Metà settembre: ricominciano le scuole; alunni e insegnanti si ritrovano in un fiorire di saluti, abbracci e domande sull'eterno argomento delle vacanze appena finite. Ma sette anni fa, settembre 2001, più a meno in questi giorni, ben diverso era il clima in classe di mia moglie, insegnante elementare.
Non ci vuol molto a immaginare quale fosse il tenore delle conversazioni, a una settimana dall'attentato alle Torri Gemelle, intorno alla cattedra della moglie di un pilota intercontinentale.
Seduto in prima fila, un bambino fisicamente piccolo per la sua età, occhi grandi e vispissimi, col vizio di mangiucchiare le penne fino alla punta e spiegazzare i quaderni fino a ridurli a stracci illeggibili, alle spalle qualche problema familiare di troppo, un'intelligenza decisamente superiore alla media e un ciuffo ribelle perennemente dritto in testa che lo fa assomigliare a un uccellino spaurito: “passero solitario”, lo hanno soprannominato con reminiscenza leopardiana, anche a causa di una certa tendenza all'autoisolamento.
E il “passero” se ne sta lì, nel suo banco, apparentemente intento, come suo solito, a spiegazzare orribilmente un foglio di carta e sembra non prestare attenzione a tutta quella gente che si affolla intorno alla cattedra. Ogni tanto alza gli occhi, guarda la sua maestra, e poi riprende a tormentare il suo foglio di carta.
E poi il “passero” si alza, si avvicina a mia moglie, la tira per un braccio e le porge il foglio di carta, che non è un semplice foglio, ma è un... aeroplanino. Spiegazzato, ovviamente, e scalcagnato, come del resto sono i quaderni del “passero” e difficilmente riuscirà a volare, ma è proprio un aeroplano di linea, con la fila dei finestrini, i portelloni, i motori sotto le ali e dentro si vedono addirittura i piloti. Su un ala c'è scritto il mio nome, sull'altra quello di mia moglie.
“Tieni - le dice - dallo a tuo marito, e digli che con questo può volare tranquillo”. In questi sette anni, quell'aeroplanino è venuto con me in ogni parte del mondo, lo tengo nella borsa di volo, lo uso come segnalibro e... aveva ragione il “passero”: con quello ho volato tranquillo.
Pietro Pallini è pilota di voli intercontinentali
Non ci vuol molto a immaginare quale fosse il tenore delle conversazioni, a una settimana dall'attentato alle Torri Gemelle, intorno alla cattedra della moglie di un pilota intercontinentale.
Seduto in prima fila, un bambino fisicamente piccolo per la sua età, occhi grandi e vispissimi, col vizio di mangiucchiare le penne fino alla punta e spiegazzare i quaderni fino a ridurli a stracci illeggibili, alle spalle qualche problema familiare di troppo, un'intelligenza decisamente superiore alla media e un ciuffo ribelle perennemente dritto in testa che lo fa assomigliare a un uccellino spaurito: “passero solitario”, lo hanno soprannominato con reminiscenza leopardiana, anche a causa di una certa tendenza all'autoisolamento.
E il “passero” se ne sta lì, nel suo banco, apparentemente intento, come suo solito, a spiegazzare orribilmente un foglio di carta e sembra non prestare attenzione a tutta quella gente che si affolla intorno alla cattedra. Ogni tanto alza gli occhi, guarda la sua maestra, e poi riprende a tormentare il suo foglio di carta.
E poi il “passero” si alza, si avvicina a mia moglie, la tira per un braccio e le porge il foglio di carta, che non è un semplice foglio, ma è un... aeroplanino. Spiegazzato, ovviamente, e scalcagnato, come del resto sono i quaderni del “passero” e difficilmente riuscirà a volare, ma è proprio un aeroplano di linea, con la fila dei finestrini, i portelloni, i motori sotto le ali e dentro si vedono addirittura i piloti. Su un ala c'è scritto il mio nome, sull'altra quello di mia moglie.
“Tieni - le dice - dallo a tuo marito, e digli che con questo può volare tranquillo”. In questi sette anni, quell'aeroplanino è venuto con me in ogni parte del mondo, lo tengo nella borsa di volo, lo uso come segnalibro e... aveva ragione il “passero”: con quello ho volato tranquillo.
Pietro Pallini è pilota di voli intercontinentali