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DeepSeek, pro e contro dell’IA cinese

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L’open source mostra una strada alternativa alla concentrazione di potere economico e tecnologico. E dà una speranza di competere anche a chi non ha le stesse risorse (Europa compresa)
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Ci sono due aspetti notevoli nel successo di DeepSeek, la startup cinese che ha stupito il mondo rilasciando dei modelli di Intelligenza artificiale competitivi con quelli dei colossi americani, ma sviluppati a una frazione dei costi.

Il primo è il suo passaporto della Repubblica popolare. Il secondo è la sua filosofia, open source, che mette il modello a disposizione gratuitamente di chiunque le voglia utilizzare, modificare o studiare. Per il bene dello sviluppo futuro dell’Intelligenza artificiale dovremmo provare a tenere questi due aspetti separati, prendere le misure al primo ma valorizzare il secondo. Evitare che la sfida geopolitica lo oscuri, o peggio lo ostracizzi.

Il rischio è evidente nella reazione molto emotiva che è seguita all’arrivo sulla scena di DeepSeek, nelle paure per un possibile sorpasso tecnologico cinese, nella constatazione che il chatbot rispetta le linee guida della censura comunista e non parla di piazza Tiananmen.

Ci sono due aspetti notevoli nel successo di DeepSeek, la startup cinese che ha stupito il mondo rilasciando dei modelli di Intelligenza artificiale competitivi con quelli dei colossi americani, ma sviluppati a una frazione dei costi.

Il primo è il suo passaporto della Repubblica popolare. Il secondo è la sua filosofia, open source, che mette il modello a disposizione gratuitamente di chiunque le voglia utilizzare, modificare o studiare. Per il bene dello sviluppo futuro dell’Intelligenza artificiale dovremmo provare a tenere questi due aspetti separati, prendere le misure al primo ma valorizzare il secondo. Evitare che la sfida geopolitica lo oscuri, o peggio lo ostracizzi.

Il rischio è evidente nella reazione molto emotiva che è seguita all’arrivo sulla scena di DeepSeek, nelle paure per un possibile sorpasso tecnologico cinese, nella constatazione che il chatbot rispetta le linee guida della censura comunista e non parla di piazza Tiananmen.

Il nostro Garante per la Privacy ha fatto quello che doveva, cioè chiedere all’azienda il rispetto delle norme che valgono per tutti. Se DeepSeek non intende farlo, sacrosanto bloccarla: non a caso le Autorità di tanti altri Paesi, dalla Francia alla Corea del Sud, stanno agendo allo stesso modo. Legittimo anche per il campione americano OpenAI difendere la sua proprietà intellettuale, se davvero ritiene che i cinesi l’abbiano violata.

Quando però l’altro big Anthropic cavalca il caso DeepSeek per evocare nuove limitazioni alle vendite di chip in Cina, rivela il pericolo: che il tema della sicurezza nazionale venga sfruttato dagli aspiranti oligopolisti degli algoritmi per difendere il loro primato, centralizzando il controllo l’IA nelle mani di una manciata di colossi con il passaporto giusto.

L’open source mostra una strada alternativa a questa ulteriore concentrazione di potere economico e tecnologico, dando una speranza di competere anche a chi non ha le stesse risorse (Europa compresa). E proprio DeepSeek — molto simile nello spirito alla OpenAI delle origini, più laboratorio di ricerca che azienda — lo mostra.

Viste le ottime prestazioni alcune aziende americane, da un colosso come Microsoft a una startup come Perplexity, hanno subito preso l’IA cinese e l’hanno integrata nella loro offerta: una volta trasferita su server occidentali vengono meno sia l’autocensura che i problemi di privacy, resta un’ottima intelligenza a disposizione del mondo.

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