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Mongolia

La terra di Gengis Khan

Tutti i luoghi del padre fondatore della patria, L'attraversamento di un paese straordinario, con città popolate e paesaggi deserti. Giovedì su I Viaggi

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Gengis Khan, stavolta, è stato battuto. Da Salomon Sorowitsch, falsario e bohemien ebreo, prigioniero in un campo di concentramento nazista, protagonista del film Il falsario, del regista austriaco Stefan Ruzowitzky, che nella notte degli Oscar si è aggiudicato la statuetta per il miglior film straniero. La vita e la leggenda del signore della guerra che "conquistò il mondo senza scendere mai da cavallo" sono al centro di Mongol, nomination per il premio, del regista russo Sergei Bodrov (già Oscar per Il prigioniero del Caucaso), ad aprile sugli schermi italiani: le gesta pubbliche e il lato privato di Temujin, Temujin, diventato poi Gengis Khan, il capo militare e l’uomo innamorato, ombre e luci di chi diede vita al più vasto impero mai esistito.

In Mongolia l’orgoglio nazionale gonfierà ancor più il petto. Considerato fino a pochi anni fa un simbolo di feudalesimo, Gengis Khan è oggi riconosciuto come il padre fondatore della patria, il perno dell’identità a lungo repressa da zaristi o cinesi, l’icona venerata. Le sue sembianze sono riprodotte su francobolli, bottiglie di vodka, banconote. Per il Washington Post è "l'uomo del millennio"; secondo una ricerca resa nota dall’American Journal of Human Genetics circa 17 milioni di persone nel mondo discendono direttamente da lui. Nella piazza principale della capitale, Ulaan Baatar, le statue di Gengis, di suo figlio Ogedei e di Kublai Khan, si sono aggiunte a quella di Sukhbaatar, eroe della rivoluzione nazionalista che portò la Mongolia all’indipendenza dalla Cina del 1921. Dal 1990 in poi, dopo il crollo dell’Urss di cui la Mongolia era di fatto un paese-satellite e il passaggio alla democrazia e al libero mercato, Ulaan Baatar è cambiata molto.

Negli ultimi anni in particolare, investimenti cinesi, coreani, russi, giapponesi hanno fatto nascere nuovi quartieri, accanto agli edifici statali e ai condomini di stile sovietico. Negozi di moda, caffé all’occidentale, aumento di traffico, inquinamento e businessmen a caccia di opportunità. Fuori dal centro, resistono i quartieri di gher, le tradizionali tende di feltro a pianta circolare usate dai nomadi, che si accampano, sempre più stabilmente, sulle colline o all'ombra dei palazzi.

[[ge:rep-locali:repubblica:117035721]]Nell'area dell'unica vera grande città del paese si concentra ormai quasi un milione dei due milioni e mezzo di mongoli. Sulla collina di Zaisan c’è un il monumento ai caduti, da dove si può abbracciare con gli occhi la sua intera distesa; scendendo, ci si può spingere fino alle rive scintillanti del Tuul Gol, il fiume che lambisce a sud la città. Su un'altra collina, a est, sorge il Gandantegchinlen ("l'ampio luogo della gioia completa"), il monastero più grande del paese, dove girovagare tra cortili e templi per assistere alle cerimonie aperte ai visitatori, al mattino, e osservare con discrezione i momenti di raccoglimento e meditazione dei monaci. Appena fuori la capitale, lo scenario muta. In gran parte, diventa privo di presenza umana. Per lo sguardo del viaggiatore amante dei grandi spazi, è un piacere. Si vedono piccoli gruppi di gher alle pendici delle colline ondulate prive di alberi, al limitare delle valli, in posizione strategica per controllare la piana dove pascola il bestiame e i fianchi dei rilievi dove si inerpicano gli animali. Terre senza recinzioni.

Completa assenza di case, tranne nei pochi villaggi e piccole città che si incrociano di rado. Montagne e vallate verdeggianti battute dal vento, rilievi resi ocra dalla stagione secca, punteggiati da cavalli, mucche, pecore, yak. Tende candide e rotonde in armonia con il paesaggio. Mandriani, pastori, cavalieri ritti su cavalli piccoli e quasi tozzi, ma resistenti e veloci; altri su moto che hanno preso il posto del cavallo per governare gli animali, così come i camion sostituiscono a volte i carretti tirati dai cammelli per trasportare le gher (la tecnologia nella steppa include anche i pannelli solari sopra le tende per alimentare tv o frigo). Ma la tradizione resiste.

[[ge:rep-locali:repubblica:117035722]]Lungo la strada e le piste, ci si imbatte spesso in cumuli di pietra, legna e oggetti vari, chiamati ovoo, ricoperti da ex-voto, stampelle, volanti d’auto di chi è scampato a un incidente, bottiglie di vodka di chi ha smesso di bere. Chi sosta vi gira attorno tre volte in senso orario e lascia un’offerta agli dei, qualche soldo o una sciarpa di seta. L'incontro con i nomadi è uno dei possibili regali del viaggio. Per accostare uno stile di vita cadenzato sui ritmi della natura, sperimentare la gher accettando l’invito a entrare e a condividere una tazza di tè salato attorno al fuoco della stufa. Per l’antropologo David Bellatalla, che da quindici anni trascorre lunghi periodi di ricerca e insegnamento in Mongolia, "il nomadismo pastorale che prevede un itinerario ciclico annuale riguarda ormai circa mezzo milione di persone, gli altri non sono più nomadi, vivono in ambiente rurale ma si sono di fatto sedentarizzati. Per una nazione che ha sempre messo al centro delle proprie vicende storiche il nomadismo, il grande rischio è perdere la propria identità".

Ad esempio Gengis Khan, racconta, “non ha mai voluto vivere in una casa, mai cambiare i propri abiti, il Khan viveva nella sua grande gher montata su carri trainati da buoi o cavalli”. Ma esistono luoghi associabili a Gengis Khan? Di fatto no, l’unica vera fonte dell’epoca - Il libro segreto dei mongoli - non dà informazioni precise sulla sua vita. Si presume che sia nato nella valle del fiume Onon, nella Mongolia nordorientale, ma la sua è una vita da fuggiasco prima e da guerriero poi, sempre in movimento, senza epicentro. Ogni tanto qualcuno annuncia di aver ritrovato la tomba segreta, ma senza prove definitive. L’unica certezza è il luogo dove decise di far costruire la capitale dell’impero, Karakorum. Dello splendore della città cosmopolita, dove alcune monete straniere avevano corso legale, è rimasto pochissimo. In gran parte le rovine di Karakorum, dimenticata dopo che Kublai Khan decise di trasferire la capitale più a sud fondando Khanbalik, l’odierna Pechino, furono usate per costruire le mura e i templi del monastero di Erdene Zuu (“Cento Tesori”), il più antico della Mongolia. Anche di Erdene Zuu, a sua volta abbandonato e poi danneggiato durante il periodo delle purghe staliniane, è rimasto poco: le mura che ne cingono il perimetro, qualche tempio animato dalle cerimonie dei monaci, due tartarughe di pietra simbolo di eternità. Ma è un luogo maestoso, nel suo vuoto denso di storia. Fuori dal monastero è nato un villaggio, Kharkhorin, e qualche accampamento di gher per turisti; tra le colline, c’è una roccia fallica puntata su un pendio che, qui dicono, ricorda una vagina. Sulla cima della collina più elevata alcuni altari rendono omaggio allo spirito di cavalli valorosi, i cui teschi sono disposti in fila sulla pietra. Un cavaliere corre lontano, nel vento che spazza la valle