L'AEREO è ormai prossimo all'atterraggio. Dai finestrini si
vedono già case, strade e il terreno è sempre più vicino a poche
decine di metri dagli occhi dei passeggeri. Anche gli assistenti
di volo sono seduti con le cinture allacciate e il pensiero di tutti
è ormai rivolto all'imminente contatto col la pista. Poi, di colpo,
l'urlo dei motori e il muso dell'aereo che s’impenna in un’improvvisa
accelerazione che schiaccia tutti contro i sedili, mentre
la struttura è scossa da strani scricchiolii. Abbiamo "riattaccato":
i piloti, all'ultimo momento, sono stati costretti ad interrompere
la sequenza di atterraggio e a riportarsi in quota.
È questa una delle manovre che più spaventano i passeggeri, anche perché in cabina di pilotaggio, in momenti come questi, le cose da fare (e da fare in fretta e bene) sono tante, e non c'è tempo di spiegare cosa stia succedendo ai malcapitati che, ormai mentalmente "atterrati", si ritrovano proiettati di nuovo in cielo. Non c'è tempo di spiegare la causa della rinuncia all'atterraggio, e magari è una ragione banalissima: una raffica imprevista di vento, o l'aereo che, atterrato prima di noi, non è stato abbastanza sollecito a lasciare la pista libera, oppure ancora: un cane randagio che ha deciso di farsi una passeggiata in aeroporto. Non c'è tempo di spiegare che quel rumore sinistro che viene dalla pancia dell'aereo è solo il carrello che rientra nel suo alloggiamento. Non c'è tempo, non subito, di spiegare che il sospirato atteraggio è solo rinviato di pochi minuti. E la manovra è brusca, ma non potrebbe essere altrimenti, perché quando il terreno è lì, soltanto a pochi metri, ogni attimo di esitazione può essere fatale.
Eppure, per noi questa eventualità è tutt'altro che inaspettata; delle ultime cose che si ripassano nelle fasi finali del volo è proprio la corretta esecuzione della “riattaccata”. Uno dei miei istruttori non si stancava mai di ripetermi che s’inizia sempre un avvicinamento per “riattaccare”. Poi, se tutto, ma proprio tutto, va come deve andare: allora si atterra.
È questa una delle manovre che più spaventano i passeggeri, anche perché in cabina di pilotaggio, in momenti come questi, le cose da fare (e da fare in fretta e bene) sono tante, e non c'è tempo di spiegare cosa stia succedendo ai malcapitati che, ormai mentalmente "atterrati", si ritrovano proiettati di nuovo in cielo. Non c'è tempo di spiegare la causa della rinuncia all'atterraggio, e magari è una ragione banalissima: una raffica imprevista di vento, o l'aereo che, atterrato prima di noi, non è stato abbastanza sollecito a lasciare la pista libera, oppure ancora: un cane randagio che ha deciso di farsi una passeggiata in aeroporto. Non c'è tempo di spiegare che quel rumore sinistro che viene dalla pancia dell'aereo è solo il carrello che rientra nel suo alloggiamento. Non c'è tempo, non subito, di spiegare che il sospirato atteraggio è solo rinviato di pochi minuti. E la manovra è brusca, ma non potrebbe essere altrimenti, perché quando il terreno è lì, soltanto a pochi metri, ogni attimo di esitazione può essere fatale.
Eppure, per noi questa eventualità è tutt'altro che inaspettata; delle ultime cose che si ripassano nelle fasi finali del volo è proprio la corretta esecuzione della “riattaccata”. Uno dei miei istruttori non si stancava mai di ripetermi che s’inizia sempre un avvicinamento per “riattaccare”. Poi, se tutto, ma proprio tutto, va come deve andare: allora si atterra.