Marte è vicino alla Puglia

A Grottaglie la corsa per i viaggi turistici nello spazio sta per ridefinire il paese e il suo aeroporto. Già oggi il Distretto tecnologico aerospaziale della regione occupa 7.500 persone, fra grandi aziende come Leonardo e piccole imprese innovative come Novotech, dove lavora un gruppo di ragazzi appena usciti dall'istituto tecnico locale. Storie di futuro nascoste fra gli ulivi
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L'orizzonte si incurva, finiti i tre chilometri d'asfalto. La pista è immersa in una quiete geometricamente perfetta. L'unica traccia di vita fra i righelli delle indicazioni di volo sono i segni delle gomme lasciate dagli aerei prima del decollo. È la pista dell'aeroporto di Grottaglie, in provincia di Taranto. Paese famoso per le sue ceramiche, che a breve sarà famoso per altro: sarà il primo spazioporto italiano, uno dei primi europei. Sarà cioè un porto per lo spazio, una pista di decollo per i viaggi in orbita. Questa lunga striscia d'asfalto vedrà clienti miliardari lanciarsi nella corsa al turismo delle sfere celesti: a differenza di altri aeroporti di provincia che languono fra lavori e dimenticanza, Grottaglie ha deciso di attrezzarsi per questo futuro, legato a orizzonti lontani da qui.

Tutto inizia nel 2018, quando l'ENAC (Ente nazionale aviazione civile) sceglie Grottaglie come luogo per il primo spazioporto italiano. La piana a ridosso del Mare Piccolo viene scelta per molti motivi - il profilo metereologico, la lunga pista -, ma il principale è che la zona è già il punto di riferimento del Distretto tecnologico aerospaziale della Puglia, un distretto che vale un miliardo e mezzo di euro di fatturato, conta più di 50 aziende e occupa 7.500 persone. Di fianco alla plancia di lancio c'è una base militare, aerei da guerra protetti dagli argini, e dall'altra parte c'è Leonardo, l'azienda specializzata in strumenti di difesa, che produce qui le fusoliere per il Boeing 787. L'allungamento della pista a 3.200 metri era stato necessario proprio per permettere l'atterraggio di un particolare cargo (il Boeing 747-400 LCF, il secondo velivolo più grande al mondo) per trasportare i componenti dei Boeing. È tutto macro, insomma, qui: lo spazio, i Boeing, la pista. Ma la ricchezza del distretto è in realtà nascosta (anche) in una filiera meno nota, fatta di piccole e medie imprese specializzate.

È così che fra gli ulivi di una campagna stravolta dalla Xylella, su una strada sconnessa nella periferia di Avetrana, si apre sulla destra un cancello grigio. Dà su uno stabilimento anonimo, visto da fuori: un cubotto bianco con due portoncini blu e delle scalette sbiadite. Il segreto di questo luogo discreto è dietro un doppio muro con due finestre verdi che sbirciano in una stanza. Altissimo, solitario, rumoroso, un robot antropomorfo di ultima generazione è chiuso dentro, impegnato ad attaccare stringhe chilometriche di fibre plastiche ai bordi di un cubo di metallo. Le strisce nere escono dalla sua bocca rotabile, agganciata a una luce che scalda ogni filo ogni volta che lo deve incollare, cambiando continuamente angolo, mentre si muove nello spazio su otto assi, modulando ostacoli e velocità, slanciandosi dai perni cingolati delle gambe. Il robot è il figlioccio di Novotech, società di ricerca e sviluppo fondata da un professore di ingegneria nato e cresciuto in Puglia, docente per anni all'università di Napoli, Leonardo Lecce. "Ho fondato Novotech con l'intenzione di fare da supporto alle industrie del settore aeronautico", racconta Lecce: "Abbiamo aperto lo stabilimento di Avetrana per la produzione avanzata di materiali compositi, sfruttando le opportunità offerte da una collaborazione intensa con il Gruppo Leonardo, Avio Space e altri".

I materiali compositi di cui parla il professor Lecce sono materiali da costruzione realizzati con un mix di fonti non metalliche, principalmente plastiche; l'obiettivo è scoprire nuove fibre che insieme sappiano modellarsi e modellare strutture con caratteristiche più performanti, durature o sostenibili. Il solitario robot di Avetrana è un esempio di AFP, Automatic Fiber Placement, ovvero una procedura automatizzata attraverso la quale fibre, sotto forma di fili, vengono riscaldate, compattate, resinate, e articolate dentro forme complesse. "Stiamo andando verso settori di innovazione sempre nuovi e sfidanti", racconta Lecce: "Come quello della realizzazione di serbatoi per l'idrogeno di tipo criogenico, quindi a temperature molto basse, per contenere idrogeno liquido, oppure per idrogeno gassoso, quindi serbatoi ad alta pressione. Oppure stiamo testando con un grosso gruppo internazionale dei nuovi materiali per i contenitori della batterie al litio per le automobili".

Il robot nella stanza di Avetrana in realtà non è così solo. Con lui ci sono quasi sempre Giuseppe e Marcello. Due umani. "Ti senti un grande senso di responsabilità, quando la controlli", racconta Marcello Iunco, 23 anni, l'operatore che insieme al collega monitora da un tablet gli spostamenti del robot, verifica che gli ingranaggi stiano nutrendo la macchina con le fibre corrette, segue gli spostamenti mentre avviene la meticolosa sovrapposizione di piani: "Conosci il costo di tutti i componenti in costruzione. La macchina magari va a impattare in qualche punto, va a rovinare qualcosa, e sono centinaia di migliaia di euro persi", continua Iunco: "Quindi sì, è una responsabilità, però sono anche orgoglioso di far parte della piccola cerchia di persone che possono utilizzare questa macchina". Iunco ha studiato in un istituto industriale vicino ad Avetrana, ed è entrato in azienda a ridosso del diploma. La sua passione sono la pesca subacquea e l'officina del nonno. Ma adesso anche le sfide sui materiali del futuro. "Questa è un'azienda di ricerca e sviluppo", spiega: "per cui abbiamo sempre nuovi progetti, nuovi metodi, c'è sempre qualcosa di difficile. Qualcosa che non esce bene la prima volta, quindi bisogna adoperarsi affinché funzioni. È stimolante. Ogni giorno è diverso".

Novotech ha ricevuto un milione e 200mila euro dal Fondo europeo di sviluppo regionale; una piccolissima parte dei bandi e delle gare per progetti di ricerca internazionali che da 30 anni il professore attiva nello stabilimento. A loro volta questi fondi sono quasi briciole rispetto ai finanziamenti europei che stanno ricevendo molte delle aziende aperte a ridosso dell'aeroporto di Grottaglie per sperimentare su droni, software di controllo e sistemi di pilotaggio. Lo spazioporto vedrà investimenti da parte di Aeroporti di Puglia per 150 milioni di euro.

Per ora non si vedono ancora cambiamenti. La sala d'aspetto del vecchio aeroporto sembra uscita da un film in costume, rimasta intatta com'è dagli anni '70. Ma cambierà completamente, perdendo gli orologi analogici vintage e la moquette castagna a favore di divani moderni per i viaggi stellari: le gare sono fatte, i lavori dovrebbero iniziare nel 2024 e finire nel 2026. Su tutta l'operazione però non mancano le incognite. La "Virgin Orbit", società per il turismo extraplanetario del miliardario Richard Branson, che da qui avrebbe dovuto sperimentare il lancio di piccoli satelliti per la sua navetta da turismo suborbitale, ha appena dichiarato bancarotta. La sua partecipazione al rilancio di Grottaglie quindi salta. E gli altri? Quanto è giusto investire ingenti fondi pubblici sull'idea di una plancia di lancio che sarà a servizio (forse) delle future vacanze stellari di un'élite? "Si tratta di essere realistici, e cogliere delle opportunità, sapendo che l'obiettivo di ritorno e ricavo per Grottaglie è più strategico e industriale, che commerciale", spiega l'ingegner Giovanni Di Antonio, esperto di New space Economy per l'Enac: "L'Italia è stata all'avanguardia nel disegnare insieme all'Europa norme comuni per regolare un mercato che non esisteva fino a poco fa". "Lo spazio aereo", spiega Di Antonio: "è sovranità dello Stato, mentre lo spazio atmosferico non è di nessuno. Quando dei soggetti commerciali hanno iniziato ad essere pronti, e a realizzare, operazioni che erano prima appannaggio delle Aeronautiche militari di Stato, ci siamo trovati a fare i conti con la colonizzazione dello spazio da parte di privati. È un cambio di paradigma totale, che richiede di essere veloci, se non si vuole ostacolare l'iniziativa privata, essere capaci di dare regole chiare sui parametri fondamentali, come la sicurezza e la riduzione dell'inquinamento da detriti".