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Apericena

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Mostruosa, infestante o semplicemente indifferente: dialogo sulla parola che ricorda un po’ “Apriti, cielo!”. Un ibrido il cui anagramma, che fa sorridere, è “a capinere”
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A. Quindi “apericena” è parola che non ti piace!

B. No, nient’affatto: mi è quasi indifferente.

A. Come? L’hai appena definita mostruosa e infestante!

B. Ma che dici? Dove?

A. Nell’intervista che hai rilasciato alla Stampa in settimana.

B. Oddio, è uscita l’intervista, fammi leggere. Dev’esserci stato un equivoco con Simonetta Sciandivasci che me l’ha fatta: strano, perché è bravissima e sempre corretta.

A. L’hai detto o non l’hai detto?

B. Guarda, proprio no. Oltretutto io uso la parola “mostruoso” soltanto quando cito Fantozzi.

A. Ma allora come è possibile che sia scritto così?

B. L’avrà detto lei nella domanda, io ho risposto che non ho nulla contro “apericena” ma la linea telefonica era disturbata, io avrò bofonchiato e lei avrà capito che invece ero d’accordo.

A. Ah, seccante.

A. Quindi “apericena” è parola che non ti piace!

B. No, nient’affatto: mi è quasi indifferente.

A. Come? L’hai appena definita mostruosa e infestante!

B. Ma che dici? Dove?

A. Nell’intervista che hai rilasciato alla Stampa in settimana.

B. Oddio, è uscita l’intervista, fammi leggere. Dev’esserci stato un equivoco con Simonetta Sciandivasci che me l’ha fatta: strano, perché è bravissima e sempre corretta.

A. L’hai detto o non l’hai detto?

B. Guarda, proprio no. Oltretutto io uso la parola “mostruoso” soltanto quando cito Fantozzi.

A. Ma allora come è possibile che sia scritto così?

B. L’avrà detto lei nella domanda, io ho risposto che non ho nulla contro “apericena” ma la linea telefonica era disturbata, io avrò bofonchiato e lei avrà capito che invece ero d’accordo.

A. Ah, seccante.

B. Ma no, può succedere e poi in tutta l’intervista sostenevo che le parole non sono così importanti. Se protestassi per il dettaglio, darei peso a una parola e allora smentirei quel che più volevo dire: sono dentro a un doppio vincolo. Ma poco male. Non cambia il mondo se viene fuori che io detesto “apericena” quando invece la tollero.

A. Ma davvero non ti infastidisce quella parolaccia?

B. Un po’ mi ha infastidito quando è apparsa, più di vent’anni fa, e personalmente non me ne servo. Per me non è una parolaccia, ma di tutta questa storia quel che mi pare più rilevante non è questo. È: quanta importanza dobbiamo dare a questi fastidi? Se uno ha un problema di pelle si gratta, però lo fa in privato.

A. Beh, ma è una parola brutta, suona male…

B. Trovi? A me pare invece che “apericena” sia scorrevole, semplice, immediatamente comprensibile. Non suona tanto diversa da “americana”, o anche da “avanscena” che è tanto più irregolare. Ed è anche utile, perché indica una cosa che prima non esisteva.

A. Ne facevamo a meno!

B. È un’offerta commerciale e avere un nome suo serve anche per distinguerla. In un ristobar, altra invenzione recente, chiederanno: “fate l’aperitivo, l’apericena o direttamente la cena?”. C’è anche il famoso precedente piemontese della “marenda sinoira”, la “merenda cenoide”: quando nella seconda metà del pomeriggio il padrone di casa tira fuori il salame e il vino, si va avanti così e non si cena più.

A. È un ibrido, “aperi” da una parte, senza neanche il “-tivo”, e “cena” dall’altra.

B. Nulla di diverso da “cavolfiore” o “metalmeccanico”. E tutto molto più elegante di “Confindustria” o “Confcommercio”. Se proprio sei a caccia di mostri potresti rivolgerti altrove.

A. A me continua a stare antipatica.

B. Sei in buona compagnia. Io invece ho una curiosità. Dicevo del ristobar. Secondo i vocabolari è nato nel 1996 e l’apericena soltanto nel 2002: a che cosa serviva il ristobar nei sei anni intermedi? Ci potevi fare o l’aperitivo o la cena o al massimo la cena dopo l’aperitivo, rigidamente? Oppure c’era già il genere ibrido ma non aveva trovato un suo nome? Tu cosa dici? Secondo me è più verosimile il secondo caso.

A. Quindi è nata la cosa prima del nome?

B. Quindi un’attività si è configurata come qualcosa di distinto dalle altre simili, la si sarà descritta con giri di parole sino a che un neologismo, probabile invenzione gergale, è attecchito e si è diffuso.

A. Insomma per te non è una parola né antipatica né simpatica.

B. Più simpatica che antipatica. “Apericena” mi ricorda un po’ “Apriti, cielo!”, ma mi fa sorridere ancor di più che l’anagramma sia “a capinere”, che mi ricorda La bella canzone di una volta di Elio e le Storie tese.

Questa è Lapsus del 2 marzo 2025, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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