'68 e dintorni. Classe operaia e borghesia, fragole e sangue: il fascino discreto della rivoluzione
In edicola dal 6 giugno con Repubblica una collana di dvd per celebrare i cinquant'anni del Sessantotto. Da 'Woodstock' al "manifesto" di Bunuel, il mondo visto con gli occhi di chi lo voleva cambiare
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Rivivere i sogni e i film di una generazione intramontabile. E una straordinaria stagione di sogni, speranze e libertà. Per celebrare i cinquant'anni del Sessantotto, Repubblica presenta '68 e dintorni, una collana di film, dal viaggio on the road di Easy Rider al grido di libertà di Woodstock, dall'anticonformismo di Harold e Maude allo spirito di ribellione di Zabriskie Point. Il Sessantotto ha rivoluzionato anche il grande cinema. Il edicola dal 6 giugno il primo dvd, Easy Rider. Le schede dei film, di Steve Della Casa.
'68 e dintorni, in edicola con Repubblica i film che hanno fatto la rivoluzione
· Woodstock di Michael Wadleigh (1970)
I "tre giorni di pace, amore e musica" (come recitava il manifesto del festival di Woodstock) diventano una sorta di simbolo per i ragazzi che si ribellano alla cultura dei padri e contro il governo americano che li manda a combattere. Nonostante mille difficoltà (l'assenza di qualsiasi supporto logistico, una pioggia torrenziale che trasforma in un acquitrino l'area del concerto, il boicottaggio dei mass media), più di un milione di giovani si riuniscono per ascoltare tutti i nomi più importanti della scena musicale americana, ma anche per stare insieme, per una sorta di spirito di comunità. Michael Wadleigh, un direttore della fotografia che era molto interessato alla scena musicale, è presente sul posto con varie troupe che riprendono tutti i tre giorni dell'evento: non solo chi è sul palco, ma anche i mille volti dei ragazzi che partecipano. L'anno dopo, il materiale viene montato da un giovanissimo Martin Scorsese, che muove i suoi primi passi nel mondo del cinema. Il docufilm riesce a raccontare compiutamente non solo il concerto, ma anche un modo di essere che è tipico di quella generazione, e l'anno successivo vince un Oscar come miglior documentario. Straordinario l'uso dello split screen, cioè dello schermo diviso in due o più parti quasi a voler dare conto della complessità dell'evento e dei diversi modi possibili per raccontarlo: fino a quel momento era un metodo usato solo nel cinema sperimentale, da allora diventerà di uso comune. Jack Nicholson in una scena di 'Cinque pezzi facili' · Cinque pezzi facili (1970)
Jack Nicholson, per la prima volta attore principale, interpreta un giovane rampollo di una famiglia di famosi musicisti, e musicista a sua volta, che si ribella al destino che gli è stato cucito addosso dalla sua famiglia. Per sottrarsi non esita a rinunciare a una vita agiata adattandosi a tutti i lavori, compreso quello di operaio: ed è una delle poche occasioni in cui il cinema americano di quegli anni racconta una storia nella quale è ben visibile la vita quotidiana della working class. La fotografia è affidata a Lazlo Kowacz, lo stesso di Easy Rider, che conferisce al film un'immagine decisamente figlia del suo tempo; e caratteristica di quegli anni è anche la bellezza asimmetrica di Karen Black, che diventerà un'attrice culto del periodo. I cinque pezzi facili del titolo sono contenuti in un manuale per musicisti alle prime armi, la musica è molto presente nel film e costituisce l'odio-amore di un protagonista che vuole in tutti i modi ribellarsi al destino pensato per lui dalla sua famiglia. La presenza musicale avrebbe potuto essere ancora più significativa se il regista Bob Rafelson fosse riuscito a convincere Janis Joplin a interpretare il ruolo dell'autostoppista militante ecologica: la cantante all'ultimo si tirò indietro. Il film ebbe quattro nominations all'Oscar e contribuì in modo decisivo al successo di Jack Nicholson, il primo divo di quella che sarà chiamata "la nuova Hollywood".
· La classe operaia va in paradiso (1971)
Dopo l'autunno caldo del 1969 e l'insubordinazione operaia che toccò tutte le grandi fabbriche d'Italia, Elio Petri decise di proporre un film che raccontasse l'alienazione da catena di montaggio. Il lavoro segmentato, parcellizzato e ripetitivo era infatti uno degli aspetti contro i quali maggiormente si era battuta la contestazione operaia: quel modo di lavorare opprimente e spersonalizzato, infatti, era visto come un'umiliazione nei confronti dell'operaio. Petri racconta la storia a modo suo: utilizza Gian Maria Volontè disegnando per lui un personaggio sopra le righe, eccessivo, con molte situazioni surreali e monologhi memorabili. Il film vince la Palma d'oro al festival di Cannes e suscita molto dibattito. Paradossalmente viene criticato soprattutto dai giornali dell'estrema sinistra, che non colgono gli aspetti surreali della storia accusando il film di essere poco realista. La classe operaia va in paradiso è stato quasi interamente realizzato a Novara, utilizzando alcuni stabilimenti della zona (uno dei quali era occupato dagli operai), mentre le comparse del film sono in gran parte esponenti del movimento studentesco della città piemontese (tra essi è riconoscibile Cesare Correnti, che diventerà poi sindaco di Novara). Accanto a Volontè Mariangela Melato, che aveva già interpretato alcuni film ma che con il Nastro d'Argento ottenuto grazie a Elio Petri inizia una carriera davvero straordinaria. 'Il fascino discreto della borghesia' · Il fascino discreto della borghesia (1972)
Il film vale a Luis Bunuel un Oscar come miglior film straniero ed è forse il suo film più famoso. Da tempo il regista spagnolo era sottoposto a grandi attenzioni da parte della critica internazionale: aveva iniziato la sua carriera con film esplicitamente ispirati ai contenuti dell'avanguardia surrealista, era poi stato costretto a un lungo esilio dalla vittoria del dittatore Francisco Franco nella guerra civile spagnola, aveva conquistato il favore del pubblico con alcuni film raffinati come Bella di giorno e La via lattea. Ma è chiaro che Il fascino discreto della borghesia lo consacra definitivamente presso il grande pubblico. Si tratta di una storia ferocemente ma soprattutto ironicamente antiborghese: la classe dominante, infatti, viene descritta come un insieme di personaggi fuori dal tempo, ormai decisamente improduttivi e approfittatori, incapaci persino di gestire se stessi, come dimostra l'impossibilità di concretizzare la cena. Il film ebbe un grandissimo successo di pubblico e diede il via ad un'ampia saggistica su Bunuel che fu una delle caratteristiche editoriali di quegli anni. Il regista aveva preso una posizione di evidente simpatia nei confronti della contestazione del '68, pur non partecipando direttamente alle manifestazioni. Un fotogramma del suo film ispirò uno dei più famosi manifesti del movimento studentesco in Italia: i volti degli attori in marcia erano sostituiti da quelli dei ministri del governo in carica.
· Fragole e sangue (1970)
Nel romanzo The Strawberry Statement, dal quale è tratto il film di Stuart Hagman, il preside del college dice che per lei le richieste degli studenti in sciopero sono come fragole. Ma per gli studenti americani del periodo le fragole hanno lo stesso colore del sangue che molti di loro sono obbligati a versare il Vietnam, per una guerra a loro completamente estranea. Ecco spiegato il titolo di un film che fu progettato in fretta dalla Metro Goldwyn Mayer, una major di Hollywood che aveva capito l'importanza di proporre prodotti a basso costo che però raccontassero il mondo dei giovani, le inquietudini e la contestazione portata avanti da una generazione di americani e duramente repressa dal potere costituito. L'anno precedente, infatti, la Columbia (altra major) aveva colto un successo completamente inaspettato grazie a Easy Rider, e questo suscitò l'interesse dell'industria cinematografica: proprio grazie a queste aperture si formò una generazione di registi (Spielberg, Lucas, Coppola, Scorsese, De Palma) che saranno poi i protagonisti della cosiddetta New Hollywood. Anche in Fragole e sangue la musica rock del periodo ha una suo ruolo importante: le canzoni di Jony Mitchel e di Crosby, Stills, Nash & Young infatti furono raccolte in un disco di grande successo. La scena in cui i manifestanti cantano Give peace a chance di John Lennon è considerata tra le più emblematiche del periodo. Il film vinse il Premio della Giuria al festival di Cannes.