Una mano è più di una protesi

Il brevetto di un giovane ingegnere salentino per un dispositivo medico d'avanguardia: l'Adam's Hand. Dopo anni di sperimentazioni e test, ora è pronto ad arrivare sul mercato. Così un'idea che mette al centro il paziente può farsi risposta a un bisogno. Partendo da una piccola officina a Soleto, in provincia di Lecce
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Il pomeriggio è clemente e Salvatore De Cillis sta facendo dei lavori in giardino, nella sua casa di Surbo, subito a Nord di Lecce. "Ho un'azienda agricola, quindi spesso mi capita di dover fare dei lavori manuali importanti, per i quali è necessario, oltre alla precisione, utilizzare tanta forza, avere una mano robusta", racconta: "Non solo. Sono anche un appassionato di pesca in apnea. Il mio sogno sarebbe quello di avere una mano completamente waterproof, per poter caricare il fucile sott'acqua o tenermi aggrappato agli scogli". Sei anni fa, per le conseguenze di incidente stradale, Salvatore De Cillis ha subito l'amputazione dell'avambraccio. Poco dopo l'operazione ha conosciuto un giovane ingegnere di Calimera, un paese salentino non lontano da casa sua. "All'epoca Giovanni aveva solo un cacciavite, una stampante 3D, e un progetto: Adam's Hand, la mano di Adamo, su cui stava lavorando per renderla un brevetto. Mi piace sempre ricordarlo perché oggi ogni volta che vado a visitare la loro azienda, mi rendo conto di quanta strada sia stata fatta".

Adam's Hand, la mano di Adamo, è una mano bionica. "L'idea nasce per la mia tesi di laurea in Ingegneria industriale e meccanica", racconta Giovanni Zappatore: "Parte proprio come una fissa da ingegnere: riprodurre la mano umana è una delle sfide più appassionanti che ci possano essere. Lavorandoci però mi sono reso conto che sul mercato non esisteva una mano, intesa come protesi, semplice da utilizzare per i pazienti. È stato di fronte al bisogno che ho capito che quella sfida poteva diventare qualcosa di più. Ho coinvolto così i miei due co-fondatori, Federico Gaetani e Matteo Aventaggiato, e insieme abbiamo fondato Bionit Labs". L'idea della startup per realizzare un dispositivo medico innovativo vince subito il bando PIN dell'Agenzia regionale per la tecnologia e l'innovazione (Arti) , che attraverso fondi europei per la coesione finanzia i progetti imprenditoriali dei giovani. È grazie al fondo PIN che i tre ragazzi di Bionit riescono a passare dal brevetto al prototipo. Da lì, l'interesse per l'azienda aumenta, arrivano investitori privati, prospettive di commercializzazione, tecniche più precise. Oggi Bionit Labs coinvolge circa trenta persone.

Al loro centro c'è Adam's Hand, la mano di Adamo, appunto. "Mi è capitato di provare tantissime mani", racconta Salvatore De Cillis, il paziente numero uno di Bionit Labs: "Ognuna con caratteristiche differenti, ma tutte troppo complesse. Adam's Hand invece è completamente adattiva: riesco a fare tante cose con dei semplici pensieri, dando semplici impulsi al meccanismo". "Il meccanismo che abbiamo brevettato consente di muovere tutte le dita, dall'indice al mignolo, con un solo motore", spiega Zappatore: "Gli altri dispositivi sul mercato prevedono che il paziente scelga quale combinazione di dita muovere prima di afferrare un oggetto. Nel nostro caso, invece, il paziente deve solo approcciare l'oggetto e decidere se aprire o chiudere la mano, ed è poi questa che si adatta e forma e dimensione degli oggetti impugnati. Quindi, per fare in modo che ciò avvenga, abbiamo sviluppato un meccanismo abbastanza complesso che consente di distribuire la coppia e la velocità del singolo motore presente nella mano all'interno delle quattro dita. È come se si creasse una sorta di intelligenza meccanica: le dita sono fra loro in connessione, per cui nel momento in cui vado ad afferrare un oggetto, queste si conformano allo stesso, liberando il paziente dalla scelta di capire quale singolo dito muovere. A questo abbiamo aggiunto un altro layer di intelligenza artificiale che ci permette, con una procedura di 15 secondi, di calibrare con un software il funzionamento del dispositivo sul tono muscolare di ogni singolo paziente, personalizzando ulteriormente la protesi, e rendendone l'utilizzo ancora più semplice".

"Spesso quando si costruisce o si progetta un dispositivo di elevata tecnologia si ha la tentazione, soprattutto dal punto di vista ingegneristico, di inserirci dentro più features possibili, in modo che sia il prodotto più figo della storia", riflette Zappatore: "In realtà noi abbiamo cercato di dare un approccio diverso. Siamo partiti dai veri bisogni del paziente per cercare di andare a costruirci intorno delle funzioni che dessero un beneficio reale. Sembra scontato, ma non lo è nella pratica, perché questo prevede cicli di test con officine ortopediche che non sono semplici da strutturare. Non lo è stato soprattutto all'inizio, quando non ci conosceva nessuno".

I laboratori di Bionit nella zona industriale di Soleto sono in fibrillazione. Un gruppo di dottorande segue dei test sul software, mentre due ingegneri continuano a fare le prove su elettrodi e batterie. Una mano-tester da giorni si apre e si chiude intorno a una palla antistress, legata a un contatore, per monitorare il numero di cicli di stretta che il dispositivo può certificare. L'unicità di Bionit Labs sta proprio nell'artigianalità innovativa della sua fabbricazione continua. Molti componenti possono essere sostituiti o venduti separatamente e i tecnici ogni giorno fanno prove di ricerca di nuove funzionalità per la protesi, che ora sta per arrivare ufficialmente sul mercato, grazie a un distributore tedesco. Non è possibile comprare direttamente l'Adam's Hand, in Italia: bisogna passare e fare affidamento alle officine ortopediche, che disegnando le protesi per il paziente possono scegliere di proporgli questa come terminale bionico dell'avambraccio. Uno degli ostacoli principali per le persone amputate di un arto resta quello economico: il rimborso statale copre solo una minima parte della spesa d'ingresso per la maggior parte delle protesi moderne, che come quella progettata da Bionit Labs, sono però le uniche ad andare incontro ai pazienti aumentando le loro autonomie. L'ingegneria può fare molto, insomma. Poi serve la politica.