LA PRIMAVERA, stagione meteorologicamente instabile per eccellenza,
è caratterizzata da giornate molto ventose e dal passaggio di perturbazioni
rapide e, spesso, molto violente. Questi fronti (come li chiamano
gli specialisti) sono sovente accompagnati da venti di forte intensità,
capaci di produrre danni considerevoli: linee elettriche interrotte, alberi
sradicati e tetti scoperchiati. Eppure, anche in questi casi si continua
a volare in modo tutto sommato normale e, sia pure con ritardi e cancellazioni,
gran parte dell'attività del trasporto aereo si svolge regolarmente.
Pare proprio, dunque, che anche in presenza di venti particolarmente
impetuosi gli aerei seguitino imperterriti a decollare a ad atterrare
e succede abbastanza raramente che un aeroporto sia costretto a
chiudere per qualche ora o addirittura per una giornata intera.
Oddio, proprio imperterriti no, e a volte siamo costretti a far ricorso a tutta la nostra abilità, ma se il vento, anche un bel ventaccio, soffia nella stessa direzione della pista, non è poi così difficile controllare l'aeroplano, anche se è facile prevedere una gran turbolenza appena staccate le ruote da terra: in questo caso si aumenta (ed è un aumento calcolato con molta attenzione) la velocità di decollo, per avere maggiori margini di manovra, e precauzioni analoghe vengono prese per l'atterraggio.
I problemi veri cominciano quando il vento è perpendicolare alla pista, perché ogni aereo ha un limite massimo tollerabile di vento “al traverso”. E' calcolato in sede di progetto e verificato durante i collaudi, e se viene superato diventa difficile, per non dire impossibile, mantenere la giusta direzione. Tuttavia il limite è abbastanza alto: per inchiodare a terra (o far rinunciare ad atterrare) un aereo di linea ci vogliono più di sessanta chilometri orari di vento trasversale. E' per questo che certi aeroporti, in zone molto ventose, hanno spesso due piste diversamente orientate: se la componente di vento diventa troppo forte si trasferiscono le operazioni sull'altra pista.
Si vola anche col vento, dunque, benché gli sguardi preoccupati dei passeggeri che fanno la fila all'imbarco e le facce bianche di quelli che recuperano i loro bagagli dai nastri inducano a volte a pensare che forse sarebbe meglio restarsene a terra.
Oddio, proprio imperterriti no, e a volte siamo costretti a far ricorso a tutta la nostra abilità, ma se il vento, anche un bel ventaccio, soffia nella stessa direzione della pista, non è poi così difficile controllare l'aeroplano, anche se è facile prevedere una gran turbolenza appena staccate le ruote da terra: in questo caso si aumenta (ed è un aumento calcolato con molta attenzione) la velocità di decollo, per avere maggiori margini di manovra, e precauzioni analoghe vengono prese per l'atterraggio.
I problemi veri cominciano quando il vento è perpendicolare alla pista, perché ogni aereo ha un limite massimo tollerabile di vento “al traverso”. E' calcolato in sede di progetto e verificato durante i collaudi, e se viene superato diventa difficile, per non dire impossibile, mantenere la giusta direzione. Tuttavia il limite è abbastanza alto: per inchiodare a terra (o far rinunciare ad atterrare) un aereo di linea ci vogliono più di sessanta chilometri orari di vento trasversale. E' per questo che certi aeroporti, in zone molto ventose, hanno spesso due piste diversamente orientate: se la componente di vento diventa troppo forte si trasferiscono le operazioni sull'altra pista.
Si vola anche col vento, dunque, benché gli sguardi preoccupati dei passeggeri che fanno la fila all'imbarco e le facce bianche di quelli che recuperano i loro bagagli dai nastri inducano a volte a pensare che forse sarebbe meglio restarsene a terra.