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Trump, le ragioni di una sfida

Washington, 10 ottobre: il presidente americano Donald Trump 

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Dalla tregua in Medio Oriente ai dazi alla Cina, c’è un filo che tiene assieme le mosse della Casa Bianca
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Dopo l’intesa sulla fine della guerra a Gaza, il rilancio della sfida dei dazi alla Cina: il presidente Usa Donald Trump è all’offensiva sul fronte della geopolitica perché sente di avere il vento a favore e vuole mettere nell’angolo il suo maggiore rivale strategico.

C’è un filo che tiene assieme le mosse della Casa Bianca in Estremo Oriente e nella Striscia di Gaza. La decisione di valutare «dazi massicci» contro Pechino in risposta alle restrizioni cinesi nell’export di terre rare, unita all’annuncio di cancellare il previsto incontro in Sud Corea con Xi Jinping, nasce dalla volontà di rilanciare il braccio di ferro tariffario con l’unica potenza in grado di insidiare la leadership globale economica Usa. E scegliere questo momento per farlo significa voler ottimizzare il frangente favorevole per Washington sulla scia dell’intesa raggiunta a Gaza, fra Israele e Hamas, sulla fine del conflitto biennale iniziato con il pogrom del 7 ottobre.

Sono due i fattori che spingono Trump …

Dopo l’intesa sulla fine della guerra a Gaza, il rilancio della sfida dei dazi alla Cina: il presidente Usa Donald Trump è all’offensiva sul fronte della geopolitica perché sente di avere il vento a favore e vuole mettere nell’angolo il suo maggiore rivale strategico.

C’è un filo che tiene assieme le mosse della Casa Bianca in Estremo Oriente e nella Striscia di Gaza. La decisione di valutare «dazi massicci» contro Pechino in risposta alle restrizioni cinesi nell’export di terre rare, unita all’annuncio di cancellare il previsto incontro in Sud Corea con Xi Jinping, nasce dalla volontà di rilanciare il braccio di ferro tariffario con l’unica potenza in grado di insidiare la leadership globale economica Usa. E scegliere questo momento per farlo significa voler ottimizzare il frangente favorevole per Washington sulla scia dell’intesa raggiunta a Gaza, fra Israele e Hamas, sulla fine del conflitto biennale iniziato con il pogrom del 7 ottobre.

Sono due i fattori che spingono Trump a trasformare il successo diplomatico ottenuto su Gaza nel volano di una manovra geopolitica più ampia. Il primo è il vasto consenso internazionale raccolto: non solo l’intero mondo arabo-musulmano — con l’unica eccezione dell’Iran — e l’Unione Europea ma anche l’Onu, Mosca e la stessa Pechino hanno plaudito al risultato della mediazione con cui Jared Kushner e Steve Witkoff — i due stretti collaboratori di Trump — sono riusciti a far convergere sui 20 punti del Piano Gaza gli acerrimi avversari del Medio Oriente.

Questo significa che, per la prima volta dall’insediamento alla Casa Bianca, Trump sente di essere il leader potenziale di una coalizione internazionale che sta per riunirsi in Egitto al fine di varare il piano sulla ricostruzione della Striscia. Ha strappato il palcoscenico al Sud Globale.

E qui arriva il secondo e determinante aspetto dell’interesse di Washington perché la ricostruzione di Gaza — attraverso l’uscita di scena dei jihadisti di Hamas — avviene in una cornice destinata a rilanciare i Patti di Abramo del 2020 con il coinvolgimento non solo dei Paesi arabi già in pace con Israele — Giordania, Egitto, Marocco, Emirati Arabi Uniti e Bahrein — ma anche di Arabia Saudita, Qatar, Indonesia, Pakistan, oltre alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan.

Questo significa avvicinare l’obiettivo di un corridoio geoeconomico fra Indonesia, India, Penisola Arabica, Israele, Europa e Nordamerica destinato a diventare il più formidabile avversario della Nuova via della seta di Xi Jinping.

Non c’è dubbio che la tregua a Gaza è ancora a rischio — a cominciare dai disaccordi sul disarmo di Hamas e l’uscita dei suoi capi dalla Striscia — ma Trump vede nella ricostruzione il tassello di un mosaico internazionale destinato a spostare il Medio Oriente in un’area geoeconomica americana rivale di Pechino. Non a caso l’unico Paese musulmano che ancora è al fianco di Hamas è l’Iran degli ayatollah, legato a doppio filo a Pechino dall’esportazione di greggio.

Ma non è tutto perché nelle ultime 72 ore il presidente russo Vladimir Putin ha reso più volte esplicito il sostegno al Piano Trump per Gaza, riproponendo lo scenario di una convergenza con Washington che potrebbe portare a un’intesa sull’Ucraina. Anche qui, certo, i rischi non mancano e a Bruxelles sono in molti a ritenere che Putin stia attirando Trump in una trappola: offre l’avallo su Gaza per avere in cambio via libera su Kiev.

È però uno scenario che posiziona Trump al centro del grande gioco internazionale e la decisione di sfruttare il momentum per affondare i colpi su Pechino conferma che è questa la sfida a cui la Casa Bianca crede di più. Anche perché siamo di fatto già entrati nella campagna di Midterm per il rinnovo del Congresso — si voterà a novembre 2026 — e i sondaggi continuano a indicare la politica estera come un tallone d’Achille del presidente così come la Cina come il Paese considerato dagli americani il loro maggiore rivale.

Dunque, la somma fra una possibile «pace duratura in Medio Oriente» e la sfida con i super dazi a Pechino è la cornice migliore per lanciare la corsa verso il voto per il Congresso. Anche perché, come insegnano i veterani della West Wing «qualsiasi cosa che avviene da ora in poi ha a che fare con Midterm».

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