed impiegato afroamericano arroccati dentro: due panchine all’esterno, ma c’è la toilette (chiedere la chiave). La prima fermata è la più affollata, il bus si riempie di razze, di colori e odori. La stazione ha sala d’attesa e un parcheggio. A distanza di pochi minuti lo stop all’aeroporto internazionale (cercare la pensilina giusta). Una mezzoretta verso Sud, tra autostrade e insegne dai nomi evocativi (Coral way, Monkey jungle), poi si svolta su Cutler Ridge, sul Carribean Boulevard, e al distributore dell’American gasoline, accanto al Best Western, c’è l’ultima fermata di Miami. Gli autisti, generalmente neri, mangiano e bevono con voracità durante il viaggio, ma la guida è “Safe, Reliable e Courteous”. Comunque, il limite delle 70 miglia è rispettato, e l’Overseas Highway, la strada costruita a fine anni Trenta e poi allargata fino ai giorni nostri sulle macerie della linea ferroviaria distrutta dall’uragano del ‘35, è praticamente senza curve. Lavori in corso, per raddoppiare quest’unica arteria nell’Oceano, rallentano il viaggio. Ci si lascia su un lato e poi alle spalle la palude delle Everglades, con le sue mangrovie, cipressi, papiri, acquitrini e alligatori, meta tutt’altro che secondaria (vedi box pagina 39).
VERSO L’ISOLA DEI CORALLI
Quasi un’ora di viaggio e c’è la fermata “fantasma” non lontano dal porticciolo di Key Largo, dove campeggia l’insegna WorldWaterPort: nessuna stazione, né possibilità di fare il biglietto. Chi vuole salire deve fare segnali con le braccia e, si racconta, dovrebbe mettere in bella mostra i dollari per ottenere il passaggio. Anche sotto la pioggia torrenziale è l’unico modo per far fermare il Greyhound: sulla via del ritorno, un giovane studente che deve andare a Washington, con giacca a vento gialla e sacco sulle spalle, dal ciglio della strada fa larghi movimenti delle braccia per richiamare l’autista e, fino all’ultimo, il bus non rallenta la corsa, poi l’autista accosta e il ragazzo può salire. Se volete scendere qui, comunque, dovete organizzarvi per raggiungere l’albergo. Se poi volete fermarvi all’Historic Tavernier Inn, dovrete chiedere il favore all’autista (mancia gradita) di proseguireuna decina di chilometri più avanti fino al numero 91865. Tavern Inn è la storica taverna (ora trasformata in dignitoso hotel, con il pregio delle stanze con pavimenti di legno, neinte moquette!) che divenne ricovero d’emergenza durante l’uragano degli anni Trenta . Da qui, meglio saperlo, affittate bici o moto, oppure usate il servizio taxi, con i “massicci” driver in puro stile Wrestling. Dal gradevole porto di Key Largo, dove è attracccata anche la barca del film Key Largo (L’isola dei coralli: 1948 con Humprhey Bogart e Lauren Bacall), si raccomandano le escursioni verso la barriera corallina: tante le offerte, pinne e maschere comprese (ma, da qui, ogni tappa è buona).
SOPRA IL SEVENMILE BRIDGE
Un’altra mezz’0ra di viaggio, sulla strada che scorre tra i due mari, e c’è la fermata con sosta di 20 minuti. Sulla via del ritorno lo stop è direttamente al Burger King: tutti in fila per chips, hamburger and Coke. A Islamorada, un insieme di piccole isole con tranquille insenature da raggiungere in barca, c’è l’Hurricane Monument, memoria di una tragedia rinnovata dall’urgano Andrew nel 1992, e lo stabilimento della Fish company, la compagnia del pesce. Si corre lungo i canali, i porti e le isolette, scorrono i cartelli del Lignumvitae, il tipico albero dalla corteccia rossastra. Da Islamorada a Marathon ci vogliono 45 minuti. Un piccolo areoporto costeggia l’Overseas Highway proprio dove la stazione dei Greyhound di Marathon ha le pensiline. Non molto lontano, on the road, l’insegna del Barracuda grill e il Turtle hospital segnalano che siamo vicini al “grande balzo”. Ecco il Seven mile bridge, tra baia e oceano, una larga curva che si perde nel mare fino al Little Duck Missouri e all’apparire, accanto al nuovo percorso, del ponte della ferrovia spezzata dalla furia dell’acqua nel 1935.
[[ge:rep-locali:repubblica:117034939]] GIOCOLIERI A MALLORY SQUARE
In 25 minuti dall’altra fermata, Big Pine è la cittadina dell’oasi verde tra le due sponde. L’area dei cervi, zona protetta. Sulla strada il cartello luminoso segnala 11 incidenti mortali quest’anno e raccomanda prudenza. Nomi di Channel e Bridge si alternano tra spanish e english: South Pines, Boca Chica, Niles. Scorrono i monconi dei vecchi ponti, più avanti, sulla destra, si fa largo l’insegna di Fred, deposito di letti e mobili a prezzi popolari, fino allo Shark channel, canale dello squalo. Meno di un’ora e si arriva nella capitale delle Key, la meta creativa del divertimento, dei giocolieri internazionali che si esibiscono in piazza al tramonto, il paese delle sfilate con i carri e dell’arcobaleno gay che si immerge nelle acque tropicali. La stazione Greyhound è all’aeroporto. 5 ore di viaggio da Miami. Taxi o bus per andare verso il centro alla ricerca di un bed and breakfast stile coloniale (ce ne sono di graziosi, alcuni solo per gay), giù lungo la commerciale e variopinta Duval street, verso Mallory Square, dove razzolano indisturbati galli e pollastre. Immancabile la visita alla casa di Hemingway (ma la battuta corrente in zona tropicale è: ditemi il luogo dove Hemingway NON aveva una casa!), con i suoi gatti a sei dita, e lì accanto il faro. Poi un salto a Fort Zachary Taylor (ingresso 4 dollari) con la sua splendida spiaggia. Buon bagno!
DOWNTOWN MIAMI
È la stazione di partenza: consigliano di andare in anticipo, ma nella sala d’attesa c’è poco movimento. Si può fare qui il biglietto (se non si è fatto via internet) e, soprattutto, si può scegliere dove sedersi sul bus. I dintorni, però, non sono raccomandabili. La stazione consiste in un edificio isolato, un quadrato di cemento, pitturato in azzurro e bianco, con porta di ferro. Guardia giurata latinoamericana ed impiegato afroamericano arroccati dentro: due panchine all’esterno, ma c’è la toilette (chiedere la chiave). La prima fermata è la più affollata, il bus si riempie di razze, di colori e odori. La stazione ha sala d’attesa e un parcheggio. A distanza di pochi minuti lo stop all’aeroporto internazionale (cercare la pensilina giusta). Una mezzoretta verso Sud, tra autostrade e insegne dai nomi evocativi (Coral way, Monkey jungle), poi si svolta su Cutler Ridge, sul Carribean Boulevard, e al distributore dell’American gasoline, accanto al Best Western, c’è l’ultima fermata di Miami. Gli autisti, generalmente neri, mangiano e bevono con voracità durante il viaggio, ma la guida è “Safe, Reliable e Courteous”. Comunque, il limite delle 70 miglia è rispettato, e l’Overseas Highway, la strada costruita a fine anni Trenta e poi allargata fino ai giorni nostri sulle macerie della linea ferroviaria distrutta dall’uragano del ‘35, è praticamente senza curve. Lavori in corso, per raddoppiare quest’unica arteria nell’Oceano, rallentano il viaggio. Ci si lascia su un lato e poi alle spalle la palude delle Everglades, con le sue mangrovie, cipressi, papiri, acquitrini e alligatori, meta tutt’altro che secondaria (vedi box pagina 39).
VERSO L’ISOLA DEI CORALLI
Quasi un’ora di viaggio e c’è la fermata “fantasma” non lontano dal porticciolo di Key Largo, dove campeggia l’insegna WorldWaterPort: nessuna stazione, né possibilità di fare il biglietto. Chi vuole salire deve fare segnali con le braccia e, si racconta, dovrebbe mettere in bella mostra i dollari per ottenere il passaggio. Anche sotto la pioggia torrenziale è l’unico modo per far fermare il Greyhound: sulla via del ritorno, un giovane studente che deve andare a Washington, con giacca a vento gialla e sacco sulle spalle, dal ciglio della strada fa larghi movimenti delle braccia per richiamare l’autista e, fino all’ultimo, il bus non rallenta la corsa, poi l’autista accosta e il ragazzo può salire. Se volete scendere qui, comunque, dovete organizzarvi per raggiungere l’albergo. Se poi volete fermarvi all’Historic Tavernier Inn, dovrete chiedere il favore all’autista (mancia gradita) di proseguireuna decina di chilometri più avanti fino al numero 91865. Tavern Inn è la storica taverna (ora trasformata in dignitoso hotel, con il pregio delle stanze con pavimenti di legno, neinte moquette!) che divenne ricovero d’emergenza durante l’uragano degli anni Trenta . Da qui, meglio saperlo, affittate bici o moto, oppure usate il servizio taxi, con i “massicci” driver in puro stile Wrestling. Dal gradevole porto di Key Largo, dove è attracccata anche la barca del film Key Largo (L’isola dei coralli: 1948 con Humprhey Bogart e Lauren Bacall), si raccomandano le escursioni verso la barriera corallina: tante le offerte, pinne e maschere comprese (ma, da qui, ogni tappa è buona).
SOPRA IL SEVENMILE BRIDGE
Un’altra mezz’0ra di viaggio, sulla strada che scorre tra i due mari, e c’è la fermata con sosta di 20 minuti. Sulla via del ritorno lo stop è direttamente al Burger King: tutti in fila per chips, hamburger and Coke. A Islamorada, un insieme di piccole isole con tranquille insenature da raggiungere in barca, c’è l’Hurricane Monument, memoria di una tragedia rinnovata dall’urgano Andrew nel 1992, e lo stabilimento della Fish company, la compagnia del pesce. Si corre lungo i canali, i porti e le isolette, scorrono i cartelli del Lignumvitae, il tipico albero dalla corteccia rossastra. Da Islamorada a Marathon ci vogliono 45 minuti. Un piccolo areoporto costeggia l’Overseas Highway proprio dove la stazione dei Greyhound di Marathon ha le pensiline. Non molto lontano, on the road, l’insegna del Barracuda grill e il Turtle hospital segnalano che siamo vicini al “grande balzo”. Ecco il Seven mile bridge, tra baia e oceano, una larga curva che si perde nel mare fino al Little Duck Missouri e all’apparire, accanto al nuovo percorso, del ponte della ferrovia spezzata dalla furia dell’acqua nel 1935.
[[ge:rep-locali:repubblica:117034939]] GIOCOLIERI A MALLORY SQUARE
In 25 minuti dall’altra fermata, Big Pine è la cittadina dell’oasi verde tra le due sponde. L’area dei cervi, zona protetta. Sulla strada il cartello luminoso segnala 11 incidenti mortali quest’anno e raccomanda prudenza. Nomi di Channel e Bridge si alternano tra spanish e english: South Pines, Boca Chica, Niles. Scorrono i monconi dei vecchi ponti, più avanti, sulla destra, si fa largo l’insegna di Fred, deposito di letti e mobili a prezzi popolari, fino allo Shark channel, canale dello squalo. Meno di un’ora e si arriva nella capitale delle Key, la meta creativa del divertimento, dei giocolieri internazionali che si esibiscono in piazza al tramonto, il paese delle sfilate con i carri e dell’arcobaleno gay che si immerge nelle acque tropicali. La stazione Greyhound è all’aeroporto. 5 ore di viaggio da Miami. Taxi o bus per andare verso il centro alla ricerca di un bed and breakfast stile coloniale (ce ne sono di graziosi, alcuni solo per gay), giù lungo la commerciale e variopinta Duval street, verso Mallory Square, dove razzolano indisturbati galli e pollastre. Immancabile la visita alla casa di Hemingway (ma la battuta corrente in zona tropicale è: ditemi il luogo dove Hemingway NON aveva una casa!), con i suoi gatti a sei dita, e lì accanto il faro. Poi un salto a Fort Zachary Taylor (ingresso 4 dollari) con la sua splendida spiaggia. Buon bagno!