In fuga con i civili ucraini nei villaggi attorno a Kharkiv bersagliati dai droni russi

In fuga con i civili ucraini nei villaggi attorno a Kharkiv bersagliati dai droni russi
(afp)

Da una settimana la città è al centro di combattimenti violenti tra una colonna di soldati russi che ha fatto irruzione attraverso il confine – fin troppo facilmente, si lamentano in molti – e cerca di sfondare nella regione e le forze ucraine, che avevano trascurato quel settore e ora sono accorse da altri punti del fronte per provare a tappare la falla. C’è la sensazione che tappata quella se ne potrebbero aprire altre

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A Sud di Vovchansk — I civili, la polizia e i militari ucraini che escono da Vovchansk descrivono tutti la stessa scena: l’evacuazione della città al confine fra Ucraina e Russia avviene sotto la minaccia di piccoli droni, che sciamano per chilometri sui tetti, sopra alle vie e dentro ai boschi in cerca di bersagli e sono attratti dai movimenti. «I droni sono dappertutto», dice un soldato ucraino fermo in una piazzola che conduce in città. «Guardavamo sempre il cielo sopra di noi», dicono Lybov Ivanivna e Oleksandr Vasyliyovych, 68 e 71 anni, una coppia che è appena fuggita ed è stata raccolta per strada dalla polizia. Fanno il gesto: arrancano con la testa girata verso l’alto. «Ne abbiamo sentito uno che ci volava vicino, ha lasciato cadere qualcosa, non sappiamo se stesse puntando noi oppure una macchina della polizia che passava di lì. I poliziotti hanno detto di mollare i bagagli e di saltare in macchina senza fermarci per non dare tempo ai droni di raggiungerci. Aveva già i finestrini sfondati dall’esplosione di un altro drone».

Anche il minuscolo bus che porta fuori gli abitanti, un centinaio circa al giorno, è blindato per offrire un minimo di protezione dai droni. Dei diciassettemila civili quelli che potevano scappare con le loro macchine l’hanno già fatto. Tra chi è rimasto indietro ci sono molte anziane, le babushke con il fazzoletto legato sulla testa e gli occhi esterrefatti che non avevano i mezzi per evacuare da sole. Non hanno addosso nulla di tecnologico, né un orologio digitale né uno smartphone o un paio di cuffiette. Fanno i conti con questa svolta dei droni, parlano del nugolo manovrato dai militari russi che le ha perseguitate fino a quando hanno lasciato Vovchansk.

Da una settimana la città è al centro di combattimenti violenti tra una colonna di soldati russi che ha fatto irruzione attraverso il confine – fin troppo facilmente, si lamentano in molti – e cerca di sfondare nella regione di Kharkiv e le forze ucraine, che avevano trascurato quel settore e ora sono accorse da altri punti del fronte per provare a tappare la falla. C’è la sensazione che tappata quella se ne potrebbero aprire altre.

I droni sono nella stragrande maggioranza dei casi prodotti commerciali cinesi che si acquistano online e con poche ore d’officina – nelle mani dei russi e degli ucraini – sono trasformati in armi. Attaccano in due modi. Il primo: portano una granata a frammentazione appesa alla pancia e la mollano quando sono sopra al bersaglio. Il secondo: inseguono il bersaglio, sempre con una carica esplosiva, e quando lo raggiungono ci si schiantano contro ed esplodono. Questi ultimi sono pilotati da soldati che indossano un visore e vedono in prima persona tutto quello che vede il drone, fino al momento finale, e sono conosciuti come Fpv (First person view). Fino a un paio di anni fa erano una presenza marginale nella guerra, oggi non più, sono onnipresenti. I soldati ucraini ti indicano una striscia di bosco e dicono “Fpv” come se dicessero “lì c’è un campo minato”, un pericolo ovvio che deve essere evitato.

I soldati russi dentro Vovchansk sono arrivati alla ferrovia, che taglia in due parti diseguali da Nord a Sud il centro abitato, e quindi hanno il controllo su un terzo del posto. Ma ci sono anche racconti di militari ucraini che dimostrano la presenza dei russi oltre alla ferrovia e questo, oltre al fatto che l’accesso alla stampa è stato chiuso, fa pensare che le cose stiano andando male per la tenuta delle difese ucraine in quella zona, cinque chilometri dal confine e settanta chilometri da Kharkiv.

«Da uno a dieci darei alla situazione un quattro», dice a Repubblica un soldato ucraino da poco uscito dalla città (che non identificheremo con un nome perché non è stato autorizzato espressamente a rilasciare dichiarazioni). «Eravamo trincerati a Lyman, quando ci hanno detto di spostarci a Vovchansk ci hanno affidato due soldati come guide, ci avrebbero dovuto far vedere in quale posizione sistemarci in città. Ma mentre stavamo raggiungendo la posizione, al di qua della ferrovia, un gruppo di sabotatori russi ci ha fatto un’imboscata da un lato della strada: ci hanno tirato granate, ci hanno sparato a raffica. Una delle nostre guide è morta. L’altro soldato che ci guidava è rimasto ferito e ha anche tentato di trascinare via il morto, prima di accorgersi che non c’era più nulla da fare. Noi abbiamo ricevuto l’ordine di ritirarci, senza raggiungere la posizione».

Il fatto che questi soldati, attestati adesso nei paraggi di Vovchansk, vengano da Lyman, quindi dal Donbass, dimostra che sta succedendo quello che i russi avevano pianificato: l’Ucraina è costretta a spostare truppe verso Nord, per far fronte a questa operazione della Russia sul confine. I soldati dicono anche che i russi non sono entrati con i carri armati e con i mezzi corazzati per il trasporto truppe, ma con snellezza: motociclette, dune buggy e veicoli leggeri. È una scorribanda in una zona poco protetta, perché le trincee ucraine cominciano a qualche chilometro di distanza dal confine geografico. Putin ha dato l’ordine di catturare terreno facile.

Molti dei civili che scappano da Vovchansk non sono riusciti a mettersi in comunicazione con i volontari che di solito arrivano con le macchine e assistono le evacuazioni delle città: c’è stato poco tempo, l’avanzata è stata rapida, la connessione non funziona più. Lybov e Oleksandr sono stati nascosti in casa per una settimana, chiusi dentro il bagno – che di solito offre la migliore protezione per la regola dei due muri: mettere più mattoni possibili fra te e i colpi di artiglieria. Sono andati avanti a barattoli di conserve, con il terrore che prima o poi un’esplosione avrebbe scoperchiato il tetto, mentre fuori «mai una pausa fra i colpi più lunga di dieci minuti». La cosa peggiore dicono, peggio di ogni altra, sono le Kab, le grandi bombe-aliante che i russi lasciano cadere sui sei chilometri di case e viali di Vovchansk al ritmo di venticinque al giorno. Vecchi ordigni sovietici con quintali di esplosivo, riportati in vita con l’aggiunta di un paio di ali. «Una è finita a cinquecento metri da noi - dice Lybov – ci ha fatto saltare le finestre, senti proprio l’onda d’urto che parte dal terreno e sale su per le gambe e per tutto il corpo e ti vuole uscire dalla bocca assieme allo stomaco, e nello stesso momento il rumore di casa tua che si spacca».

Alla fine hanno deciso di scappare fino alla strada e hanno incontrato la macchina della polizia, sotto l’occhio dei droni russi.

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