Contrariamente a quanto immagineremmo, sembra che Bridget Jones sia molto amata dai nativi digitali, la cosiddetta generazione Z. Gente che quando Helen Fielding pubblicava la sua rubrica sull’Indipendent — da cui sarebbe nato il romanzo, Il diario di Bridget Jones, dal quale avrebbero poi ricavato il film — gattonava sul pavimento.
Alcuni articoli usciti in occasione della presentazione del quarto film della serie, Bridget Jones, un amore di ragazzo (in sala il prossimo 13 febbraio) raccontano proprio di questa curiosa affezione. Per una donna che beve troppo, fuma troppo, si mette inutilmente a dieta una volta a settimana e cerca il principe azzurro. Una che ha scarsa consapevolezza di sé, non pratica yoga né meditazione, il cui “me too” è licenziarsi per…
Contrariamente a quanto immagineremmo, sembra che Bridget Jones sia molto amata dai nativi digitali, la cosiddetta generazione Z. Gente che quando Helen Fielding pubblicava la sua rubrica sull’Indipendent — da cui sarebbe nato il romanzo, Il diario di Bridget Jones, dal quale avrebbero poi ricavato il film — gattonava sul pavimento.
Alcuni articoli usciti in occasione della presentazione del quarto film della serie, Bridget Jones, un amore di ragazzo (in sala il prossimo 13 febbraio) raccontano proprio di questa curiosa affezione. Per una donna che beve troppo, fuma troppo, si mette inutilmente a dieta una volta a settimana e cerca il principe azzurro. Una che ha scarsa consapevolezza di sé, non pratica yoga né meditazione, il cui “me too” è licenziarsi perché è andata a letto col proprio capo. Ma nello stesso tempo non indulge nell’autolesionismo, non ha un disturbo alimentare (o se ce l’ha non lo chiama disturbo ma fame) e non tende all’isolamento.
Insomma una che più novecentesca di così si muore. È vero che la nostalgia è diventata la cifra sentimentale di questi anni, e dunque tutto quello che sta alle spalle commuove e quello che sta arrivando terrorizza. In preda all’ansia per il futuro i ragazzini si sdilinquiscono per i telefonini Nokia anche se per nessuna cifra rinuncerebbero ad aver in tasca uno smartphone, guardano i tutorial di gente che riavvolge le cassette con la Bic e ballano Barbie Girl o Wannabe delle Spice Girls. Ma non è solo questo.
C’è qualcosa di specifico nella Weltanschauung della più celebre zitella inglese, una vitalità sgangherata della quale evidentemente, sia noi che loro, continuiamo ad avere bisogno. Quella vitalità che da qualche tempo ci scivola via, ingessati come siamo in una ritualità dei comportamenti che, pur avendo una indubitabile necessità politica, ha indebolito la nostra immaginazione. È possibile che questo sentimento stia attraversando anche i giovanissimi, che sia in atto una minuscola resa dei conti con il politically correct e che Bridget Jones ne stia diventando l’eroina?
Da quando Donald Trump, Elon Musk, Javier Milei, Giorgia Meloni e i loro ricchissimi amici hanno acquisito la postura di chi si è preso il mondo, noi sinceri democratici, stravaccati sullo sgabello, alle corde, a mezza bocca ci ripetiamo che è colpa della cultura woke. Abbiamo esagerato, ci siamo occupati soltanto di minoranze, non ci siamo accorti che mentre facevamo la punta alla schwa il Paese reale non arrivava alla fine del mese, gli ospedali tracollavano, la scuola era impantanata. È dai tempi di Obama, ci diciamo sempre a bassa voce, che la sinistra non riesce a proporre niente di votabile, oltre che di sensato. Noi poi, sincere democratiche donne, aggiungiamo all’ordalia della sconfitta l’ulteriore sperdimento di chi sente il femminismo — o almeno il femminismo che mostra il suo volto con maggiore protervia — tutto votato a battaglie di cui, tutto sommato, non sentiamo una grandissima urgenza. Figuriamoci se non sappiamo che la faccenda è più complicata di così, che l’intelligenza artificiale, le fake news, la concentrazione dei capitali e la rava e la fava. Ma poiché siamo sprovvisti di armi efficaci contro la fine del mondo per mano di robot umanoidi, ci concentriamo su quello che conosciamo: noi. La nostra immaginazione, i sogni, farsi due risate, un po’ d’amore, il sesso.
Ebbene, possiamo dire che il clima di iper-correttismo dentro il quale l’occidente ha trascorso gli ultimi trent’anni ha, forse, corretto alcune storture ideologiche e ha, forse, fatto spazio a minoranze, ma non ci ha aiutato a scrivere bei libri, fare bei film, o semplicemente vivere relazioni sentimentali più allegre? Forse lo avrebbe fatto, forse, se gli Avengers della Silicon Valley con la loro spaventosa potenza economica non avessero deciso di scendere in campo, e, forse, la nostra cultura inclusiva e tollerante ce l’avrebbe fatta a rendere il mondo un posto migliore. Ma purtroppo quel tempo non c’è stato. E quindi ci resta quella brutta sensazione di aver occupato moltissima energia in pensieri che hanno prodotto soprattutto infelicità. Se è vero infatti che mai come adesso l’angoscia regna nelle camerette dei ragazzi, la responsabilità di quel senso della fine tocca sì al climate change, ma un po’ anche a noi, che mentre provavamo a ottenere diritti, rispetto e accoglienza abbiamo dimenticato la felicità. Bridget Jones, col suo culone (sic.) le sue gaffes, la sua zuppa blu, i mutandoni e il vestito da coniglietta di play boy, è una donna per niente virtuale.
Al contrario la sua presenza fisica è eccessiva e imbarazzante, i suoi baci esagerati e i suoi amori disperatamente sbagliati. Ma è soprattutto una che si butta nella mischia, piange e ride, mangia, beve e se c’è da soffrire soffre, se c’è da scendere da un palo come un vigile del fuoco, scende. Forse è proprio questo che noi rimpiangiamo e la generazione Z guarda con stupore e un po’ di bramosia per non averla conosciuta: la disperata vitalità, il coraggio di sbagliare e la fiducia nell’esistenza. Quella capacità un po’ scema di arrendersi all’andatura sghemba e triviale dei giorni. La stessa che sospinge Molly Bloom fino al meraviglioso finale del suo monologo e dell’Ulisse: «Sì, dissi, sì voglio, sì». Compresa la catastrofe.