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Roberto Saviano racconta l’inedito di Michela Murgia: “Accettare l’odio significa disinnescarlo”

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Come spiega il saggio della scrittrice scomparsa nel 2023, nascondere il più negativo dei sentimenti porta alla deresponsabilizzazione e alla violenza. Nominarlo invece vuol dire assumersene la paternità, disciplinandolo
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In Lezioni sull’odio Michela Murgia compie un’operazione rischiosa ma oggi più che mai necessaria: sottrarre l’odio alla clandestinità morale in cui la cultura contemporanea lo ha relegato. E lo sottrae alla clandestinità non per celebrarlo, ma per legittimarlo come esperienza umana. È una distinzione decisiva e la conclusione del suo ragionamento non è che l’odio sia “giusto”, ma che sia inevitabile.

Murgia smonta la finzione pedagogica secondo cui l’essere umano dovrebbe espungere l’odio dal proprio spettro emotivo perché quel tentativo di rimuovere il “vincolo censorio” produce una dinamica esplosiva, questa: l’odio negato ritorna come violenza, come autoassoluzione, come delega della colpa all’oggetto odiato. La vera legittimazione, allora, non è …

In Lezioni sull’odio Michela Murgia compie un’operazione rischiosa ma oggi più che mai necessaria: sottrarre l’odio alla clandestinità morale in cui la cultura contemporanea lo ha relegato. E lo sottrae alla clandestinità non per celebrarlo, ma per legittimarlo come esperienza umana. È una distinzione decisiva e la conclusione del suo ragionamento non è che l’odio sia “giusto”, ma che sia inevitabile.

Murgia smonta la finzione pedagogica secondo cui l’essere umano dovrebbe espungere l’odio dal proprio spettro emotivo perché quel tentativo di rimuovere il “vincolo censorio” produce una dinamica esplosiva, questa: l’odio negato ritorna come violenza, come autoassoluzione, come delega della colpa all’oggetto odiato. La vera legittimazione, allora, non è permissiva ma responsabilizzante. Dire “io odio” significa smettere di dire “mi costringi a odiarti”. È il passaggio dalla traslazione alla presa in carico.

In questo senso l’odio diventa una competenza relazionale: l’odio si impara, si organizza, si disciplina. Provo a esemplificare. Il piccolo Anakin Skywalker - che crescendo diventerà il temibile Darth Vader - a cui i Jedi, durante l’addestramento, insegnano a rimuovere l’odio, non a comprenderlo, mostra proprio cosa accade quando questo sentimento è mal governato, è mal gestito, è represso. Agli antipodi c’è Antonio Gramsci che, con l’odio, approccia la via diametralmente opposta della sublimazione etica (“Odio gli indifferenti”).

La legittimità dell’odio, in Gramsci, è una forma di presa in carico, di responsabilizzazione rispetto a un contesto.

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Il testo è attraversato da una critica feroce alla banalizzazione dell’odio. Non quella che lo minimizza, ma quella che lo normalizza, negandolo. Frasi come “non sono razzista, ma…” o “mi ha provocato” sono dispositivi di deresponsabilizzazione. Qui il discorso intercetta implicitamente la lezione arendtiana sulla banalità del male; non si è al cospetto di mostri, ma di soggetti ordinari, incapaci di riconoscere la propria partecipazione emotiva. La banalizzazione è il vero pericolo perché permette all’odio di operare senza nome e Michela suggerisce proprio questo, cioè che l’odio più pericoloso non è quello dichiarato, ma quello che si crede virtù, autodifesa, finanche giustizia spontanea.

Letta sotto questa luce, la citazione di Adolf Hitler, che Michela suggerisce nelle pagine iniziali, non è iperbole, ma avvertimento: quando il vincolo censorio si combina con capacità organizzativa, l’odio diventa sistema. Mi spiego meglio. Se una persona con vincolo censorio (cioè che attribuisce agli altri la colpa del proprio odio) possiede anche capacità organizzative, può nascere “un Adolf Hitler nella culla di una qualunque casetta perbene”.

Apparentemente il testo non parla di felicità. In realtà ne disegna un presupposto implicito. Se l’odio è rimosso, la soggettività vive scissa: due terzi del tempo spesi a camuffare ciò che si prova. Questa scissione produce infelicità, alienazione, nevrosi morale. Michela finisce per ammettere di “vivere malissimo” proprio perché costretta a nascondere l’odio in un contesto che lo vieta simbolicamente. La felicità, allora, non è assenza di odio ma coerenza tra ciò che si prova e ciò che si può nominare. Una felicità adulta, non euforica. Potremmo definirla felicità tragica, ovvero accettazione integrale della propria complessità emotiva. L’odio disciplinato, riconosciuto, integrato diventa persino virtù civile perché consente un’etica della responsabilità. L’odio gramsciano verso l’indifferenza è, in questa prospettiva, un motore politico.

Resta, tuttavia, una tensione irrisolta: fino a che punto è realmente possibile “sdoganare” l’odio senza scivolare nella sua estetizzazione? Il rischio esiste. Eppure Michela sembra consapevole che la vera minaccia non è parlarne troppo, ma non parlarne per nulla, questo libro, infatti, non è un’apologia dell’odio, ma un trattato - fondamentale - sull’onestà emotiva e finanche un invito a una felicità meno ipocrita e più responsabile.

Lezioni sull’odio è potente perché riesce a spostare l’odio dal territorio del mostruoso a quello dell’umano. Non lo presenta come un’entità esterna, come un demone che ci possiede, ma come una componente strutturale dell’esperienza emotiva. In questo senso lo demistifica: l’odio non è l’eccezione patologica che riguarda “gli altri”, i devianti, i mostri. È un sentimento che appartiene allo spettro ordinario delle nostre possibilità. Questa presa di consapevolezza destabilizza il lettore perché lo sottrae alla comodità della distanza morale. Ma subito dopo aver compiuto questa umanizzazione dell’odio, Michela denuncia la forma più pericolosa della sua presenza, la banalizzazione, non intesa come minimizzazione, ma come autoassoluzione.

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L’odio non viene negato frontalmente; viene giustificato, spostato, attribuito all’oggetto che lo suscita. “Non sono io che odio, sei tu che mi costringi.” È in questa traslazione che l’odio si fa irresponsabile. Quando non è riconosciuto come proprio, diventa meccanismo automatico, scusa, finanche alibi morale. Ed è proprio qui che può trasformarsi in violenza, perché nessuno si sente più autore del proprio sentimento e quindi non responsabile delle azioni che quel sentimento determina.

La forza di questo trattato sull’odio sta nel non fermarsi alla condanna, né alla celebrazione. Non propone una santificazione dell’odio, non lo trasforma in virtù; propone invece una maturità emotiva: riconoscerlo come parte di sé, attribuirgli uno statuto di normalità, ma insieme disciplinarlo, sottrarlo alla clandestinità e assumerne la responsabilità. È una posizione esigente, perché implica un lavoro su di sé, un’educazione sentimentale che non è consolatoria.

In questo equilibrio - tra smascheramento, denuncia e proposta etica - sta la densità del testo. Non chiede di essere migliori negando ciò che siamo, ma di essere più consapevoli di ciò che possiamo diventare se non impariamo a guardare l’odio in faccia e ad affrontarlo, a testa alta.

Il libro

Lezioni sull’odio di Michela Murgia (Einaudi Stile libero, pagg. 120, euro 14, dal 19 febbraioin libreria)

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