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Jalta ottant’anni dopo. L’ultima mappa del mondo

Granger / Bridgeman Images 

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Ottant’anni fa la Conferenza fra i tre grandi vincitori della guerra. Un accordo per costruire la pace, scrivere una nuova storia e una diversa. geografia. Il primo ostacolo: il dialogo con il leader dell’Unione sovietica
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Nessuno si accorse che erano 13 a tavola, nemmeno il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, scaramantico al punto da portare sempre con sé la coda portafortuna di Gloucester, il cavallo più bello del mondo. Nella sala dove lo Zar Nikolaj II giocava a biliardo, a palazzo Livadia, il pranzo era stato predisposto per 14 persone, 5 americani, 3 inglesi, un russo, due interpreti, e naturalmente i tre protagonisti della Conferenza di Jalta iniziata una settimana prima e giunta adesso all’atto finale, con la firma degli accordi da parte di Roosevelt, Stalin e Churchill. Ma pochi minuti prima della fine, quando gli agenti dell’NKV avevano spalancato le porte ai fotografi e ai cineoperatori per fissare l’evento nelle immagini che diventeranno storiche, l’ambasciatore americano a Mosca,William Averell Harriman, si era alzato per correggere nella sala accanto una frase dei documenti conclusivi, lasciando 13 commensali a sfidare la superstizione nelle fotografie ufficiali. In quell’angol…

Nessuno si accorse che erano 13 a tavola, nemmeno il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, scaramantico al punto da portare sempre con sé la coda portafortuna di Gloucester, il cavallo più bello del mondo. Nella sala dove lo Zar Nikolaj II giocava a biliardo, a palazzo Livadia, il pranzo era stato predisposto per 14 persone, 5 americani, 3 inglesi, un russo, due interpreti, e naturalmente i tre protagonisti della Conferenza di Jalta iniziata una settimana prima e giunta adesso all’atto finale, con la firma degli accordi da parte di Roosevelt, Stalin e Churchill. Ma pochi minuti prima della fine, quando gli agenti dell’NKV avevano spalancato le porte ai fotografi e ai cineoperatori per fissare l’evento nelle immagini che diventeranno storiche, l’ambasciatore americano a Mosca,William Averell Harriman, si era alzato per correggere nella sala accanto una frase dei documenti conclusivi, lasciando 13 commensali a sfidare la superstizione nelle fotografie ufficiali. In quell’angolo di Crimea dove i tre uomini più potenti del mondo in otto giorni avevano ridisegnato il profilo del pianeta dall’Europa al Pacifico, nessuno badava alla malasorte, convinti com’erano tutti del successo della Conferenza. «Qui c’è la storia nell’aria», spiegò un uomo di teatro come il tenente Norris Houghton, guardando i flash e i riflettori che illuminavano i protocolli con l’inchiostro fresco dell’intesa raggiunta tra i “Tre Grandi” per vincere la guerra e costruire la pace, nella convinzione di scrivere una nuova storia e una diversa geografia: in realtà nessuno poteva saperlo, ma quella tracciata a Jalta era l’ultima mappa del mondo.

Un mondo sottosopra dopo cinque anni e mezzo di conflitto, con la follia nazista che aveva incendiato l’Europa. Ma tra il 12 e il 15 gennaio di quel 1945 l’Armata Rossa aveva lanciato un’offensiva lungo un fronte di 700 chilometri, da Neman fino ai Carpazi, raggiungendo il fiume Oder, occupando la zona industriale della Slesia, isolando la Prussia orientale col bilancio di 100 mila morti tedeschi, 300 mila prigionieri e 45 divisioni naziste annientate. Le truppe sovietiche ora avanzavano verso Konisberg, Poznan, Nowi Targ, mentre sul fronte Ovest il generale Eisenhower prevedeva di passare il Reno all’inizio di marzo. Sul teatro occidentale delle operazioni gli Alleati disponevano di 10 mila carrarmati e 9 mila aerei, tra cui 4 mila bombardieri con un carico di bombe di 3-5 tonnellate ciascuno. Proprio perché si profilava la vittoria per Stati Uniti, Russia e Gran Bretagna, quello era il momento di coordinare lo sforzo bellico finale degli eserciti dei tre Paesi, e soprattutto di trasformare l’alleanza militare in un’intesa politica e diplomatica che garantisse il mondo contro il pericolo di nuove guerre creando le condizioni non solo morali, ma istituzionali per aprire un’era prolungata di pace.

I “Tre Grandi” si erano incontrati per quattro giorni a Teheran a fine novembre del 1943, avevano esaminato per la prima volta congiuntamente le questioni militari più urgenti e si erano spinti ad annunciare una prospettiva di libertà e democrazia dopo la fine del conflitto, senza però assumere nessun impegno concreto: «Noi coopereremo con tutti i popoli che intendono consacrarsi all’eliminazione della tirannia e della schiavitù, dell’oppressione e dell’intolleranza, e accoglieremo nella famiglia universale delle Nazioni Democratiche tutti coloro che per libera scelta decideranno di venire da noi». C’era dunque il seme di un’alleanza che, nata per necessità nella guerra, voleva proiettarsi oltre la dimensione bellica, in un’azione di emancipazione e di riscatto dopo gli orrori del conflitto. E le tre potenze che si opponevano alla minaccia hitleriana sulla civiltà europea, assegnavano a se stesse il ruolo morale e politico di liberatori e costruttori di un nuovo ordine mondiale, che Roosevelt fin dal discorso del 6 gennaio 1941 basava sulle quattro libertà fondamentali: «di parola, di culto, di possesso, e libertà di vivere senza paura». Ma con la svolta della guerra, cresceva la necessità di coordinare le strategie militari degli Alleati, per disciplinare l’uso delle truppe e affrettare il momento della vittoria finale. Man mano che i Paesi venivano liberati, dalla Francia al Belgio, alla Grecia, a parti dell’Olanda e della Polonia, si rendevano necessarie decisioni dei Tre Grandi: che soprattutto dovevano stabilire che fare con la Germania il giorno dopo la resa, una volta divenuti arbitri del destino di quel popolo, di quel territorio e di quello Stato.

Churchill voleva un nuovo vertice a tre per garantire e intensificare «l’unità delle potenze alleate», l’arma a suo parere più potente nella guerra, e anche per evitare che il buon rapporto personale tra Stalin e Roosevelt potesse produrre a sorpresa risultati politici autonomi, non concordati sull’asse Londra-Washington. «Non ho esitato a viaggiare da una corte all’altra come un menestrello – dirà ai Comuni a fine ottobre ‘44 – ma ho sempre cantato la stessa canzone». Lo fece anche in quell’autunno, quando volò a Mosca per discutere direttamente con Stalin le questioni aperte della Polonia, della Grecia, della Jugoslavia e del Giappone, insistendo perché la Russia scendesse in campo, dichiarando guerra a Tokyo. Parlò anche dell’Italia, invitando il Capo del Cremlino a «non eccitare» i comunisti italiani, e ottenne l’ assicurazione di Stalin con un giudizio su Togliatti: «Non è un estremista, ma una persona ragionevole che non si lancerà in un’avventura». Tornò soddisfatto, dopo aver collezionato un pranzo di sei ore, il balletto di Giselle al Bolshoj, una discussione fino alle 3 del mattino con il leader russo, e dopo aver dormito nella dacia di Molotov, messa a sua disposizione dal ministro degli Esteri sovietico in segno di amicizia. Stalin lo accompagnò addirittura all’aeroporto e salì sull’aereo per il commiato. «Ho avuto una conversazione molto piacevole con il Vecchio Orso», scrisse Churchill da Mosca alla moglie Clementine. Poi aggiunse una confessione: «Più lo vedo e più mi piace».

Anche Roosevelt si era convinto nel loro primo incontro, a Teheran, che Stalin fosse «malleabile» e che la dinamica tipica di un vertice internazionale a porte chiuse, con i leader faccia a faccia nelle discussioni ufficiali, nei momenti conviviali e nelle chiacchiere serali col brandy in mano, fosse lo strumento più utile per impostare un negoziato, ammorbidire i “niet” sovietici e arrivare a un’intesa. In un incontro di 35 minuti, Roosevelt chiese al ministro degli Esteri russo, Gromyko, di far conoscere a Stalin il suo desiderio di reincontrarlo in una Conferenza dei tre Paesi, insieme con Churchill. Ma il presidente americano aveva una motivazione in più rispetto al Primo Ministro britannico. Roosevelt infatti pensava che la pace, una volta raggiunta, non potesse essere lasciata al suo destino, con tutti i problemi del controllo dei territori liberati, ma dovesse essere “organizzata”. Non è la guerra che crea la pace, è la politica: e dopo la forza, torna in campo la diplomazia. Il disegno ambizioso del presidente – al suo dodicesimo anno alla Casa Bianca – era appunto un’organizzazione internazionale fondata sul principio dell’uguaglianza sovrana di tutti gli Stati schierati per la pace, e pronti a prestare la loro collaborazione per il mantenimento della convivenza pacifica nella sicurezza. Bisognava muoversi subito, fissando regole che superassero lo status di vincitori e vinti: l’istituzione mondiale chiamata a garantire pace e sicurezza doveva nascere prima della fine della guerra. Il fascino di questa prospettiva grandiosa, pensava Roosevelt, nel vertice a tre avrebbe prima o poi contagiato anche Stalin, che aveva avanzato la richiesta impossibile di avere nella nuova organizzazione sovranazionale 15 voti per le Repubbliche sovietiche, oltre a quello dell’Urss. In realtà il Presidente subiva inconsciamente il fascino di Stalin, pur nella totale diversità politica e antropologica che gli era ben chiara: e più ancora sentiva la fascinazione e l’ebbrezza di guidare lui il Capo del Cremlino dentro un percorso negoziale. Ma Roosevelt non avvertiva ancora, in quei mesi tra il ‘44 e il ‘45, il condizionamento della dimensione ideologica che dominava il GenSek. «Vado più d’accordo con lui – arrivò a dire – che con Churchill. Gli voglio bene, e penso che sia reciproco…». E sottovalutava, davanti alla ridefinizione dei confini che si annunciava con la fine della guerra, l’angoscia dell’anima russa per la terra, ambizione imperiale e protezione atavica che si rinnovava, dopo che Lenin nel 1918 aveva spostato la capitale da San Pietroburgo a Mosca per allontanarla dall’Europa e custodirla circondata dall’immensità della terraferma russa, il vero humus dell’impero eterno.

Anche Stalin era rimasto soddisfatto del primo vertice coi due alleati a Teheran, convinto come Roosevelt di aver fatto valere le sue ragioni. Ma ormai, un anno dopo, si sentiva più forte: i successi dell’Armata Rossa, che aveva respinto l’esercito tedesco dalla Russia portando l’offensiva davanti ai centri vitali della Germania, gli conferivano un rango internazionale di primissimo piano come liberatore dell’Europa di mezzo, e accrescevano le pretese imperiali del Cremlino sovietico nel cuore del continente, fin dove erano giunti i carri armati di Mosca, portando la bandiera rossa. Dunque il tempo lavorava per i Soviet, che guadagnavano continuamente terreno, avanzando per quasi 30 chilometri al giorno. Per questo Stalin non aveva fretta di sedersi al tavolo alleato per un primo rendiconto, anche perché col titolo di Maresciallo guidava personalmente le strategie dell’Armata e ogni notte si chinava sulle mappe circondato dai generali in riunioni che non si scioglievano prima delle cinque del mattino. Ritardò dunque il suo consenso, e utilizzò il suo impegno bellico diretto per far saltare via via tutte le proposte di città che gli venivano avanzate da Londra e Washington: no ad Atene, a Malta, a Tunisi, a Gerusalemme, a Roma, a Taormina, fino a un telegramma estenuato di Churchill a Roosevelt: «Sarà possibile far venire Zio Baffone a Cipro o a Salonicco?».

Ma il Cremlino lasciava cadere tutte le candidature perché il GenSek soffriva di otite e non voleva volare , finché un uomo che i russi conoscevano molto bene, Harry Hopkins, inviato personale del presidente e suo consigliere ascoltatissimo, non suggerì a Gromyko l’idea della Crimea, immediatamente accettata. Jalta aveva il profilo giusto, né piccola né grande coi suoi 50 mila abitanti, clima mite, panorama sul Mar Nero, protetta e non esposta, non per caso era stata la residenza estiva preferita di Nikolaj II. A Stalin dunque l’onore del padrone di casa, mentre i due ospiti e il loro foltissimo seguito avrebbero dovuto sobbarcarsi mezzo giro del pianeta per incontrarlo «all’indirizzo più scomodo del mondo», come si lamentava Churchill. Il Maresciallo non era dispiaciuto di imporre questa corvée. Un giorno, in un colloquio con una delegazione jugoslava, confessò la sua diffidenza per i due partner occidentali: «Se non stai attento, Churchill è il genere d’uomo che ti ruberà un copeco sfilandotelo dalla tasca. Roosevelt è di un’altra pasta, allunga la mano solo per monete più grosse».

Soviet Premier Josef Stalin and British Prime Minister Winston Churchill stand among other men, talking. (Photo by © CORBIS/Corbis via Getty Images) 

In realtà il mantello nero con cui Roosevelt avvolgeva la sua debolezza fisica dopo la poliomielite del 1921 e la sua ambizione visionaria, nascondeva qualcosa di più del calcolo di un abile borseggiatore. La carta coperta del presidente americano era infatti la fine del mondo: la bomba atomica, coperta dal segreto assoluto. Solo tre generali e il Segretario alla guerra, Stimson, erano stati informati del lavoro degli scienziati: oltre a Churchill, naturalmente. Mentre si preparava la Conferenza di Jalta, un mattino dopo la prima colazione Roosevelt svelò il progetto nucleare al Segretario di Stato, Edward Stettinius: vago sui tempi, perché si stavano ancora perfezionando i risultati, fu molto chiaro nello spiegare che la nuova arma poteva rivoluzionare il mondo: «Non manca molto, e sarà possibile far cadere la bomba per esempio nella 42° strada, a Broadway, e l’esplosione raserebbe al suolo l’intera città di New York». C’era dunque un doppio fondo nel piani americani per passare dalla guerra alla pace, la vertigine scientifica dell’arma totale, l’esplosione definitiva che usciva dalla mitologia guerresca e diventava l’ armamento della fine, incaricato di incenerire il futuro.

Ma adesso il presente autorizzava una speranza, anche se i Tre Grandi viaggiavano verso Jalta con tutte le misure di precauzione consigliate dai servizi segreti in tempo di guerra. Il Segretario Generale scendeva da Mosca su un treno fantasma che non si fermava alle stazioni, il Primo Ministro e il presidente volavano da Malta, dove si erano incontrati, con le luci degli aerei spente e il silenzio radio assoluto. «Avevamo il mondo ai nostri piedi, venticinque milioni di uomini che marciavano ai nostri ordini per terra e per mare», scriverà più tardi Churchill, ripensando a quel momento nei giorni in cui la speranza di Jalta si era già decomposta in delusione. Poi aggiunse, probabilmente con un sospiro tra il fumo del sigaro: «Sembravamo amici».

1. continua

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