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Borse deboli con il crollo del petrolio. Spread ai minimi dal 2011

Vola Tokyo che tocca i massimi da sette anni, l'Europa fiacca con l'indice Pmi manifatturiero rivisto in calo. Milano peggiore a -1,6%. L'appuntamento più importante della settimana è per giovedì con la riunione della Bce. In calo anche Wall Street. Il Wti scende sotto quota 64 dollari, in calo anche l'oro
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MILANO - Le Borse europee salutano l'arrivo di dicembre preparando il rally di fine anno con sentimenti contrastanti, mentre l'aspettativa per un intervento della Bce comprime il differenziale di rendimento tra Italia e Germania a livelli che non si vedevano dal 2011.

Sul fronte azionario, da un lato i titoli petroliferi, che dopo la decisione dell'Opec di non tagliare la produzione di greggio hanno bruciato in una sola seduta 100 miliardi di dollari, dall'altro le società di servizi - a cominciare dalle compagnie aeree - che con il crollo dell'oro nero si preparano a incassare nuovi, insperati utili. Crollano i mercati del Golfo, ma nel complesso i listini globali hanno salutato con soddisfazione la scelta dei paesi produttori di non tagliare l'offerta.

D'altra parte la decisione è in gran parte legata alla debolezza della domanda. La speranza è che materie prime a basso costo - in qualche modo - aiutino la ripresa globale. Il prezzo del petrolio, dunque, vede i m…
MILANO - Le Borse europee salutano l'arrivo di dicembre preparando il rally di fine anno con sentimenti contrastanti, mentre l'aspettativa per un intervento della Bce comprime il differenziale di rendimento tra Italia e Germania a livelli che non si vedevano dal 2011.

Sul fronte azionario, da un lato i titoli petroliferi, che dopo la decisione dell'Opec di non tagliare la produzione di greggio hanno bruciato in una sola seduta 100 miliardi di dollari, dall'altro le società di servizi - a cominciare dalle compagnie aeree - che con il crollo dell'oro nero si preparano a incassare nuovi, insperati utili. Crollano i mercati del Golfo, ma nel complesso i listini globali hanno salutato con soddisfazione la scelta dei paesi produttori di non tagliare l'offerta.

D'altra parte la decisione è in gran parte legata alla debolezza della domanda. La speranza è che materie prime a basso costo - in qualche modo - aiutino la ripresa globale. Il prezzo del petrolio, dunque, vede i minimi da 5 anni: calano il Brent, sceso fino a 67 dollari al barile, e il Wti, arrivato a 63,72 dollari, un livello mai toccato dal luglio 2009. Le quotazioni sono poi risalite e mentre in Europa chiude la giornata di scambi, i due contratti viaggiano in area 71 e 67,6. Per il momento, però, il prezzo delle benzina è molto lontano dai livelli del 2009, quando in Italia la verde costava 1,2 euro al litro. "E' chiaro che sia in atto una guerra sulla produzione del greggio che solo i più forti sopravviveranno" dice Phil Flynn, analista di Price Futures Group secondo cui il Wti "scenderà presto a quota 60 dollari". 

A dimostrazione della debolezza della ripresa economica arrivano anche i dati sull'attività manifatturiera della Cina, che a novembre rallenta registrando la prima flessione della produzione da maggio. L'indice Hsbc Pmi è sceso, infatti a 50 punti a novembre, invariato dalla stima flash, rispetto ai 50,4 punti di ottobre. In Italia, l'indice resta a 49 punti a novembre come nel mese precedente, mantenendosi sotto il limite di 50 che separa la contrazione dall'espansione e risultando inferiore al 49,5 previsto dagli economisti. A livello di Eurozona, emerge una stagnazione del manifatturiero a causa della contrazione delle tre grandi economie: il valore finale dell'indice Pmi di novembre si attesta a 50,1 punti, rivisto dalla stima preliminare di 50,4, in calo dai 50,6 di ottobre. La crescita in Spagna, Irlanda e Paesi Bassi non basta per tappare la falla di Italia, Francia e Germania (leggi l'agenda dei mercati). Per il Belpaese, d'altra parte, ancora l'Istat conferma la fase negativa con il Pil del terzo trimestre in ribasso dello 0,1%.

L'euro chiude in lieve rialzo a 1,2475 dollari dopo aver toccato un massimo di seduta sopra quota 1,25. Il recupero del biglietto verde nelle ultime fasi di seduta è legato alla flessione inferiore al previsto dell'indice Ism manifatturiero. Il rublo tocca il nuovo minimo stotico, accentuando la caduta al -8% rispetto a venerdì: un euro arriva a valere 66,5 rubli. Nel giro di un solo mese, la divisa russa ha perso il 26% rispetto all'euro e il 27% rispetto al dollaro.

In questo contesto le Borse peggiorano dopo i dati sul manifatturiero. A Milano, Piazza Affari segna la peggior performance del Vecchio continente e chiude in calo dell'1,64%, trascinata al ribasso da petroliferi e banche. Spicca in negativo la performance di Azimut, che paga un accordo col Fisco da 117,8 milioni di euro. Lo spread si contrae sotto 130 punti base e tocca così i minimi dal 2011, prima che la famosa lettera Bce arrivasse in Italia accelerando la fine del governo Berlusconi. I Btp rendono sul mercato secondario il 2%: gli addetti ai lavori scommettono sull'imminente annuncio del quantitative easing da parte della Bce, mentre l'Italia prosegue sul cammino delle riforme. In settimana sono attesi il via libera definitivo al Jobs Act e l'approvazione della legge di Stabilità. Nel resto del Vecchio continente, Londra cede lo 0,99% finale, Parigi lima lo 0,29% e Francoforte arretra dello 0,17%. Wall Street si conferma debole e chiude in territorio negativo: il Dow Jones perde lo 0,27%, il Nasdaq cede l'1,34% mentre lo S&P 500 lascia sul terreno lo 0,7%. Negli Usa, l'indice Ism manifatturiero a novembre è calato a 58,7 punti dai 59 punti di ottobre. Il dato tuttavia è superiore alle attese degli esperti, che arrivavano a 58 punti.

In mattinata la Borsa di Tokyo ha chiuso le contrattazioni ai massimi da sette anni, spinta dalle previsioni di conti positivi per le compagnie aeree, grazie al calo del prezzo del petrolio, e dal clima favorevole per le esportazioni, aiutate dalla debolezza dello yen sul dollaro. Il Nikkei ha guadagnato lo 0,80% e chiuso a quota 17.590,10, il livello più alto dal luglio 2007. A mercati chiusi, poi, Moody's ha tagliato il rating del Giappone di un gradino ad 'A1' da Aa3 con prospettive stabili: secondo l'agenzia pesano l'incertezza sull'efficacia delle misure pro-crescita del governo Abe e i rischi per la sostenibilità del debito nel medio termine.

Tra le materie prime si puntano i fari sull'oro, dopo il no referendario della Svizzera all'ipotesi di aumentare le riserve auree della Banca centrale elvetica. Il metallo spot - dopo i cali registrati sui mercati asiatici - quota in area 1.200 dollari l'oncia, con un recupero del 2,7% circa alla chiusura dei mercati Ue. "La Confederazione non si è complica la vita da sola, evitando vincoli alle mosse della Banca centrale", commenta sul punto Carlo Alberto De Casa di ActivTrades. Il rialzo odierno è "un chiaro segnale che lo spazio per ulteriori discese non è paragonabile a quello del 2013, quando l'oro perse il 28% del suo valore nell'arco di 12 mesi".