In queste ore Venezia ha due facce. Da una parte c’è quella popolare della sagra sull’isola di Poveglia, animata dai giovani, dove la gente ha vinto la battaglia per poter recuperare uno spazio verde, sottraendolo alle speculazioni. Dall’altra parte c’è l’hotel Aman, affittato da Bezos e altri miliardari, l’universo che conferma l’utilizzo della città come oggetto di consumo grazie alla concentrazione della ricchezza in poche mani. Io sto con la speranza di vita a Poveglia». Il regista veneziano Andrea Segre è autore di Welcome Venice, documento - metafora sul destino della laguna consegnata all’overtourism. «L’emergenza collettiva – dice – è la concentrazione della ricchezza: è giusto che a Venezia si accenda un faro globale e che qui si costruisca una nuova resistenza, oltre che un’alternativa di vita per chi in questa città soffre. Se Venezia è il palcoscenico per l’esibizione del potere, lo sia pure per chi cerca giustizia».
Venezia blindata è il salto definitivo verso il suo destino di sala-eventi senza vita?
«Questa è la speranza di qualcuno, ma tanti veneziani stanno lavorando per recuperare la dimensione perduta di una società. Da Venezia arrivano oggi le immagini potenti di due visioni del mondo: il consumo facile eretto a sistema e la socialità che con fatica propone una conversione».
Non è violento costringere gli invitati al matrimonio sotto scorta, esclusi dalla città?
«Sono la rappresentazione iconica della non distribuzione del benessere. Oltre un certo limite, l’isolamento dalla realtà diventa normale: se lo accetti significa che la tua priorità non è più la vita».
Bezos e i suoi ospiti sono associabili agli americani che hanno liberato l’Italia dal fascismo?
«Questa è una stupida etnicizzazione storica della questione. Bezos a Venezia non rappresenta gli Usa ma il sistema economico iniquo che alimenta per nutrirsene».
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Gli attivisti No Bezos stanno sconvolgendo la festa: non stanno esagerando?
«Hanno ragione a rappresentare pacificamente uno scenario più vasto dei mali veneziani, di cui il sindaco Brugnaro è complice. Prima la democrazia e poi l’economia: l’augurio è che il loro impegno non finisca quando i riflettori si spengono, limitandosi alla gestione della visibilità».
Perché la preoccupa tanto il matrimonio veneziano di mister Amazon?
«Stiamo tornando verso un sistema feudale, in cui pochi detengono il potere assoluto, legittimato a usare il mondo, a scegliersi le guerre, a usare la fame come un’arma».
Non vorrà accusare Jeff Bezos di voler dare una spallata alla democrazia?
«Il sistema che rappresenta ci sta provando».
Cosa la colpisce di più di quanto sta succedendo a Venezia?
«Il fatto che si vesta di mondanità un evento intimamente politico, che fotografa il mondo in cui viviamo. Sul palco veneziano non c’è un matrimonio, ma la sintesi del presente che ci sfugge».