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Le ferite di Marrakech: dalle mura ai minareti un patrimonio artistico in pezzi

La moschea di Tinmel, ai piedi della catena montuosa, è stata gravemente danneggiata dal sisma

La moschea di Tinmel, ai piedi della catena montuosa, è stata gravemente danneggiata dal sisma

 (reuters)
L’Unesco invia una squadra di tecnici mentre cresce il numero dei morti: sono più di 2.800
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MARRAKECH — Marrakech ferita a morte apre le braccia ai disperati, ai sopravvissuti che a decine arrivano dai villaggi del Sud Ovest, gli sfollati senza più una casa, i feriti, i bambini rimasti orfani in questa catastrofe che conta già oltre 2.800 vittime e 2.500 feriti.

Ma poi ci sarà da curare anche le cose, l’inestimabile patrimonio architettonico e artistico che ha fatto della “città rossa” la principale meta turistica del Paese. Non ci sono ancora stime ufficiali sull’entità dei danni ai siti storici e ai monumenti, adesso è il tempo dei soccorsi. Ma le agenzie internazionali cominciano a fare la conta.

L’Unesco ha inviato un primo team per effettuare una valutazione, il vertice annuale dell’agenzia che è in corso in questi giorni a Riad si è aperto non messaggi di solidarietà e impegni per la ricostruzione in Marocco.

«Avremo bisogno dell’aiuto di tutti», sospira l’architetto Karim El Achak mentre costeggiamo le mura del XII secolo fatte erigere dalla dinastia degli Almoravidi a protezione dell’antica medina di Marrakech, patrimonio dell’Unesco dal 2009. Le scosse hanno aperto crepe in diversi punti, anche intorno a Bab Agnaou, una delle principali porte di accesso alla città e danneggiato hammam, riad, madrase. Venerdì notte, il minareto della Koutoubia, la più importate moschea di Marrakech, ha tremato e si è temuto il peggio. All’interno ci sono diverse torri e volte, con una rampa da cui un tempo si saliva con il mulo per chiamare la preghiera. «Può darsi ci siano stati crolli interni tra la torre centrale e la rampa per questo abbiamo visto la polvere venerdì notte, sembrava che il minareto fumasse», racconta El Achak. «Ma nonostante un sisma di magnitudo 7, Koutoubia è ancora in piedi e da qui dobbiamo ripartire, dall’antica tradizione marocchina nell’arte delle costruzioni».

La gendarmerie intanto ha sbarrato gli ingressi e transennato l’altro minareto che si affacciava su piazza Jemaa el Fna, quello della moschea Kharbouch, di fronte al Café de France, venuto giù in pochi secondi nella notte della catastrofe. Qualche centinaio di metri più avanti, nella Kasbah che costeggia il palazzo reale, sul muro crepato di uno storico hammam campeggia il nido di una cicogna. Gli abitanti della zona si sono dati da fare con i vigili per montare velocemente una impalcatura e sistemarlo, ma la buona volontà non basterà nei vicoli piegati del Mellah, l’ex quartiere ebraico, dove decine di case tradizionali, simbolo dell’architettura storica della città, sono cadute.

Ma il terremoto non ha danneggiato solo il patrimonio di Marrakech, è una intera civiltà rurale, fatta di condivisione e comunità, che rischia di scomparire. «I villaggi dell’Atlante, nell’epicentro del sisma, sono parte del nostro tesoro culturale e architettonico», spiega El Achak. Qui li chiamano i douar, piccoli centri urbani costruiti in pietra e terra, con le case una adiacente all’altra e le grandi corti usate come saloni a cielo aperto dove mangiare insieme, ospitare viaggiatori, condividere. Un mondo a cui la moschea Tinmel, 100 km a Sud di Marrakech, faceva da porta di accesso spirituale, luogo simbolo della storia del Marocco: da lì partivano le campagne militari almohadi contro la dinastia Almoravide. Il terremoto l’ha buttata giù. La sua distruzione, ha detto Eric Falt, responsabile dell’Unesco per il Maghreb, «è una perdita inestimabile per il patrimonio nazionale del Marocco». Secondo una fonte del Ministero della Cultura marocchino il governo «ha deciso di restaurarla e stabilirà un budget per farlo».

Nel frattempo, dalle macerie emergono nuove ferite. Anche lo Ksar di Ait Ben Haddou, patrimonio Unesco, ha subito danni. È una città fortificata sull’antica via carovaniera tra il Sahara e Marrakech, ci hanno girato anche alcune scene di Lawrence d’Arabia del 1962, ed è considerata uno dei più pregiati esempi dell’architettura marocchina in argilla.

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