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Se la guerra investe il campo largo

Se la guerra investe il campo largo
(ansa)

Gli effetti dell'invasione russa dell'Ucraina sulla politica italiana

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Come è ormai evidente, la guerra di Putin è destinata ad avere conseguenze stabili sulle relazioni internazionali, sul mondo fino a ieri globalizzato, sull’Europa e persino sulla nostra politica domestica. Il centrodestra merita un discorso a parte, ma il tono piuttosto sprezzante con cui Giorgia Meloni, dall’alto del suo 21,5 per cento scandito dall’ultimo sondaggio, ha risposto a Berlusconi e a Salvini, a proposito di “leadership”, lascia intendere che parecchie cose stanno cambiando in quel recinto. Invece è più interessante guardare nel campo del centrosinistra dove Enrico Letta ha preso una posizione molto chiara sulla guerra, a costo di scontentare una certa parte della sinistra in cui resta forte il sentimento anti-americano e quindi anti-Nato. Come ha spiegato nella recente intervista a Repubblica, Letta tira dritto con decisione, sia per la sua cultura politica sia perché questo ci si attende da un partito che non solo è il principale sostegno del governo Draghi, ma oggi aspira a essere, diciamo così, l’asse del sistema.

Tuttavia anche il Pd, al pari di FdI, è accreditato del 21,5 per cento nei sondaggi. Un dato lusinghiero, ma ancora insufficiente per una forza che voglia essere l’architrave del governo oggi e soprattutto domani. Come è noto, l’idea del “campo largo”, cioè una rete di alleanze, serve proprio a compensare tale insufficienza. Del resto, finora Letta è stato molto freddo - a dir poco - sull’ipotesi di una legge elettorale proporzionale. Anche in questo caso, sembra pensarla più o meno come Giorgia Meloni. Se ne ricava che nel centrosinistra il “campo largo” deve coincidere con una salda egemonia - per usare un termine antico - del Pd sugli alleati. Siamo usciti dalla fase in cui tutto ruotava intorno all’intesa privilegiata con i Cinque Stelle e Conte era “il punto di riferimento dei progressisti”, ossia il vero leader dell’alleanza. Ora il Pd ha girato pagina, anche perché il declino dei 5S e la frattura tra Conte e Di Maio rendono irrealistico il vecchio scenario. Eppure ciò che resta dei “grillini” è ancora essenziale per le fortune del centrosinistra: una loro eccessiva debolezza rischia di compromettere la strategia a medio termine di Letta.


Qui interviene il tema tragico della guerra. La quale ha già mostrato quanto sia profondo il fossato tra il Pd atlantista e l’arcipelago grillino-populista suggestionato da Putin, ma soprattutto animato da uno spirito anti-occidentale subito riemerso con i suoi vecchi pregiudizi, a cominciare dalle spese militari. Se il conflitto si esaurirà in tempi brevi, tali distinguo, benché rilevanti, potrebbero essere riassorbiti senza pregiudicare più di tanto la prospettiva del “campo largo” lettiano. Se viceversa lo scontro dovesse inasprirsi e proseguire nel tempo, come molti temono, allora la spaccatura potrebbe farsi insanabile. Peraltro la politica estera e di difesa rappresenta in ogni tempo il substrato dei governi. Per ragioni interne e internazionali, è del tutto escluso che un futuro esecutivo, il cui perno fosse il centrosinistra, possa mai prendere forma con un’ambiguità del genere. Peraltro Conte è ambiguo proprio perché in quella fascia di opinione anti-atlantica e anti-Draghi (i due aspetti si sovrappongono) egli pesca il suo residuo consenso. Già oggi ci si muove lungo un sottile crinale: basta poco perché la contraddizione diventi insostenibile. Come dire che la guerra nell’Est sta decidendo anche il senso della nostra politica interna.

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