Il pm dei rider Storari boccia il decreto Primo maggio: “Non definisce la retribuzione sufficiente”
di Valentina ConteROMA – Il salario giusto, secondo Costituzione? Sarà sempre il giudice a stabilirlo. Dopo la prima giornata di audizioni sul decreto Primo maggio, in commissione Lavoro alla Camera, il nodo si rafforza. Lo fa intuire Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, il pm delle inchieste sui rider e sul caporalato nella logistica: «Non serve l’articolo 7 per dare attuazione all’articolo 36 della Costituzione». L’articolo 7 del decreto indica i contratti “giusti”, firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Ma, spiega Storari, «si limita a fotografare la giurisprudenza attuale». I giudici già usano quei contratti come parametro contro il dumping. Ignorata l’altra metà dell’articolo 36: la retribuzione «sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa».
Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e Confcommercio riconoscono il passo avanti verso la “buona contrattazione”. Ma a tutti, chi più chi meno, sono chiare tre cose: il decreto non cancella i contratti pirata …
ROMA – Il salario giusto, secondo Costituzione? Sarà sempre il giudice a stabilirlo. Dopo la prima giornata di audizioni sul decreto Primo maggio, in commissione Lavoro alla Camera, il nodo si rafforza. Lo fa intuire Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, il pm delle inchieste sui rider e sul caporalato nella logistica: «Non serve l’articolo 7 per dare attuazione all’articolo 36 della Costituzione». L’articolo 7 del decreto indica i contratti “giusti”, firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Ma, spiega Storari, «si limita a fotografare la giurisprudenza attuale». I giudici già usano quei contratti come parametro contro il dumping. Ignorata l’altra metà dell’articolo 36: la retribuzione «sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa».
Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e Confcommercio riconoscono il passo avanti verso la “buona contrattazione”. Ma a tutti, chi più chi meno, sono chiare tre cose: il decreto non cancella i contratti pirata né il lavoro povero, non scoraggia davvero il dumping, non spiazza il caporalato dei rider. E non definisce bene il salario “giusto”, cioè il Tec, trattamento economico complessivo: solo retribuzione o anche parte normativa, con le tutele? Qualcuno solleva lo spauracchio dei contenziosi.
Non a caso Pierangelo Albini, direttore Lavoro di Confindustria, chiede una «maggiore tutela davanti al giudice per il contratto vigente». Una sorta di “scudo legale”. Non può accadere, ragiona, che un’azienda scelga un contratto firmato da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, definito giusto per legge, e poi si senta dire in tribunale che quel salario non basta. Come per la vigilanza privata: contratto leader bocciato dai giudici e poi in Cassazione per le paghe da fame. «Se non si differenziano le posizioni di chi applica il contratto giusto e di chi uno ingiusto, non ci sarà nessun incentivo a scegliere quello giusto», avverte Albini. E poi, se anche un contratto leader non supera il test dell’articolo 36, gli effetti valgano per il futuro: «Niente retroattività». Infine l’annuncio di Confindustria: l’accordo sulla rappresentanza con Cgil, Cisl e Uil arriverà «prima della conversione in legge del decreto». Entro il 30 giugno.
Ecco la sintesi delle audizioni di oggi in commissione Lavoro della Camera al decreto Primo maggio.
Il pm dei rider: «L’articolo 7 fotografa la giurisprudenza»
Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, il pm delle inchieste sui rider e sul caporalato nella logistica, va dritto al punto: «Non serve l’articolo 7 per dare attuazione all’articolo 36 della Costituzione». La norma, dice, «si limita a fotografare la giurisprudenza attuale»: i tribunali già oggi usano i contratti più rappresentativi come parametro contro il dumping. Ma resta fuori l’altra metà dell’articolo 36, la retribuzione «sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa». Nel testo, osserva, questo pezzo manca. E «un’aggiunta in questo senso non mi sembra peregrina».
Falle su salario giusto e diritti dei rider. Dubbi dei tecnici della Camera sul decreto Primo maggio
Cgil: «Quasi un miliardo alle imprese, zero ai lavoratori»
Maria Grazia Gabrielli, segretaria confederale Cgil, boccia metodo e merito. È il quarto decreto Primo maggio «in assenza di qualsiasi confronto formale e strutturato con le parti sociali». Il governo, dice, usa mediaticamente la festa dei lavoratori ma destina «solo alle imprese sotto forma di incentivi quasi un miliardo di euro», mentre «non un euro arriva alle lavoratrici e ai lavoratori». Sul salario giusto, il riferimento al Tec non basta: servono salario minimo orario, misurazione della rappresentanza e diritto dei lavoratori a votare le intese.
Cisl: sì al decreto, ma il Tec includa anche le tutele
La Cisl, conMattia Pirulli, dà un giudizio «positivo» sull’impianto. Il decreto riconosce la contrattazione collettiva come strumento costituzionale per definire il salario giusto. Ma il Tec non può essere solo economico: deve comprendere anche la parte normativa, perché il dumping passa spesso dal sottoinquadramento e dalla perdita di tutele. Critico anche il giudizio sull’articolo 10: l’automatismo del 30% dell’Ipca in caso di ritardo nei rinnovi (la vacanza contrattuale prevista dal decreto) rischia di interferire con l’autonomia contrattuale.
Uil: bene i contratti più rappresentativi, ma via il comma 5
Per Vera Buonomo, segretaria confederale Uil, il decreto segna «un primo passo nella giusta direzione» perché riconosce i contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Ma il comma 5 dell’articolo 7, così formulato, rischia di svuotare la norma: consente l’accesso agli incentivi anche a chi applica contratti non rappresentativi, se al singolo lavoratore incentivato viene garantito un trattamento individuale non inferiore al Tec. Così, avverte la Uil, si passa dalla tutela collettiva alla dimensione individuale. Uil favorevole alla retroattività degli aumenti contrattuali dalla scadenza del contratto.
Ugl: no al salario minimo, sì alla contrattazione
L’Ugl giudica il decreto «nel complesso condivisibile». Per Luigi Ulgiati il salario minimo legale «non risolve il problema» e rischia di alimentare la povertà, mentre il decreto va nella direzione del salario giusto tramite contrattazione. Ma anche l’Ugl segnala criticità: il lavoro povero non nasce solo dai contratti pirata, ma anche da sottoinquadramento, poche ore lavorate e bassi salari mediani. Sul caporalato digitale, lo Spid per accedere alle piattaforme è un passo avanti, ma potrebbe non bastare. Meglio anche il riconoscimento facciale. Anche l’Ugl favorevole alla retroattività degli aumenti legati al rinnovo del contratto.
Confindustria: serve uno “scudo” per chi applica il contratto giusto
Pierangelo Albini, direttore dell’area Lavoro di Confindustria, dà un giudizio positivo ma chiede «maggiore tutela davanti al giudice per il contratto vigente»: quasi uno “scudo legale” per l’impresa che applica il contratto giusto. Il punto è il caso vigilanza privata: anche un contratto leader, firmato da sindacati e associazioni datoriali rappresentative, è stato bocciato dai giudici e poi in Cassazione per le paghe da fame. Per Albini, se il giudice ritiene insufficiente anche un contratto leader, gli effetti dovrebbero valere per il futuro, non per il passato. No a qualunque retroattività, anche quella legati ai rinnovi contrattuali. Confindustria annuncia un accordo con Cgil, Cisl e Uil sul Tec prima della conversione del decreto, cioè entro il 30 giugno.
Confcommercio: «Un chiodo preciso» contro l’equivalenza vaga Mauro Lusetti, vicepresidente
Confcommercio, promuove il decreto perché evita di entrare «a gamba tesa» nel confronto tra parti sociali. Il valore è soprattutto politico: per la prima volta si afferma la validità dei contratti maggiormente rappresentativi e non dei contratti solo “equivalenti”. L’equivalenza, dice, è «un concetto di una vaghezza estrema», dentro cui «ciò che vorremmo che uscisse dalla porta entra dalla finestra». Ma ammette che gli incentivi non bastano a colmare il divario dei contratti “pirata”, che valgono per il lavoratore tra 8 e 12 mila euro in meno.
Anpit: rischio sanatoria per contratti già bocciati
Federico Iadicicco, presidente Anpit (Associazione nazionale per l’industria e il terziario), è il più critico. Il decreto, dice, rischia di sanare contratti firmati da organizzazioni rappresentative ma già giudicati insufficienti rispetto all’articolo 36. Il problema è doppio: non esiste una legge che certifichi chi è davvero rappresentativo e non esiste una definizione legale del Tec. Per Anpit le strade sono due: o salario minimo legale sganciato dalla contrattazione, oppure piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con registrazione delle organizzazioni e misurazione della rappresentanza. Il resto, dice, sono «alchimie» che producono incertezza.
Inps: platea più stretta e apprendistato escluso
L’Inps, con Gianfranco Santoro e Antonio Pone, inquadra il decreto nel mercato del lavoro: occupazione al massimo storico, ma divari ancora forti. Gli incentivi mirati a giovani e donne possono avere effetti occupazionali, mentre gli effetti sui salari sono «nulli o comunque contenuti». Sul piano tecnico, l’Istituto chiarisce che gli incentivi non si applicano all’apprendistato, nonostante un possibile dubbio nel testo. E conferma che il decreto ridisegna la platea dei beneficiari, probabilmente restringendola. Anche per Inps il Tec va definito bene, perché la retribuzione previdenziale, fiscale e contrattuale non coincidono.