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Lo slalom tra i razzi dei piloti di linea nei cieli di Beirut: “È un nostro dovere”

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Il racconto. Il 28 settembre un aereo della MEA è atterrato tra le colonne di fumo, le immagini sono virali
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BEIRUT — C’è la guerra a terra, con le bombe incessanti su Dahieh, le imboscate tra le colline del confine meridionale. E c’è la battaglia sopra, nei cieli di Beirut e di tutto il Medioriente, dove i piloti delle poche compagnie di linea ancora attive si muovono, ormai da giorni, tra missili e raid. L’immagine impressa nella testa dei libanesi è stata ripresa il 28 settembre: un aereo passeggeri della MEA (Middle East Airlines), il vettore nazionale, atterra a Beirut mentre il fumo nero si alza dai sobborghi della capitale. È una scena surreale, ce ne saranno altre anche la notte del 2 ottobre quando da un aereo di linea di un’altra compagnia, il pilota o forse un passeggero filmano i missili che da Shiraz, nel Sud dell’Iran, arrivano a colpire le città israeliane. «Impressionante», dice la voce.

Giovedì dopo la mezzanotte gli israeliani hanno rovesciato un’altra scarica di bombe sul sobborgo sciita di Beirut, forte quasi come quella che uccise Nasrallah, il leader di Hezbollah…

BEIRUT — C’è la guerra a terra, con le bombe incessanti su Dahieh, le imboscate tra le colline del confine meridionale. E c’è la battaglia sopra, nei cieli di Beirut e di tutto il Medioriente, dove i piloti delle poche compagnie di linea ancora attive si muovono, ormai da giorni, tra missili e raid. L’immagine impressa nella testa dei libanesi è stata ripresa il 28 settembre: un aereo passeggeri della MEA (Middle East Airlines), il vettore nazionale, atterra a Beirut mentre il fumo nero si alza dai sobborghi della capitale. È una scena surreale, ce ne saranno altre anche la notte del 2 ottobre quando da un aereo di linea di un’altra compagnia, il pilota o forse un passeggero filmano i missili che da Shiraz, nel Sud dell’Iran, arrivano a colpire le città israeliane. «Impressionante», dice la voce.

Giovedì dopo la mezzanotte gli israeliani hanno rovesciato un’altra scarica di bombe sul sobborgo sciita di Beirut, forte quasi come quella che uccise Nasrallah, il leader di Hezbollah. Cercavano il suo successore, Hashem Safieddine, con 73 tonnellate di esplosivo. Circa mezz’ora prima, dall’aeroporto Rafik Hariri si era alzato in volo un charter con 180 persone a bordo: erano italiani e italo-libanesi che la Farnesina ha riportato a casa. L’aereo è partito con un paio di ore di ritardo rispetto al previsto, c’erano stati bombardamenti nel quartiere a ridosso della strada per l’aeroporto, non è la prima volta. «Avevo il posto vicino al finestrino, un po’ di tempo dopo il decollo ho visto una forte luce gialla, diversa da quelle dell’aereo, qualcosa che veniva da sotto, non so cosa, ma eravamo già lontani e ho tirato il fiato», racconta uno dei passeggeri che sono stati scortati dal personale dell’ambasciata e dai militari fino al gate.

Per i libanesi l’aeroporto è rimasta l’unica via di fuga verso il mondo esterno, dopo che i valichi al confine con la Siria sono stati bombardati e la domanda che assilla tutti è fino a quando resterà aperto: ogni raid israeliano nelle zone intorno fa spasimare milioni di persone. I piloti della MEA che testardi attraversano i cieli sono diventati una sorta di eroi nazionali. Daniel ha visto la scena del 28 settembre alla tv: «MEA è la compagnia aerea più tosta del pianeta», dice orgoglioso.

«È un dovere verso il Paese continuare ad assicurare i collegamenti aerei dal Libano anche se la situazione è complessa», dichiara un responsabile della società che non vuole far sapere il suo nome perché non è autorizzato a parlare di questioni di sicurezza.

«I piloti sono addestrati e preparati, ma questa guerra è diversa dalle altre», spiega Yassin, un veterano dell’aviazione civile libanese, oggi in pensione. Era un giovane pilota la notte del 28 dicembre del 1968 quando commando israeliani assaltarono l’aeroporto di Beirut e distrussero circa una dozzina di aerei, in rappresaglia per l’assalto del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e dell’Olp a un aereo El-Al ad Atene. «Ho vissuto da pilota tutti gli anni della guerra civile: allora era più pericoloso arrivare da casa all’aeroporto perché esplodevano di continuo bombe, c’erano spari, attentati, ma adesso in cielo la situazione è più complicata. I piloti hanno una grande responsabilità, perché per quanto puoi seguire procedure di sicurezza, la decisione su cosa fare in un determinato momento spetta a te».

Nel 2006, gli israeliani bombardarono la pista dell’Hafik Hariri e lo scalo rimase chiuso per diverse settimane, un incubo per il Paese. Anche adesso le Idf controllano i cieli del Libano e hanno intimato alle autorità aeroportuali di impedire «il trasferimento di mezzi di combattimento attraverso l’aeroporto, un’infrastruttura civile che deve rimanere tale». Già almeno due aerei, uno iraniano e uno iracheno, sono stati fatti tornare indietro la scorsa settimana. Per 24 ore è stata in dubbio pure la visita del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, a un certo punto si pensava che sarebbe arrivato dalla Siria, via terra, ma il confine è bersagliato dall’aviazione israeliana. Appena arrivato a Beirut Araghchi ha postato il video del suo aereo in atterraggio: «La nostra determinazione è più forte delle minacce».

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