Cronaca

Luca Casarini: “Volevano fermarci, ma adesso di navi ne abbiamo due”

Luca Casarini: “Volevano fermarci, ma adesso di navi ne abbiamo due”

L’attivista, capomissione di Mediterranea: “La nostra nuova barca è una conferma dello spirito che ci accompagna dalla nascita. Quando le necessità e le emergenze lo richiedono, quando si tratta di salvare vite, bisogna misurarsi anche con ostacoli che sembrano insormontabili”

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A BORDO DI MEDITERRANEA – “Iniziare una missione dopo un naufragio da un lato è doloroso perché non eri lì quando è successo e diventa palpabile e concreto che non c’è giorno inutile in mare se non quello che passi fermo o butti per raggiungere porti inutilmente lontani. Dall’altro è una conferma: essere lì dove c’è bisogno significa che stai facendo la cosa giusta”. Luca Casarini parla dal ponte della Mare Jonio, che per la prima volta passerà il testimone alla nuova nave di Mediterranea. Prende il nome dalla ong, è più grande, più veloce, più attrezzata per prestare soccorso. “In fondo è una conferma dello spirito che ci accompagna dalla nascita: quando le necessità e le emergenze lo richiedono, quando si tratta di salvare vite, bisogna misurarsi anche con ostacoli che sembrano insormontabili. È successo con Mare Jonio: nessuno avrebbe scommesso su di noi ma è da sette anni che operiamo. E continuiamo a sperare che un giorno non sia più necessario perché esistono canali legali e sicuri e un sistema coordinato di soccorso”.

Perché una nuova nave?

“Il soccorso civile colma vuoti istituzionali e per questo purtroppo continua a essere necessario. Per noi è anche la conferma di una sfida vinta. Veniamo da mesi, se non anni di fermi, attacchi, indagini. Siamo stati spiati dai servizi con Paragon. Ci volevano fermare e adesso di navi ne abbiamo due”.

La nave Mediterranea
La nave Mediterranea 

In concreto cosa significa?

“In mare, vita e morte è questione di attimi. Ad esempio, se il centro di coordinamento e soccorso di Roma avesse diramato un mayday per il naufragio di Lampedusa, le navi della flotta civile che erano in area sarebbero potute intervenire. Magari sarebbe stato possibile evitare l’ennesima strage. Noi raddoppiamo le nostre capacità di intervento”.

Nel parlare degli assetti di soccorso attivi nel Mediterraneo, Piantedosi ha citato anche le navi private.

“Ma sono le sue leggi a bloccarle, spedirle lontano, rendere più complicati i soccorsi. La convenzione di Amburgo e il piano Sar italiano prevedono la collaborazione di assetti istituzionali e civili nel soccorso in mare, spiegasse perché ci sono decine di circolari per impedire gli interventi e non un piano coordinato di salvataggio”.

Cosa non ha funzionato a Lampedusa?

“Questo non lo sappiamo. Colpisce che quel naufragio sia avvenuto a 13 miglia dalla costa, in un’area facilmente raggiungibile da una motovedetta in quaranta minuti e in un tratto di mare supercontrollato da navi, elicotteri, droni di Finanza, Guardia costiera, Frontex”.

Per il governo, la colpa è dei cosiddetti scafisti...

“Ma come si fa a dire una cosa del genere dopo il caso Almasri? Siamo oltre il limite della decenza. I giudici hanno chiesto l’autorizzazione a procedere contro due ministri e un sottosegretario per non aver ottemperato all’obbligo di arrestare un criminale internazionale. E questo era necessario ‘per evitare ritorsioni’, dice il capo dell’Aise Caravelli, che ha affermato che con la Rada ‘c’è una proficua collaborazione’. Significa non solo che come Paese sei sotto ricatto, ma che stai alimentando l’industria dei ricatti”.

In che misura?

“Questa vicenda dimostra come non ci sia una strategia. Con fondi e mezzi si alimenta un sistema che si basa sull’industria della detenzione e sul traffico di esseri umani, mentre continuano a non esserci canali legali, sicuri e rapidi alternativi alle traversate. Molte delle persone che soccorriamo in mare hanno in tasca il tesserino da rifugiati di Unhcr. Il governo ha creato una bad company per delegare il lavoro sporco e questo ha riflessi anche sulla Libia”.

Quali?

“Si è favorito il processo di trasformazione delle milizie in apparati istituzionali. Almasri era capo della polizia giudiziaria, Bija aveva il ruolo di ammiraglio, Al Kikli era il capo del Ssa, lo stesso ministro Trebelsi era capo di una milizia. Questi sono ‘gli interlocutori privilegiati’ del governo Meloni”.

Ha detto che l’intento è quello di fermarvi. Per quale motivo, secondo lei?

“C’è un conflitto politico dichiarato. La cosiddetta classe dirigente non ha risposte per spiegare il totale fallimento di tutte le loro politiche che impediscono di arrivare a fine mese a un numero di persone sempre maggiore e vietano a molti di avere una prospettiva di futuro. Trasformare gli ultimi in un nemico, è l’unico modo per uscire dall’angolo, soprattutto a livello elettorale”.

Come rispondete?

“Per noi il Mediterraneo non potrà mai essere un confine. Lo dice la nostra storia, che è di scambi e meticciato, del sabir che era lingua comune dalla Spagna a Cartagine, di storie e tradizioni che si sono ibridate. La destra dice di rivendicare le proprie radici: lo facesse. I porti della Serenissima erano più aperti di quelli di Piantedosi e Salvini”.

Per il governo siete una minaccia alla sicurezza nazionale.

“Quella vicenda dimostra tutto il paradosso italiano, per cui Almasri viene considerato una ‘risorsa’ da tutelare e un prete come don Mattia una minaccia. Non credo che dalle inchieste possa venire fuori una verità giudiziaria più completa del dato storico e politico che è già emerso: in Italia c’è stato e magari c’è ancora un uso politico privatistico degli apparati di sicurezza. Noi siamo stati spiati per quattro anni, ma questa cosa dovrebbe spaventare tutti”.

Nel vostro percorso, negli ultimi mesi avete perso un alleato importante.

“Io confido che ci sia ancora. Lo spirito di Papa Francesco aleggia e galleggia con Mediterranea. Sapeva di questa barca, fino all’ultimo ha chiesto di vedere le foto, era contento perché ci invitava sempre a fare di più. Per lui, aiutare gli ultimi era un imperativo categorico. Il nostro Francesco non ha mai disgiunto il fare dal pregare”.

Con il nuovo pontefice avete avuto contatti?

“Non ancora. Ma per questa missione abbiamo avuto un messaggio dal cardinale Tagle. Ed è un segnale importante”.

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