TEMPIO PAUSANIA – Ha tessuto una tela di bugie nella quale è rimasto impigliato ora dopo ora. Emanuele Ragnedda è l’assassino reo confesso di Cinzia Pinna, la donna di 33 anni scomparsa l’11 settembre scorso a Palau, che ha ucciso a colpi di pistola e ha nascosto sotto le sterpaglie della sua tenuta vitivinicola da 72 ettari a Arzachena. È anche un depistatore che per tre giorni ha raccontato falsità su falsità mentre il corpo di Cinzia, abbandonato in un terreno, veniva straziato dal tempo che passava, dalla pioggia e dal sole. Fino a quando Ragnedda ha confessato il femminicidio ma fornendo, uno dopo l’altro, particolari che messi insieme hanno l’obiettivo di screditare la vittima. Una versione che cerca, in maniera anche maldestra, di virare verso la legittima difesa. Che però non ha per niente convinto la gip Marcella Pinna, che ha convalidato il suo fermo e lo ha rispedito in carcere da arrestato con l’accusa di omicidio volontario e occultamento, aggravati dall’uso di un’arma da…
TEMPIO PAUSANIA – Ha tessuto una tela di bugie nella quale è rimasto impigliato ora dopo ora. Emanuele Ragnedda è l’assassino reo confesso di Cinzia Pinna, la donna di 33 anni scomparsa l’11 settembre scorso a Palau, che ha ucciso a colpi di pistola e ha nascosto sotto le sterpaglie della sua tenuta vitivinicola da 72 ettari a Arzachena. È anche un depistatore che per tre giorni ha raccontato falsità su falsità mentre il corpo di Cinzia, abbandonato in un terreno, veniva straziato dal tempo che passava, dalla pioggia e dal sole. Fino a quando Ragnedda ha confessato il femminicidio ma fornendo, uno dopo l’altro, particolari che messi insieme hanno l’obiettivo di screditare la vittima. Una versione che cerca, in maniera anche maldestra, di virare verso la legittima difesa. Che però non ha per niente convinto la gip Marcella Pinna, che ha convalidato il suo fermo e lo ha rispedito in carcere da arrestato con l’accusa di omicidio volontario e occultamento, aggravati dall’uso di un’arma da sparo.
La fidanzata
Adesso gli investigatori hanno deciso di sentire anche la sua fidanzata, la titolare di uno dei locali più in voga a San Pantaleo, in provincia di Olbia, in Gallura. Dal cellulare della donna Emanuele Ragnedda avrebbe fatto diverse telefonate nei giorni successivi al femminicidio di Cinzia. Una di queste è stata al giardiniere di 26 anni, milanese, che è stato coinvolto nell’inchiesta. Una delle prime bugie, sembrerebbe, di Ragnedda.
La prima bugia: “Non la conoscevo”
È il 21 settembre scorso, 9 giorni dalla scomparsa di Cinzia Pinna. La donna era arrivata a Palau dal suo paese nel Sassarese, Castelsardo, per cercare lavoro come cameriera. Era stata assunta dall’hotel Palau, dopo un primo periodo in un’altra struttura. Il padre di Cinzia Pinna è uno dei ristoratori di spicco di Castelsardo dove è titolare di tre ristoranti, uno dei quali è stato menzionato anche nella guida Michelin.
Il rampollo della famiglia di viticoltori Ragnedda, 41 anni, viene ascoltato per la prima volta. E subito dice: “Non la conoscevo, l’avrò vista di sfuggita”. Fa anche intendere che era molto dispiaciuto per quello che era successo. Ma i carabinieri mentre lo ascoltano hanno già le prime certezze: hanno estrapolato da una telecamera di videosorveglianza un frame che immortala il momento in cui Cinzia entra nella macchina di Ragnedda: le 4,02 dell’11 settembre.
Il giardiniere
Quando ormai è un indagato, il 22 settembre, Emanuele Ragnedda dà una prima versione dei fatti, in cui trascina con sé un giardiniere di 26 anni, arrivato in Gallura per la stagione estiva. Dice che lui lo ha aiutato a nascondere il cadavere di Cinzia dopo avere trascorso una serata tutti e tre insieme. Ma poi lui stesso ha raccontato nell’interrogatorio di convalida di aver “fatto tutto da solo”. I due uomini si erano conosciuti in uno dei locali di San Pantaleo alcune settimane prima, poi con altri amici hanno trascorso diverse serate. Anche quando Cinzia era già morta e anche insieme alla fidanzata di Ragnedda. Il giardiniere resta ancora indagato per occultamento di cadavere e adesso i suoi legali annunciano: “Stiamo valutando di chiedere un interrogatorio”.
Il coltello e la ferita
L’ultima ricostruzione dei fatti menziona un coltello impugnato da Cinzia e di una ferita al braccio di Ragnedda. Il suo disperato tentativo di giustificare che ha sparato a una donna disarmata. Ma di quella ferita non ci sono segni sul suo corpo e il coltello, dopo 15 giorni, non si sa dove sia. I carabinieri stanno verificando tutte le parole di Ragnedda. Ma ciò che c’è da chiedersi è come mai, se davvero lui era stato aggredito come dice, non abbia cercato di fuggire o di chiamare i soccorsi. Invece, come lui stesso ha ammesso, ha afferrato una pistola poggiata tra un mobile e un divano. “Non ricordo nemmeno quanti colpi ho sparato”, ha detto una prima volta. Nelle ultime dichiarazioni quei colpi sono diventati tre. Da distanza ravvicinata contro Cinzia.
Il telefono sparito
Solo nel quarto interrogatorio cita un secondo telefono, acquistato dopo quello che si era rotto il 4 settembre. E, a sorpresa, tira in ballo un altro amico: “L’ho consegnato a lui dopo avere ucciso Cinzia”. Gli investigatori stanno rintracciando questo amico per riuscire ad avere quel cellulare. Forse nasconde verità scomode per Ragnedda?
L’ipotesi dei complici
"Ho fatto tutto da solo”. Anche questa dichiarazione appare inverosimile agli investigatori. Perché i pantaloni e la biancheria intima della vittima, ritrovata seminuda, sono scomparsi. Come il suo cellulare. E quando la gip chiede: “Dove sono?”, lui risponde: “Non ricordo”. L’ipotesi investigativa è che ci siano uno o più complici che lo hanno aiutato a far sparire gli indumenti e gli oggetti di Cinzia al termine di quella serata di morte. Inoltre la sua risposta lascia aperte diverse strade, compresa quella della tentata o consumata violenza.