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I turisti tra le macerie nei suk di Marrakech: “Non si può chiudere”

Turisti tra le macerie a Marrakech

 

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Gli aiuti arrivano a fatica, ma il Re li ha accettati solo da quattro Paesi
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MARRAKECH — A mezzogiorno, sotto il sole cocente, Ibrahim scava un piccolo corridoio nel mucchio di macerie davanti alla sua bottega di tessuti. «Venite, di qua, è sicuro anche per i turisti!», si sbraccia nella tunica verde mentre un gruppetto di due inglesi e uno spagnolo si fa strada tra i calcinacci. «Mantengo la famiglia con il negozio, non posso permettermi di stare chiuso», taglia corto.

Un turista tra le macerie a Marrakech

 (afp)

“Marrakech is open for business”, sono soliti dire i turisti americani da queste parti, ed è vero anche in questa domenica di lutto e dolore per il Marocco che piange più di duemila vittime nel terremoto che venerdì ha squassato un’area di oltre 100 km nel Sud Ovest del Paese, un bilancio purtroppo ancora provvisorio.

MARRAKECH — A mezzogiorno, sotto il sole cocente, Ibrahim scava un piccolo corridoio nel mucchio di macerie davanti alla sua bottega di tessuti. «Venite, di qua, è sicuro anche per i turisti!», si sbraccia nella tunica verde mentre un gruppetto di due inglesi e uno spagnolo si fa strada tra i calcinacci. «Mantengo la famiglia con il negozio, non posso permettermi di stare chiuso», taglia corto.

Un turista tra le macerie a Marrakech

 (afp)

“Marrakech is open for business”, sono soliti dire i turisti americani da queste parti, ed è vero anche in questa domenica di lutto e dolore per il Marocco che piange più di duemila vittime nel terremoto che venerdì ha squassato un’area di oltre 100 km nel Sud Ovest del Paese, un bilancio purtroppo ancora provvisorio.

La grande città imperiale che domina sui deserti del Sud si è svegliata divisa in due tra la disperazione e la voglia di ricominciare. In gioco c’è una fetta importante dell’economia nazionale: Marrakech aveva appena strappato ad Agadir il primato di principale scalo turistico del Paese, dopo una corsa durata sei anni e il buco nero del Covid. Non vuole tornare indietro.

Nei vicoli della medina, le case sventrate dalle scosse si alternano ai negozi riaperti anche con crepe alle pareti. Mohammad si è procurato asino e carriola per ripulire il suo riad. «Non possiamo aspettare il governo o la polizia», rivendica orgoglioso. Nella grande piazza Jemaa el Fna sono tornate le carrozze per i turisti, i venditori di henné e gli incantatori di serpenti, gli scooter schizzano incuranti dei blocchi di polizia, ma a poche centinaia di metri la distruzione si fa evidente. A Mellah, l’antico quartiere ebraico, decine di case di pietra sono ridotte a nulla. Negli ultimi anni molti siti storici erano stati restaurati con il tadelakt, una tecnica antica tipica di Marrakech per applicare l’intonaco di calce, ma non qui.

La polizia ha sbarrato alcuni accessi, con scarsa efficacia: nel labirinto di viuzze ora pericolose continuano a girare decine di persone. «It’s safe», è sicuro, insiste Said per farci entrare a vedere il tetto crollato di casa sua, come una testimonianza diretta da ricambiare con qualche dihram. Nella vicina piazza Ferblantiers i portici sono diventati un rifugio per gli sfollati. Amira, 54 anni, ci dorme da due notti con le due figlie e il nipotino di 24 mesi. «La nostra casa si è accartocciata, ora vogliono portarci nelle tende ma noi da qui non ce ne andiamo, vogliamo una casa vera», dice seduta su una delle coperte di lana distribuite dai volontari insieme a scorte di pane e acqua.

La macchina degli aiuti è governata dall’esercito e dalla gendarmerie ma non riesce a tappare tutte le falle. I villaggi dell’Atlante, epicentro del sisma, sono zone d’alta montagna spesso con solo una via d’accesso, molte ora bloccate dalle macerie, è difficile per i soccorritori raggiungerle. Ma c’è chi contesta anche al re Mohammed VI di non aver dato subito il via libera a tutti gli aiuti internazionali offerti, dagli Stati Uniti, alla Francia alla Turchia. Per ora si contano con certezza quattro Paesi autorizzati a mandare squadre di soccorso - la Spagna, il Regno Unito, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar.
 

Marrakech è l’hub medico centrale per tutti i feriti, molti gravi, che arrivano da Sud: l’ospedale è sovraccarico. Jamila ha gli occhi perduti. Suo figlio, sei anni, è morto sotto le macerie di Ijiokak. «Venerdì sera dormivamo quando è caduto tutto. Abbiamo scavato con le mani, siamo riusciti a tirarlo fuori, è rimasto vivo per tutta la notte. Se fossero arrivati prima forse l’avrebbero salvato». Zeinab, 47 anni, è dello stesso villaggio, ma non riesce a raccontarla la sua storia. Per lei parla Hussein, il nipote: «Zia ha perso la figlia, mia cugina, aveva 22 anni e avrebbe partorito tra 20 giorni. È sotto choc». I medici e gli operatori sanitari lavorano senza sosta per dare sollievo a questo popolo sofferente. Al centro di raccolta del sangue i volontari faticano a gestire il flusso ininterrotto di donatori: decine di persone in fila, molte di più di quante ne possa contenere. Marrakech, forte e solidale, prova a resistere.

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