Viaggi

Spagna

Cordova la colta

Un tempo capitale culturale del Mediterraneo, oggi è una splendida città dove l'eredità araba ed ebraica si fonde con la cultura gitana. I Viaggi

4 minuti di lettura
Prima ancora di inoltrarsi nel dedalo di viuzze nel centro di Cordova, non si deve assolutamente mancare un bagno purificatore in uno degli hammam europei più belli, antichi e carichi di fascino esotico: il Medina Califal (meglio prenotare, www.hammamspain.com/ cordoba) per poi rilassarsi nella vicina «teteria» a bere te profumatissimi. L’itinerario che poi vale la pena fare è quello che segue il complicato tracciato della via Juderia, nel quartiere ebraico, passando davanti all’antica Sinagoga fino alla porta di Aldomovar, che taglia le mura della città, imboccando poi le strade del quartiere arabo si toccano, una dopo l’altra, tre statue di non grande valore artistico ma di estremo valore per ciò che significano nella storia e nella cultura di questa città.

La prima è quella di Maimonides, il celebre filosofo e medico ebreo che nacque qui nel 1135; la seconda è quella di Seneca, il filosofo romano, nato anch’egli a Cordova; la terza, infine, è quella del pensatore arabo Averroé, nato sempre a Cordova nel 1126. Val la pena di notare che Maimonides e Averroè erano contemporanei: non è un caso che questi campioni del pensiero ebraico e arabo siano vissuti entrambi in quella che, in quegli anni, era l’indiscussa capitale culturale del Mediterraneo. Queste tre componenti, quella romana, quella araba e quella israelita, hanno segnato nel profondo questa città: Cordova non esisterebbe senza l’intrecciarsi, il sovrapporsi, lo scontrarsi di queste tre culture.

Eppure, per definire la faccia reale di questa città che sembra possederne troppe, manca ancora qualche cosa, qualche cosa che non è stata immortalata con una statua, che non ha templi e palazzi a rappresentarla: la cultura gitana. Attingendo da una antichissima tradizione musicale, mischiando ad essa l’eredità assorbita dagli arabi e dagli ebrei, la cultura gitana ha dato origine ad un grande mito: quello del Flamenco.

Oggi non esistono più i Cafés Cantantes cha a metà dell’ottocento lanciarono, qui come in tutta l’Andalusia, la moda del Flamenco. In quegli anni in tutte le città dell’Andalusia furono aperti locali nei quali si cantava e si ballava il Flamenco: non quello drammatico, racchiuso in se stesso, quasi una confessione tra il cantante e il danzatore, al quale siamo abituati oggi. Allora gli spettacoli di Flamenco erano coreografici, composti da più ballerini e ballerine in costume andaluso, accompagnati dalla chitarra e da almeno un paio di cantanti. Le sale, a imitazione dei Cafè Chantans parigini, erano grandi e illuminate da lampade a petrolio, con al centro un palco in legno sul quale si esibivano i danzatori. L’arte gitana del Cante Hondo fu presa a prestito da questi Cafés che avevano bisogno di musica, danza e colori per attirare i minatori - già, un po’ come i saloon del Far West - che si arricchivano nelle miniere dell’Andalusia.
Il Flamenco nasce meticcio, da una cultura già meticcia. I migliori cantanti e danzatori di Flamenco, in quegli anni, non erano gitani: erano spagnoli e spesso italiani, come il grande Silverio Franconetti, al quale Garcia Lorca dedicò una celebre poesia. «Il suo grido era terribile. Dicono i vecchi - scrive il poeta - che si rizzavano i capelli e si apriva il mercurio degli specchi. Passava fra i toni senza infrangerli. Fu un creatore e un giardiniere. Un creatore di pergole per il silenzio». Il gusto un po’ pacchiano che accompagnava la moda del Flamenco, lo snaturamento del canto solenne gitano in arie più godibili, il cambiamento del timbro vocale dei cantanti, da quello roco della tradizione a quello più melodico e facile da ascoltare, causò una vera rivolta, capeggiata proprio da Garcia Lorca che, senza però troppo seguito, cercò di invertire la rotta indicendo insieme a Manuel de Falla e a Miguel Ceròn il primo Festival de Cante Hondo, nel 1922, a Granada: qui, dopo una selezione rigorosissima, furono chiamati a cantare e a ballare gli interpreti dell’autentico Flamenco gitano.

La provocazione di Garcia Lorca, a suo tempo, cadde praticamente nel vuoto: oggi sarebbe stupito nel constatare che le sue idee, alla fine, hanno finito con l’attecchire. Dai fasti di facciata dei Cafés Cantantes si è passati al culto, severo ma popolare allo stesso tempo, dei Tablaos e delle Peñas, locali e associazioni dove si canta, si suona, si balla il Flamenco dell’antica tradizione gitana. La riscossa dell’anima popolare di questa musica partì proprio da Cordova, nel 1956, col primo Concorso di Cante Hondo, che fu vinto da un giovane cantane, Fosforito, che sarebbe diventato un'autentica gloria del Flamenco. Il ballo dei gitani entrò nelle università, nelle librerie. Soprattutto rientrò a pieno diritto nelle strade e nelle piazze dell’Andalusia, a Siviglia come a Cordova, rinverdendo uno stile che sembrava destinato a fossilizzarsi tra pochi nostalgici. Oggi, nella zona di Cordova esistono più di cinquanta Peñas: sono piccoli circoli - spesso arredati solo da un tavolo per danzare e dalle sedie per gli spettatori - in cui si raccolgono i cultori di quest’arte per fare musica e per ballare.
I Tablaos, piccoli locali dove si può ascoltare musica e bere vino, hanno sostituito i Cafés Cantantes e il loro Flamenco commerciale e un po’ posticcio. Chi entra in questi luoghi trova spesso un uomo solo che canta, o che danza, accompagnato dal battito delle mani degli astanti - non di tutti, solo di quelli che lo sanno fare e sanno destreggiarsi tra i diversi ritmi - oppure dal suono di una chitarra. La voce del cantante non è, e non deve essere bella, sonora, melodica: tutt’altro. Il vero canto flamenco deve essere eseguito da una voce afilla, gutturale, roca, tirata, che sappia esprimere il duende, quell’insieme di suoni oscuri che, come disse Garcia Lorca, «sono il mistero, le radici che affondano nel limo che tutti noi conosciamo, che tutti ignoriamo, ma da dove proviene ciò che è sostanziale nell’arte».

Nelle strade e nei patios di Cordova può capitare di incontrare questa musica allusiva e antica, il cui soffio ricorda la presenza della componente gitana in questa città poliedrica. Può essere un uomo con la chitarra seduto nel cantone di un patio, o un gruppo di bambine che gioca a danzare, o una voce che si spande da una finestra. Cordova è legata al Flamenco da una passione antica che ha contribuito ad alimentare e che oggi è diventata una caratteristica connaturata a lei e alla sua gente che, come scriveva Lorca: «va sospirando con le chitarre aperte».