PRISTINA (Kosovo) – La Casa Bianca ha rivelato oggi di avere intercettato un pesante dispiegamento di armi della Serbia lungo il confine con il Kosovo, in grado di destabilizzare l’intera regione e non solo il Nord del Kosovo in cui è raggruppata la maggior parte della popolazione di etnia serba. Lo ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale americano, John Kirby, secondo cui “stiamo monitorando un grande movimento di truppe stanziate lungo le frontiere del Kosovo” con una “quantità senza precedenti di artiglieria, carri armati e truppe: chiediamo alla Serbia di ritirare queste forze” che “anche solo per la loro destinazione di utilizzo, dimensione e presenza sono già destabilizzanti in sé, e stanno creando una ovvia preoccupazione per tutti, inclusi noi”.
La crisi di Banjska
Un allarme che si aggiunge a quello nato dall’attacco alla polizia kosovara a Banjska, che la stessa Casa Bianca ritiene avesse “un tale livello di sofisticatezza e di preparazione”, essendo stato organizzato con armi di tipo militare, da “non poter essere considerato un attacco casuale o specifico” perché “questo genere di armi rappresenta una minaccia per il Kosovo ma anche per il personale internazionale”, e cioè in primo luogo il contingente Kfor della Nato di cui fanno parte anche soldati americani.
La spirale della tensione in Kosovo continua dunque a crescere, e la crisi aperta dal blitz di domenica scorsa nel paesino di Banjska - nel Nord del paese in cui vive la comunità serba – sta generando un terremoto che minaccia di allargarsi ben al di là di questa piccola regione montuosa del Kosovo. Le autorità kosovare che indagano dopo il blitz di una trentina di uomini armati fino ai denti – di cui stamattina si è auto accusato il vicepresidente di Lista Serba, il serbo kosovaro Milan Radoicic – hanno trovato un vero e proprio arsenale nella decina di mezzi (compresi alcuni blindati), nelle case e nel monastero in cui era rintanato il commando prima di fuggire nei boschi riparando in Serbia. E nell’operazione scattata oggi in tre comuni abitati dai serbi kosovari gli agenti hanno sequestrato armi, veicoli, barche, droni, coltelli, giubbotti antiproiettile, munizioni e altro materiale offensivo, avverte la polizia kosovara.
La reazione della Nato
La minaccia è tale che anche la Nato ha deciso di reagire: il Consiglio Atlantico ha disposto l’invio di nuove truppe per la sua missione (Kfor) nel Paese in risposta alla “profonda preoccupazione per le crescenti tensioni nel Nord del Kosovo. Da maggio abbiamo rafforzato la presenza della Kfor e il Consiglio ha autorizzato ulteriori forze per far fronte alla situazione attuale”. Il ministero della Difesa britannico ha trasferito il commando del Primo battaglione Princess of Wales's Royal Regiment alle forze della riserva Nato per la Kfor, perché “se richiesto” possa essere schierato in Kosovo.
La telefonata tra Usa e Serbia
Sempre oggi, intanto, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha chiamato il presidente serbo Aleksandar Vucic, un colloquio “non facile” in cui “su alcune cose ci siamo trovati d’accordo, su altre no”, ha riferito Vucic. Il presidente serbo ha concordato con Blinken sulla necessità di una de-escalation delle tensioni in Kosovo, sull’importanza di un maggiore ruolo della Kfor e – dice - sul fatto che non sia stato messo in allerta l’esercito serbo. Blinken avrebbe invece annunciato possibili misure punitive nei confronti della Serbia: “Io – ha riferito Vucic – ho detto ‘siete un grande Paese, una grande potenza, potete fare quello che ritenete vada fatto, ma io sono assolutamente contro e penso che ciò sarebbe molto negativo’”. Nel frattempo il consigliere per Sicurezza Usa, Jake Sullivan, ha parlato con la presidente del Kosovo, Vjosa Osmani, ribadendo l’importanza del dialogo.