L’ultimo in ordine di tempo è stato il ciclone Erminio che ha colpito Puglia, Abruzzo e Molise lasciando dietro di sé allagamenti diffusi, fiumi esondati, infrastrutture danneggiate e intere comunità isolate. Il crollo del ponte sul Trigno, con un disperso, e la frana di Petacciato sono solo gli episodi più gravi di un’ondata di maltempo che ha paralizzato anche la circolazione ferroviaria. Non si tratta più di emergenze isolate, ma di una condizione strutturale. L’Italia è infatti un Paese naturalmente esposto a catastrofi, per la sua posizione geografica e le sue caratteristiche geologiche e climatiche.
A questa fragilità storica si aggiunge oggi un fattore che ne amplifica gli effetti: il cambiamento climatico. L’aumento delle temperature e l’instabilità atmosferica stanno modificando profondamente la natura degli eventi estremi. Non solo più frequenti, ma anche più intensi e imprevedibili. A misurare i rischi catastrofali sul territorio italiano è il Natural Risk Index (Nri), presentato in occasione del Natural Risk Forum tenutosi nei giorni scorsi a Roma, che considera tre principali fonti – o "peril" – naturali: terremoti, alluvioni e tempeste convettive. Il quadro che emerge è quello di un Paese altamente vulnerabile, in cui la combinazione tra pericolosità naturale, esposizione economica e fragilità del patrimonio edilizio genera un rischio diffuso e crescente.
In Italia si contano oltre 41 milioni di immobili esposti, tra abitazioni, edifici pubblici e strutture produttive, per un valore complessivo di ricostruzione stimato in 14.400 miliardi di euro. È una massa enorme di ricchezza distribuita sul territorio, che rende ogni evento naturale potenzialmente molto costoso. Il danno medio annuo atteso, secondo lo studio, è stimato intorno ai sette miliardi di euro, cifra che fotografa la continuità del rischio: non più eccezioni, ma una pressione costante sul sistema economico. In questo contesto, il costo medio atteso per abitante si colloca tra i 100 e i 200 euro. Calabria, Emilia-Romagna e Umbria si posizionano in testa alla classifica del danno pro capite, mentre sul versante opposto si trovano Puglia, Sardegna e Valle d’Aosta. Secondo l’indagine, il rischio in Italia non coincide necessariamente con le aree più pericolose dal punto di vista naturale. Al contrario, è fortemente legato alla distribuzione della ricchezza e delle attività economiche. Le regioni ai vertici del ranking – Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto – sono anche quelle più sviluppate e densamente abitate. Qui la concentrazione di imprese, infrastrutture e patrimonio immobiliare amplifica in modo significativo l’impatto degli eventi estremi. Il rischio, in altre parole, segue lo sviluppo.
Entrando nel dettaglio dei singoli "peril", emerge una geografia del rischio articolata e tutt’altro che uniforme. Nel caso dei terremoti, la pericolosità è storicamente elevata lungo la dorsale appenninica e nel Sud Italia. Tuttavia, il rischio complessivo dipende anche dalla qualità del patrimonio edilizio e dalla densità economica. Regioni come l’Emilia-Romagna risultano ai vertici non solo per la componente sismica, ma per la combinazione con elevata esposizione e vulnerabilità del patrimonio edilizio e produttivo.
Il rischio le alluvioni soprattutto in Toscana, Lombardia e Veneto, territori attraversati da grandi bacini fluviali e caratterizzati da un’elevata urbanizzazione. Qui la pressione antropica gioca un ruolo determinante: infrastrutture, abitazioni e attività produttive si sviluppano spesso in aree naturalmente esposte, aumentando il potenziale impatto degli eventi. Le tempeste convettive, infine, rappresentano il rischio più dinamico e in crescita. Grandinate, raffiche di vento e fenomeni intensi colpiscono soprattutto il Nord Italia, dove si concentra una parte rilevante del sistema produttivo. Lombardia, Veneto e Piemonte risultano le regioni più esposte. Si tratta anche del rischio più direttamente influenzato dal cambiamento climatico, con eventi sempre più frequenti e dannosi per il tessuto economico.
Negli ultimi anni, infatti, il profilo dei danni è cambiato. Si osserva un aumento della frequenza e della severità degli eventi, con un picco recente nel 2023, quando i danni economici hanno raggiunto quasi 29 miliardi di euro. E, contrariamente alla percezione diffusa, non sono i terremoti a pesare di più nel complesso: alluvioni e fenomeni atmosferici estremi rappresentano oggi la quota maggiore dei costi.
A rendere il quadro ancora più fragile è il cosiddetto protection gap, ovvero la quota di beni non coperti da assicurazione che, in caso di evento catastrofale, resta a carico di cittadini, imprese e finanza pubblica. La ricerca evidenzia come, nella maggior parte delle regioni italiane, la parte prevalente dei costi medi annui attesi non sia assicurata. Si passa da circa il 73% in Emilia-Romagna, che rappresenta il caso con la maggiore copertura relativa, fino a valori prossimi al 93% in Calabria. Anche nelle aree più "protette", quindi, una quota significativa del rischio rimane scoperta.