Telefono che squilla a vuoto, casa che sembra disabitata. Al momento non si sa se Sebastiano Visintin, il marito di Liliana Resinovich e principale sospettato del suo omicidio, si sia allontanato per una delle sue solite “gite” del fine settimana, o stia semplicemente cercando di evitare i giornalisti. “È un uomo libero”, ricorda il suo legale Paolo Bevilacqua, secondo cui “non ha nulla da temere se non l’assedio dei media, che non sarà più tollerato”.
Dalle pagine della richiesta di incidente probatorio della pm Ilaria Iozzi, si è capito che la sua iscrizione nel registro degli indagati non è stata semplicemente “un atto dovuto”, legato all’ultima perquisizione effettuata nella casa in cui viveva con la moglie. Su di lui, la procura di Trieste ha sospetti precisi, che ha messo nero su bianco nel capo di imputazione per omicidio aggravato dai vincoli di parentela riportato nella richiesta di incidente probatorio.
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Telefono che squilla a vuoto, casa che sembra disabitata. Al momento non si sa se Sebastiano Visintin, il marito di Liliana Resinovich e principale sospettato del suo omicidio, si sia allontanato per una delle sue solite “gite” del fine settimana, o stia semplicemente cercando di evitare i giornalisti. “È un uomo libero”, ricorda il suo legale Paolo Bevilacqua, secondo cui “non ha nulla da temere se non l’assedio dei media, che non sarà più tollerato”.
Dalle pagine della richiesta di incidente probatorio della pm Ilaria Iozzi, si è capito che la sua iscrizione nel registro degli indagati non è stata semplicemente “un atto dovuto”, legato all’ultima perquisizione effettuata nella casa in cui viveva con la moglie. Su di lui, la procura di Trieste ha sospetti precisi, che ha messo nero su bianco nel capo di imputazione per omicidio aggravato dai vincoli di parentela riportato nella richiesta di incidente probatorio.
Per i magistrati, Visintin ha sorpreso la moglie nei pressi del boschetto dell’ospedale psichiatrico, l’ha aggredita con «compressioni, percosse, urti e graffi», causandone la morte «quale conseguenza di afferramento e compressione del volto della vittima». Traduzione, l’avrebbe soffocata con le sue stesse mani. La 63enne triestina, nella ricostruzione della procura, sarebbe stata uccisa il giorno stesso della sua scomparsa, non lontano da dove il corpo è stato ritrovato.
Ma per Claudio Sterpin, che di Liliana Resinovich era intimo amico, non sarebbe rimasto lì fino al giorno del ritrovamento. E non sarebbe Visintin “l’artefice”. L’omicidio di Liliana Resinovich sarebbe stato "un lavoro premeditato e fatto da più persone". “Io credo che Visintin sappia benissimo chi è stato, lo abbiamo detto sia Sergio (Resinovich, ndr) che io; lui sa tutto, compreso il posto dove è stato tenuto il corpo di Liliana e chi l'ha portata" nel boschetto dell'ex Ospedale psichiatrico "la mattina del 4 gennaio”. Se fosse rimasto lì anche solo qualche giorno, argomenta, “sarebbe stato sfigurato dai cinghiali che lì pullulano. Che non vengano a raccontarmi che in venti giorni nulla è accaduto; l'hanno messa lì due o tre ore prima”. Ipotesi che, sostiene, avrebbe condiviso con gli investigatori “il 15 dicembre 2021, quando mi sono presentato spontaneamente in Questura. Se non l'ho detto lì l'ho detto subito dopo il ritrovamento".
Una pista che la procura potrebbe decidere di esplorare. Al riguardo, non si esclude che possa essere valutata diversamente la testimonianza di alcuni sanitari, che lavorano nel parco di San Giovanni di Trieste dove il corpo è stato ritrovato. In particolare, un testimone avrebbe parlato di un signore con la barba bianca, vestito con abiti scuri e una torcia accesa, che all'alba del 5 gennaio camminava nell'area dove poi sarebbe stato rinvenuto il corpo. Dichiarazioni messe a verbale dagli investigatori già nelle prime fasi d’indagine, ma mai ritenute rilevanti.