MI CAPITA spesso di pensare, soprattutto quando mi stendo nella brandina per un turno di riposo durante un lungo volo, a quello che c'è fuori dalle sottili pareti di quel guscio metallico che chiamiamo "fusoliera", al cui confortevole interno io sto per addormentarmi tranquillamente. Oltre quella paratia, che vibra dolcemente contro la mia spalla quasi a volermi cullare, ci sono 50 gradi sottozero e la pressione atmosferica è così bassa che anche la più elementare delle azioni che compiamo, la respirazione, sarebbe impossibile. E' per questa ragione, perché si vola a quote assolutamente inadatte alla sopravvivenza, che gli aerei di linea sono pressurizzati: si fa cioè in modo che, anche a 10.000 e più metri di altezza, all'interno della cabina ci siano condizioni simili a quelle di un paesino di montagna... profumi di bosco a parte, naturalmente. La cosa non è poi difficile da realizzare.
Un motore a reazione funziona essenzialmente comprimendo aria ed espellendola violentemente all'indietro. Ebbene, una certa parte di questa aria compressa, adeguatamente trattata per portarla a una giusta temperatura, viene usata per “gonfiare” l'aereo e garantire al suo interno un atmosfera adatta alla vita umana.
Come tutti i marchingegni fabbricati dall'uomo, anche questo si può ovviamente rompere e in un'evenienza simile è davvero il caso di dire che si hanno i secondi contati: il primo organo a risentire della mancanza di ossigeno è il cervello, e se non si indossa quanto prima l'apposita maschera la perdita di conoscenza è scontata. Un paio di secondi per rendersi conto di quello che succede, un altro paio per mettersi la maschera, poi si vira bruscamente (per non interferire con la rotta di altri aerei) e giù, in ripidissima picchiata, verso quote dove sia possibile respirare, mentre anche dal soffitto della cabina passeggeri calano le maschere per l'ossigeno.
Non è la più rosea delle ipotesi, lo so, ma è remota, remotissima... e quei due che ho lasciato davanti, a pilotare, sono talmente addestrati ad affrontarla, che posso serenamente abbandonarmi tra le braccia di Morfeo per le prossime due o tre ore.
Pietro Pallini è pilota di voli intercontinentali
Un motore a reazione funziona essenzialmente comprimendo aria ed espellendola violentemente all'indietro. Ebbene, una certa parte di questa aria compressa, adeguatamente trattata per portarla a una giusta temperatura, viene usata per “gonfiare” l'aereo e garantire al suo interno un atmosfera adatta alla vita umana.
Come tutti i marchingegni fabbricati dall'uomo, anche questo si può ovviamente rompere e in un'evenienza simile è davvero il caso di dire che si hanno i secondi contati: il primo organo a risentire della mancanza di ossigeno è il cervello, e se non si indossa quanto prima l'apposita maschera la perdita di conoscenza è scontata. Un paio di secondi per rendersi conto di quello che succede, un altro paio per mettersi la maschera, poi si vira bruscamente (per non interferire con la rotta di altri aerei) e giù, in ripidissima picchiata, verso quote dove sia possibile respirare, mentre anche dal soffitto della cabina passeggeri calano le maschere per l'ossigeno.
Non è la più rosea delle ipotesi, lo so, ma è remota, remotissima... e quei due che ho lasciato davanti, a pilotare, sono talmente addestrati ad affrontarla, che posso serenamente abbandonarmi tra le braccia di Morfeo per le prossime due o tre ore.
Pietro Pallini è pilota di voli intercontinentali