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Argentina, il grido di Ana contro i crimini di Videla: “E ora fermate Milei”

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Il video girato nella metro di Buenos Aires dalla figlia e nipote di due vittime del regime scuote il Paese alla vigilia del ballottaggio
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BUENOS AIRES — Ana Fernández, 45 anni, ha deciso di scendere nella metro che prende tutti i giorni a Buenos Aires e mettersi a urlare. «Vi chiedo scusa, sono molto nervosa perché mai nella vita avevo fatto una cosa simile. Sono nata in Svezia quando qui in Argentina c’era una dittatura. Mia madre aveva 16 anni, era incinta di me, quando è stata sequestrata e portata a un campo di concentramento. È stata torturata brutalmente. Mia nonna Esther Ballestrino si è messa a cercarla insieme ad altre madri che cercavano i figli e che oggi si conoscono come Abuelas de Plaza de Mayo. Poi mia nonna, insieme a due suore francesi, è stata sequestrata, portata alla Escuela de Mecánica de la Armada (Esma) e poi lanciata ancora in vita nel mare. Nell’Esma, a dare l’ordine, è stato “el Tigre”, il generale Acosta, un genocida condannato che dal carcere oggi vi sta chiedendo con una lettera che votiate Javier Milei».

Il video di Ana è stato registrato il 7 novembre da un amico con cui aveva conc…

BUENOS AIRES — Ana Fernández, 45 anni, ha deciso di scendere nella metro che prende tutti i giorni a Buenos Aires e mettersi a urlare. «Vi chiedo scusa, sono molto nervosa perché mai nella vita avevo fatto una cosa simile. Sono nata in Svezia quando qui in Argentina c’era una dittatura. Mia madre aveva 16 anni, era incinta di me, quando è stata sequestrata e portata a un campo di concentramento. È stata torturata brutalmente. Mia nonna Esther Ballestrino si è messa a cercarla insieme ad altre madri che cercavano i figli e che oggi si conoscono come Abuelas de Plaza de Mayo. Poi mia nonna, insieme a due suore francesi, è stata sequestrata, portata alla Escuela de Mecánica de la Armada (Esma) e poi lanciata ancora in vita nel mare. Nell’Esma, a dare l’ordine, è stato “el Tigre”, il generale Acosta, un genocida condannato che dal carcere oggi vi sta chiedendo con una lettera che votiate Javier Milei».

Il video di Ana è stato registrato il 7 novembre da un amico con cui aveva concordato l’azione. L’amico lo ha condiviso solo su gruppi whatsapp. In poche ore è stato visto da milioni di persone. Non c’è quotidiano, agenzia, tv che non l’abbia ripubblicato. «Mi hanno applaudito. Qualcuno è rimasto fermo. Nessuno però mi ha criticato. Scesa dalla metro sono scoppiata a piangere. Sono andata subito a lavorare, io stessa non avevo nemmeno visto la registrazione. Quando ho ripreso in mano il telefono, stava esplodendo di notifiche. Il video era ovunque», racconta a Repubblica.

Domenica si vota in un’elezione storica che sarà una lotta all’ultimo voto. Il candidato dell’estrema destra di La Libertad Avanza (Lla), l’anarco-capitalista Javier Milei è dato al 51,1%, solo un paio di punti di vantaggio su Sergio Massa (48,8%), di Unión por la Patria, attuale ministro dell’Economia che esprime la continuità con il governo peronista e che raccoglie l’eredità di Cristina Kirchner.

Nel primo turno di un mese fa Massa si è imposto. Ma da allora la campagna ha preso una piega diversa: da una parte la destra moderata di Patricia Bullrich e Mauricio Macri ha appoggiato Milei. Dall’altra, vari segmenti della società civile rimasti finora in silenzio si sono mobilitati contro una spericolata avventura con le tinte scure della destra estrema. Ci sono le vittime della dittatura contro cui Lla ha fatto campagna, così come centinaia di economisti, ma anche medici della sanità pubblica, fino ad arrivare ai club di calcio e alle “swifties”, le centinaia di migliaia di fan di Taylor Swift che hanno scelto il concerto della cantante per denunciare il machismo della campagna di Milei.

Nell’ultimo mese, il candidato outsider ha smussato i toni e abbandonato la motosega con cui dall’anno scorso giurava al mondo che avrebbe tagliato la spesa pubblica. Ha fatto appello al voto del centro. Ma la vera natura che anima la sua formazione ha continuato a emergere. Victoria Villaruel, la sua candidata vice, di cui si conoscono le simpatie per i generali, ha minacciato di trasformare il centro di memoria dell’Esma in un parco di divertimenti.

«Il patto sociale su cui si basa la nostra democrazia è minacciato», dice Ana Maria Careaga, madre di Ana Fernández, sopravvissuta alla tortura dal secondo al settimo mese di gravidanza, che non ha mai smesso di testimoniare affinché l’oblìo non prevalga. «Sono stata sequestrata dai militari a 16 anni quando ancora non ero al terzo mese di gravidanza. Sono stata portata al centro di detenzione e sterminio Club Atlético. Sono stata sottoposta a ogni tipo di tortura: scariche elettriche, bruciature di sigarette, soffocamento, water boarding. Un giorno mi hanno dovuto portare all’ospedale perché mi avevano rotto un timpano. Ho confessato la gravidanza: hanno reagito insultandomi. Ho passato 4 mesi con gli occhi bendati e catene ai piedi. Al settimo mese di gravidanza sono stata abbandonata in strada».

Esther Ballestrino, nonna di Fernández e madre di Careaga (persona cara all’attuale pontefice Jorge Bergoglio che di lei dice «mi ha insegnato a pensare») non aveva smesso di cercarla. L’ha accompagnata in Brasile, dove ha chiesto asilo all’Onu. La Svezia è stato il primo Paese a rispondere. “Anita” è nata lì l’11 dicembre 1977. Due giorni prima Ballestrino è stata portata all’Esma. Il suo corpo è emerso dal mare e sepolto senza nome. Nel 2005 è stato riconosciuto e, col permesso di Bergoglio, sepolto nei terreni della chiesa di Santa Cruz, luogo dell’arresto.

La lotta di Ana e Anita è solo un esempio della società civile che, pur stanca degli anni del peronismo, è scesa in campo per fermare una pericolosa deriva autoritaria. Due giorni prima del concerto di Taylor Swift, che ha visto fan accamparsi per mesi fuori dallo stadio del River Plate, le “swifties por la patria” hanno lanciato un messaggio contro i toni machisti dell’entourage di Milei invitando a votare contro Lla. L’appello ha fatto il giro del mondo e il concerto si è trasformato in una selva di bandiere anti Milei.

Nonostante l’endorsement, tiepido, dell’Economist al candidato di Lla, oltre cento economisti hanno firmato un documento contro il candidato antisistema. Tra di loro figurano Thomas Piketty e Jayati Ghosh. Si mobilita anche il mondo del calcio, minacciato dalle privatizzazioni di Milei, che vorrebbe per I club “il modello inglese”. Tutti i principali club argentini si sono opposti. Il Boca Juniors ha spiegato di voler restare “fedele alle proprie origini” e ai principi “difesi per quasi 120 anni” restando un’Associazione civile senza scopo di lucro. C’è aria di mobilitazione generale alla vigilia di un voto storico. E il tentativo di correre ai ripari non è altro che la prova che le possibilità di Milei di imporsi sono reali.

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