BEIRUT — Sotto il chador, Asmahan ha ancora la veste che usava per lavorare la terra. Lunedì si era svegliata all’alba come ogni giorno: dare il cibo agli animali, rimestare il concime, pulire. È scappata così, in nove con due macchine e un bambino in braccio, da Aita el-Zot, dieci ore per arrivare a Beirut, bombe a destra e a sinistra. «Non siamo riusciti a prendere nulla, non so nemmeno se la nostra casa è ancora in piedi. Una parete era caduta con un missile, credo, la villetta dei vicini non c’è più, non so come faremo», si dispera in quella che adesso, e chissà per quanto ancora, sarà la loro nuova “casa”: il cortile e il primo piano di una scuola a Ovest di Beirut, donne, uomini e bambini, una cinquantina in tutto.
I viveri li portano i “compagni socialisti”, così si chiamano tra loro i ragazzi di Walid Jumblatt, il socialista e leader politico dei drusi libanesi che ha dato ordine ai suoi di aprire le porte agli sfollati, in un abbraccio solidale che è l’altra faccia del…
BEIRUT — Sotto il chador, Asmahan ha ancora la veste che usava per lavorare la terra. Lunedì si era svegliata all’alba come ogni giorno: dare il cibo agli animali, rimestare il concime, pulire. È scappata così, in nove con due macchine e un bambino in braccio, da Aita el-Zot, dieci ore per arrivare a Beirut, bombe a destra e a sinistra. «Non siamo riusciti a prendere nulla, non so nemmeno se la nostra casa è ancora in piedi. Una parete era caduta con un missile, credo, la villetta dei vicini non c’è più, non so come faremo», si dispera in quella che adesso, e chissà per quanto ancora, sarà la loro nuova “casa”: il cortile e il primo piano di una scuola a Ovest di Beirut, donne, uomini e bambini, una cinquantina in tutto.
I viveri li portano i “compagni socialisti”, così si chiamano tra loro i ragazzi di Walid Jumblatt, il socialista e leader politico dei drusi libanesi che ha dato ordine ai suoi di aprire le porte agli sfollati, in un abbraccio solidale che è l’altra faccia del Libano in guerra. Hanno organizzato la scuola-rifugio in velocità, l’acqua nelle taniche, qualche materasso a terra, un po’ di vestiti e coperte.
Gli sfollati sono decine di migliaia, che si aggiungono ai già circa 100mila rifugiati da novembre, e il numero è destinato ad aumentare, avvertono le Nazioni Unite. Un carico insostenibile per il fragile Stato libanese e allora sono le comunità a organizzarsi in una rete di microassistenza. Anche Mona è partita senza nulla, o quasi: «Ho preso solo la shisha», il narghilè, dice quasi a confessare un peccato, il pensiero allo svago in mezzo ai morti e alle bombe.
Ha 23 anni, come le altre donne della famiglia è casalinga. Suhaila, la più anziana, è anche la più triste. In testa ha il ricordo di innumerevoli guerre. «Vogliamo un accordo perché questa non è la nostra guerra. Ma non un accordo che spinga Hezbollah a Nord del Litani, Hezbollah è la nostra protezione». Lo è ancora? «Si», risponde convinta Aura, 42 anni: «Hezbollah sta difendendo i palestinesi, in fondo cosa chiede? Riportare la pace a Gaza!».
Sulla strada che arriva fino a Hamra, costeggiando il mare di Beirut, una colonna di profughi a piedi si trascina dietro zaini e valigie. Sono siriani, rifugiati due volte, in fuga dalla guerra di Assad e ora da quella tra Israele e Hezbollah. Di loro nessuno si prende cura. «Gli sfollati ricchi del Sud sono andati in albergo, a Beirut, ma noi siamo solo un disturbo», dice Nour, che ha una traccia di rossetto scolorito sulle labbra, il segno della vita di prima, solo due giorni fa. «Stiamo vivendo per strada, non mi sono ancora fatta una doccia».
Anche nell’accoglienza contano i soldi e le appartenenze. Intorno ai “suoi” sfollati, Hezbollah ha costruito un cordone di protezione e controllo. «Andatevene, non vogliamo stranieri qui», si inalbera uno dei ragazzi che fanno da guardia all’ingresso della scuola Ras Beirut, anche questa convertita in rifugio. Verso Est, in un’altra madrasa, la stessa scena. C’è nervosismo, diffidenza. «Hanno paura di quello che possono dire, sono sospettosi più di prima, hanno subìto una batosta, Dahieh che era la loro roccaforte adesso è una casa di vetro per gli israeliani», argomenta Beniel, che lavora per un partito della sinistra: «Siamo democratici noi, io bevo alcool tutti i giorni. Mi piace vivere. Quando Hezbollah ha iniziato ad “aiutare” Gaza, Gaza era grande come un tovaglia da tavolo, ora è un fazzoletto».
A Hamra incontriamo Ahmed, che era di casa a Dahieh. È affranto, nervoso. «Fuck Israel, Fuck Hezbollah - sbotta. Mi hanno chiesto 1.000 dollari al mese per un appartamento camera e cucina, e sei mesi di caparra!». Il dramma di tanti per la fortuna di pochi. «Prima un materasso costava tra gli 8 e i 10 dollari, adesso tra 25 e 30, e non se ne trovano nei negozi. Devi cercarli sul mercato nero, sì proprio così, siamo arrivati al punto che c’è un mercato nero per i materassi», ci racconta Radwan.
Mehdi il suo ce l’ha, un po’ logoro ma va bene. Viene da un villaggio poco distante da Tiro, nel Sud, ha portato 21 persone in salvo con un bus della scuola. Aveva un piccolo negozio di alimentari laggiù. Famiglia, lavoro, adesso di nuovo senza casa. «Sono già scappato nel 2006, ma ho paura che questa guerra possa durare molto di più».