Economia

La forbice Usa-Ue si allarga, dollaro re dei mercati

Il biglietto verde tratta ai massimi dall'estate 2012 sull'euro, addirittura da sette anni sullo yen: troppo divario tra la ripresa negli States e la stagnazione europea e giapponese. Recupera il Pmi manifatturiero dell'Eurozona, ma stona l'Italia. Milano perde il 2%. Wall Street debole dopo i nuovi record storici

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MILANO - Il dollaro è sempre re indiscusso dei mercati nell'ottava che segue la decisione della Fed di porre fine agli acquisti straordinari sui mercati e quella della Bank of Japan di estendere invece il programma di stimolo all'economia. La forza del biglietto verde, misurata attraverso il Bloomberg Dollar Spot Index (che raffronta la divisa Usa a un paniere di monete alternative principali), ha raggiunto i massimi dal giugno del 2010. Proprio contro lo yen sono arrivati i picchi di robustezza dalla fine del 2007: ormai con un dollaro si comprano 113 monete nipponiche.

"La forza del dollaro continuerà a persistere dato l'ampliarsi della forbice delle prospettive sui tassi di interesse tra gli Stati Uniti, il Giappone e la zona Euro", dice Audrey Goh, strategist di Standard Cartered a Singapore, a colloquio con Bloomberg. "La crescita economica Usa ha mostrato di essere in un buon momento. L'Europa, di contro, continua a vedere dati macro in indebolimento. E' un elemento di pressione sulla Bce, che potrebbe allentare ancora la sua politica, come fatto settimana scorsa dalla BoJ". L'euro oscilla intanto a quota 1,25 dollari, dopo un minimo dall'agosto 2012 di 1,2440. Il cambio tra euro e yen è in area 140, quello tra il biglietto verde e la divisa del Sol levante sfonda quota 113 dollari e si porta al top da sette anni.

Milano peggiora con l'avanzare delle contrattazioni, fino a chiudere in calo del 2,1% che vale la maglia nera in Europa. Deboli, ma con perdite più contenute, le altre Ue: Londra chiude in negativo dello 0,89%, in linea con Parigi (-0,92%) e Francoforte (-0,81%). Anche a Wall Street pare sfumato l'effetto euforico per l'annuncio di nuovi stimoli della BoJ. Alla chiusura dei mercati europei i listini sono poco mossi, con l'indice Dow Jones che scende dello 0,2%, lo S&P500 che avanza dello 0,05% sopra 2mila punti e il Nasdaq che sale dello 0,4%. Il recente ritorno degli acquisti aveva portato il Dow Jones e l'S&P 500 su nuovi massimi storici, mentre il Nasdaq ha toccato livelli che non si vedevano dal marzo del 2000.

Tra i singoli titoli di Piazza Affari pesa il comparto delle reti: crolla Snam (-11%), penalizzata per gli analisti dai nuovi criteri di remunerazione dello stoccaggio del gas insieme a Terna (-6,6%). Tra i titoli monitorati anche Eni, sul quale gli analisti di Jefferies hanno alzato il rating da "underperform" a "hold". Netta sforbiciata al target price di Saipem, invece, da parte di Hsbc: il prezzo obiettivo scende da 20 a 14 euro. Il titolo, però, sale sospinto dal possibile interesse di gruppi russi e cinesi. Sulle montagne russe, con chiusura positiva, il Monte dei Paschi: la banca con un ammanco di capitale da 2,11 miliardi, secondo gli stress test della Bce, ha scelto di procedere con un aumento e non con aggregazioni o interventi di soggetti terzi. Pesante anche Moncler (-4,88%) dopo il servizio che Report ha dedicato alla produzione dei piumini. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi sale leggermente e poi si stabilizza in area 155 punti, contro i 150 della chiusura di venerdì, per un rendimento espresso pari al 2,4%.

Gli investitori guardano in questi giorni all'avvio ufficiale dei lavori della Commissione Ue guidata dal belga Jean-Claude Juncker, che ha come difficile obiettivo quello di stimolare la ripresa europea: gli ultimi dati macroeconomici hanno confermato l'affanno del Vecchio continente nei confronti degli Stati Uniti, il cui recupero economico è stato pienamente supportato dalla Banca centrale di Washington. A Francoforte, giovedì si riunirà invece il board della Bce, che è pronto a far partire ufficialmente il piano d'acquisto di Abs (prestiti cartolarizzati delle imprese) dopo aver lanciato quello delle obbligazioni garantite (l'agenda). Da seguire poi la riunione dell'Ecofin, che vedrà continuare la discussione sui budget nazionali nonchè sulla pubblicazione delle stime d'autunno della Commissione su crescita e saldi strutturali.

In attesa degli sviluppi europei, il termometro della ripresa Ue misura oggi lo stato di salute del settore manifatturiero. Gli indici Pmi, tracciati da Markit, registrano un recupero a livello di Eurozona. Le interviste ai direttori degli acquisti portano l'indicatore a 50,6 punti, sopra la soglia (50 punti) che separa espansione e contrazione economica. Bene la Germania, male invece l'Italia: si ferma a 49 punti, in netto calo dai 50,7 di settembre. Per il Belpaese si registra anche la pubblicazione dell'Istat sulle prospettive dell'economia italiana da qui al 2016: si conferma la graduale ripresa, ma per la manovra economica si prevede un effetto nullo nel prossimo biennio. Negli Stati Uniti le spese per le costruzioni deludono le attese e scendono dello 0,4% a settembre. Il Pmi misurato da Markit scende: la rilevazione sul manifatturiero è scesa in ottobre a 55,9 punti da 57,5 in settembre. Si tratta dei minimi da nove mesi, anche se ben sopra i 50 punti. Diversa la rilevazione Ism, sempre sul manifatturiero, il cui indice sale a 59 punti e supera le attese per una lieve flessione a 56.

In Cina, intanto, il Pmi sul comparto manifatturiero si è portato al massimo da tre mesi. A ottobre l'indice calcolato da Hsbc/Markit è avanzato a 50,4 punti dai 50,2 punti di settembre, sopra la soglia dei 50 punti che separa le fasi di espansione da quelle di contrazione dell'economia. Il dato contrasta con l'indice Pmi manifatturiero ufficiale, calcolato dall'Ufficio nazionale di statistica, che sabato scorso aveva registrato un calo a ottobre a 50,8 punti, il minimo da 5 mesi, dai 51,1 punti di settembre e sotto le attese degli analisti.

Proprio quest'ultimo dato ha riportato qualche timore sull'espansione di Pechino, con i mercati asiatici che hanno trattato contrastati. Indenne Tokyo: oggi è rimasta chiusa per la festività del Culture Day, domani torna la normale attività. Ne ha fatto però le spese il petrolio, le cui quotazioni sono depresse dall'andamento dell'economia cinese. Il prezzo si presenta al ribasso sui circuiti di New York sulla scia del rafforzamento del dollaro. Il light crude Wti cede 79 cent a 789,75 dollari al barile. Il Brent di Londra perde 85 cent a 85,01 dollari al barile. Anche l'oro è in ritirata, con il valore sceso oggi a 1.161 dollari l'oncia, non lontano dai 1.160,5 dollari toccati venerdì scorso (le quotazioni delle materie prime).