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Pd-5S, cercasi idee per la semialleanza

Pd-5S, cercasi idee per la semialleanza
(ansa)

Nel risultato deludente del centrosinistra in Molise dem vanno meglio dei grillini

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Ieri il Senato ha ricordato con un convegno Lucio Libertini nel centenario della nascita. Libertini era un dirigente politico proveniente dal socialismo, poi comunista, infine partecipe della scissione di Rifondazione comunista. Quindi non certo un socialdemocratico o un riformista, bensì un uomo della sinistra radicale con tratti libertari, aliena tuttavia da ogni tentazione di massimalismo populista. Sotto un certo aspetto era un riformatore (non un riformista, ma appunto un riformatore) la cui ambizione, è stato detto, era “cambiare il mondo” partendo dai problemi reali della società e delle classi subordinate. Aveva sue idee precise sui temi dello sviluppo, convinto che lo Stato avesse gli strumenti, se ben indirizzati, per colmare i ritardi del paese. Quindi favoriva il ricorso alle grandi opere come via verso la modernità.

Quasi nelle stesse ore in cui si rifletteva sull’eredità di questo esponente di una sinistra antica, le agenzie e i “social” trasmettevano i commenti sconsolati sul risultato del centrosinistra nel Molise. L’alleanza Pd-5S era appena andata incontro, come è noto, a una severa sconfitta. Qualcuno dirà che era inevitabile nella piccola regione già da tempo nell’orbita della destra. E in fondo tutti i pochi molisani che sono andati alle urne, sfidando un astensionismo del 52 per cento, sono molto meno numerosi degli abitanti di un quartiere di Roma. Però si è scelto di sperimentare tra Campobasso e Termoli l’intesa tra Schlein e Conte. Intesa che nei fatti non c’è, per cui il Molise è sembrato più un contentino offerto dall’avvocato pugliese alla segretaria del Pd, sostenitrice del “campo largo”, che una svolta strategica.

Ovviamente non serve essere maliziosi per osservare che i molisani hanno punito entrambi i soggetti del centrosinistra. Anzi, li hanno puniti due volte. La prima con l’astensione che ha colpito la sinistra più della destra. La seconda abbattendo il voto dei Cinque Stelle: avevano il 24 per cento, oggi hanno il 7. Quantomeno il Pd è riuscito a difendere un 12 per cento che ne fa la seconda forza in consiglio regionale. Difficile immaginare una sconfessione più chiara del patto a due. «La destra ha saputo costruire un’alleanza che ha funzionato meglio» ha detto con onestà il candidato sconfitto, Gravina. Qualcuno potrà sostenere che il “test” è troppo ridotto per avere un significato nazionale. In parte è vero e il centrodestra meloniano farebbe bene a non esagerare con le auto-celebrazioni. Peraltro la sconfitta del binomio Schlein-Conte arriva dopo altri insuccessi e non è proprio di buon auspicio per il lungo cammino che comincia ora, destinato a condurre al voto europeo del ‘24.

Sarà interessante capire se nel Pd si aprirà adesso una riflessione interna ovvero si considera il Molise solo un incidente di percorso. La coincidenza casuale con il ricordo di Libertini acquista una luce particolare. Parliamo di un rappresentante, sia pure anomalo, della sinistra intransigente, non certo di un opportunista. L’interrogativo riguarda il gruppo dirigente del Pd, che vuole essere riconosciuto come espressione di una sinistra moderna e radicale. Al momento, però, si tratta solo di un’ambizione priva di radici nei vari angoli della Repubblica, e soprattutto nella storia del Paese. Il contrario esatto di Libertini, le cui ricette, con il richiamo alla “classe operaia”, possono sembrare superate e magari lo sono. Ma allora erano parte di un disegno politico-economico ben coordinato; e parlavano a segmenti definiti della società, con l’obiettivo di allargare il consenso per rafforzare il nesso con il progetto riformatore.

Niente di tutto questo nell’inseguimento astratto del “campo largo”. Che non piace anche perché non è sostenuto da idee forti ed è percepito, a Campobasso non meno che a Milano, come una sommatoria di sigle. Ecco un punto da cui ricominciare.

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