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Mercati e mercanti

Mercati e mercanti

Da Calcutta a Marrakech, Aleppo, Barcellona, Istanbul, Djenné. La città degli scambi raccontate da un fotoreporter. I Viaggi

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"..E NON MI portare le solite foto di mercati piene di verdure: di quelle ne abbiamo viste un'infinità e sono banali." Questo è quanto un fotografo si è sentito dire per anni. Il mercato è stato visto come la scorciatoia per cogliere immagini di colore e persone, un luogo adatto più al turista frettoloso che al cronista attento. Ma alla fine resistere è difficile: una simile tavolozza di colori e una concentrazione di varia umanità sono per il fotografo, ma potremmo dire per il viaggiatore in genere, un’attrazione fatale. Forse è anche vero che nello spazio di un unico reportage la foto del mercato può divenire scontata. Ma se poi si mettono assieme le immagini catturate in tanti anni e in tanti paesi diversi, qual è il messaggio che viene fuori? Quante diversità e similitudini emergono attraverso la lettura di questo luogo e momento cruciale della vita sociale? In questa ottica il risultato diventa alquanto interessante non solo per il fotografo-viaggiatore ma anche per l’antropologo, il sociologo, l’economista. Il commercio, lo scambio, la scelta di prodotti che ci alimentano e adornano, sono momenti fondamentali della nostra vita e non possono essere ridotti a pura esteriorità.

Al mercato la gente è spontanea, si distrae, o meglio si concentra nello scegliere i prodotti migliori, nel risparmiare qualcosa, o nell’incassare qualcosa in più. Questo è paradisiaco per l‘osservatore che può cogliere espressioni e gestualità senza che i suoi soggetti gli prestino particolare attenzione, o gli tirino dietro qualche pomodoro. Una specie di teatro dove la scenografia è ricca di colori (e odori); la trama quella arcinota e quindi facilmente interpretabile della contrattazione; gli attori, talvolta agghindati in costumi tradizionali, resi più credibili dal fatto che stanno interpretando se stessi con ineffabile efficacia. Il mercato è anche uno spaccato delle società di cui è momento cruciale. Saperlo osservare con attenzione e leggerne i dettagli consente di capire moltissimo di quanto succede in un dato paese. I prodotti ovviamente: più o meno ricchi e variegati, abbondanti e di buona qualità o scarsi e scadenti.

[[ge:rep-locali:repubblica:117035103]]Essenziali, come cibo e abbigliamento, o effimeri, concentrati sulle griffe più che sulla loro effettiva utilità. Le bancarelle della frutta nella Boqueria di Barcellona ad esempio, se paragonate ai teli stesi per terra in Orissa dove sono accumulati gli stessi pomodori, sembrano vere e proprie gioiellerie con il loro ordine teso a sottolineare la buona qualità del prodotto e a renderlo ancora più appetibile all’occhio. E i negozi di abbigliamento a Sainte Tropez sono veri e propri templi devoti all’esteriorità se confrontati al mercato dei vestiti usati di Pathein, in Birmania, dove vestirsi è una semplice necessità, seppur egualmente attenta ai gusti e alle scelte delle acquirenti locali.

Peraltro in uno stesso paese sono spesso enormi le diversità tra un mercato cittadino ed uno rurale. L’India, che potrebbe essere assunta a paradigma del nostro soggetto, conosce le microrealtà di villaggi dove il commercio è ridotto a pochi prodotti stesi su stuoie temporanee e veri e propri mercati-città, come a Calcutta dove si può parlare di interi quartieri distinti dalla vendita di prodotti diversi. In Africa il giorno di mercato va oltre il momento della compravendita. Per la maggior parte dei convenuti è l’unico momento di socializzazione fuori dai villaggi sparsi nella savana durante un periodo di settimane. Qui si organizzano spettacoli, si arrangiano matrimoni, e ovviamente si scambiano beni più o meno indispensabili. In Mali, di fronte alla bellissima moschea di Djennè, ogni settimana il caleidoscopio di gente e prodotti si trasforma in una bolgia umana da cui emergono più rumori e odori che beni acquistati. I camion che riportano verso le colline sono carichi all’inverosimile di ceste, esseri umani avvolti in teli policromi e, come diceva un vecchio commerciante locale "spose che vanno verso una casa diversa da quella da cui sono arrivate al mattino". Certi mercati sono poi veri e propri simboli culturali di interi paesi e culture. Si pensi al bazar di Istanbul, al Khan El-Khalili del Cairo, al souk di Aleppo. Nei paesi mediorientali in effetti la cultura del commercio è intimamente connessa a quella della vita quotidiana. Marrakech, con la sua piazza e il souk potrebbe esserne un simbolo e offrire un buon ritratto dello stato delle cose. Di quanto la turistizzazione di questi luoghi li stia profondamente trasformando in qualcosa di diverso dalla loro tradizione. Cambiano i prodotti, la modalità di esporli, ma soprattutto cambia la contrattazione: quella che una volta era un'arte, una forma di conversazione, un vero e proprio estenuante trattativa che metteva in gioco l’abilità dei contraenti, oggi è spesso un “duello” con turisti che vogliono risparmiare un euro al solo scopo di poterlo raccontare e venditori che lanciano prezzi inverosimili sperando nel colpaccio. I venditori d’acqua, oramai misere caricature di se stessi, vendono solo la propria immagine per foto ricordo e non si preoccupano neanche più di riempire i loro recipienti. Fanno pena cartomanti, astrologi e indovini che una volta affascinavano ed emozionavano la piazza con le loro profezie ed oggi devono nascondersi alle telecamere impietose delle orde di turisti giapponesi. L’occidente, o il mondo occidentalizzato in genere, non sta molto meglio.

[[ge:rep-locali:repubblica:117035104]]Nei templi della finanza, le borse delle grandi città finanziarie, i computer si stanno rapidamente sostituendo agli uomini. Il gesticolare frenetico, il vocio concitato, i segni e segnali che fanno ancora spettacolo alla borsa Mercantile di Chicago saranno presto sostituiti dalla scena agghiacciante della borsa di Hong Kong dove una distesa di terminali nasconde le facce silenziose di altrettanti operatori immersi nel più assoluto silenzio. Nel Kuwait le sedute di borsa sono una nuova occasione di conversazione e pettegolezzo un mezzo alla quale spunta qualche affare.

Quello che più cambia però, anche in casa nostra, è l’arrivo del supermercato, dei mall all’americana. La disabitudine all’andare a comprare e contrattare sostituita dal fare “shopping” in grandi ambienti che offrono tutto quello di cui abbiamo e non abbiamo bisogno senza mai uscirne, passandoci intere giornate con tutta la famiglia. Qualcuno potrebbe scambiarlo con il tornare a vivere dentro il mercato, ma come ben sappiamo si tratta di ambienti omologati che potrebbero essere in qualunque parte del mondo, dove tutto è preconfezionato, ove non si discute di prezzi ma delle ridicole diversità tra oggetti tecnologici distribuiti a miliardi di persone. Non ci resta che difendere con i denti e le unghie i nostri ultimi mercati di quartiere